Come risolvere lo squilibrio di potere contrattuale tra agricoltura e distribuzione

Chi decide davvero il prezzo di un prodotto agricolo? Per capirlo bisogna guardare ai rapporti di forza che attraversano l'intera filiera

Daniele Calamita
C'è un forte squilibrio di potere contrattuale tra agricoltura e distribuzione © Jose Miguel Sanchez/iStockPhoto
Daniele Calamita
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Perché esiste un divario così ampio tra quanto viene riconosciuto agli agricoltori e quanto pagano i consumatori? Per rispondere a questa domanda bisogna partire da un punto fondamentale: il forte squilibrio di potere contrattuale tra il mondo dell’agricoltura e la media e grande distribuzione organizzata (Mdo e Gdo), oltre che con i grandi intermediari commerciali. È un fattore che, nell’economia agroalimentare, ha un peso imponente sul modo in cui si determinano i prezzi lungo la filiera.

Mentre la produzione agricola è spesso frammentata in tantissime piccole e medie aziende spesso impossibilitate a programmare le produzioni, la fase di commercializzazione e distribuzione è altamente concentrata e spesso allineata nel prezzo di ritiro. Questo squilibrio si traduce inevitabilmente in una forte pressione al ribasso sui prezzi riconosciuti agli agricoltori, sia alla stalla sia alla produzione.

Le principali cause dello squilibrio di potere contrattuale tra l’agricoltura e i gruppi commerciali

Lo squilibrio di potere contrattuale in agricoltura non è casuale. Da un lato, come detto, ci sono milioni di produttori agricoli e dall’altro pochi grandi gruppi d’acquisto commerciali. L’offerta dunque è frammentata e disorganizzata, la domanda è concentrata e allineata. Chi compra ha il coltello dalla parte del manico: se non accetta il prezzo di un produttore (l’offerta), può facilmente rivolgersi a un altro.

A complicare le cose, il fatto che l’agricoltore gestisce prodotti vivi e deperibili come ortofrutta e latte. Non può “stoccare” la merce indefinitamente in attesa di tempi migliori; deve necessariamente vendere quando il prodotto è maturo, perché l’alternativa è perdere la produzione. Il che lo rende estremamente debole e ricattabile, perché spesso lo obbliga ad accettare il prezzo imposto dal mercato.

In termini economici si dice che in agricoltura domanda e offerta sono rigide. I cicli biologici della terra, infatti, non si fermano e l’offerta agricola non può essere accesa o spenta con un interruttore per rispondere alle fluttuazioni del mercato. Questo significa che i produttori hanno margini limitati per adeguare rapidamente la produzione ai cambiamenti della domanda e dei prezzi. Risultano quindi particolarmente vulnerabili alla volatilità del mercato.

Quali sono le forme di tutela, aggregazione e organizzazione dei produttori agricoli

L’aggregazione e l’organizzazione rappresentano la prima forma di difesa. È per questo che sono nate le organizzazioni dei produttori (Op) e il sistema cooperativo. Sul piano commerciale, queste strutture organizzate sono utili al mondo agricolo perché consentono di concentrare l’offerta. Invece di avere mille piccole aziende che contrattano singolarmente, si ha – o meglio, si dovrebbe avere – un unico soggetto giuridico titolato a negoziare i volumi di vendita con la Mdo e la Gdo, puntando a ottenere condizioni presumibilmente migliori.

Queste strutture organizzate servono anche a ottimizzare i costi di produzione, generando risparmi per gli associati. Possono infatti acquistare i fattori di produzione – sementi, concimi, anticrittogamici, antiparassitari, macchine agricole e così via – a prezzi più vantaggiosi grazie alle economie di scala e, in alcuni casi, beneficiando di cofinanziamenti regionali previsti come incentivo alle Op.

Un altro strumento di tutela e integrazione è rappresentato dai contratti di coltivazione e di filiera. Si tratta di accordi pluriennali stipulati tra produzione, trasformazione e distribuzione. L’obiettivo è stabilire in anticipo volumi, standard qualitativi e criteri di determinazione del prezzo, spesso agganciati ai costi minimi di produzione, così da garantire maggiore stabilità finanziaria e redditività agli agricoltori.

Cosa stanno facendo l’Europa e l’Italia per arginare lo squilibrio di potere contrattuale in agricoltura

L’Unione europea negli anni ha cercato di frenare gli abusi speculativi e di potere economico nel settore agricolo. La direttiva europea 2019/633 (recepita in Italia con il D.Lgs. 198/2021) ha vietato tassativamente una serie di pratiche scorrette imposte dai buyer commerciali, come i pagamenti tardivi (oltre i 30 giorni per i prodotti deperibili e oltre i 60 per quelli non deperibili) e l’annullamento di ordini con preavviso inferiore a 30 giorni per prodotti deperibili. La direttiva impedisce anche le modifiche unilaterali del contratto relative a volumi, standard di qualità o prezzi e le aste elettroniche a doppio ribasso, una pratica che strozzava i margini dei produttori.

Per evitare che il prezzo sia un’imposizione unilaterale del commercio, gli strumenti di monitoraggio della trasparenza dei mercati sono fondamentali. In Italia recentemente sono state istituite le Commissioni uniche nazionali (Cun) che riuniscono in modo paritetico rappresentanti dei produttori agricoli e dei commercianti o trasformatori. Il loro compito è rilevare e rendere pubblici, su base settoriale (ad esempio grano duro, bovini o conigli), i prezzi indicativi di mercato della settimana, contribuendo a una maggiore trasparenza. Va però detto con chiarezza che il solo monitoraggio dei prezzi non basta a evitare pratiche di acquisto al ribasso. Le Cun non hanno alcun potere di imporre prezzi o condizioni al mercato.

Perché vietare di acquistare agricoli a prezzi inferiori ai costi medi di produzione

Uno dei traguardi normativi più importanti a cui si dovrebbe puntare è rendere realmente operativo il divieto di acquistare prodotti agricoli a prezzi inferiori ai costi medi di produzione. I costi possono essere rilevati da enti pubblici di ricerca e monitoraggio come Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), che già svolge attività di analisi e raccolta dati sul settore agroalimentare. Una piena applicazione di questo principio rappresenterebbe un passo avanti fondamentale per garantire la dignità economica delle aziende agricole e, soprattutto, dei lavoratori del settore primario.

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