Diritti umani

Sudan, dietro la rivolta un’economia a pezzi (e 20 anni di embargo Usa)

Inflazione al 70%, povertà al 50%, sanità solo per un sudanese su 4. Ecco i numeri che hanno portato al colpo di Stato dei militari contro al-Bashir

Di Andrea Barolini
Di Sudan Envoy (Ain Siro Gathering) [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

Giovedì 11 aprile il presidente del Sudan Omar al-Bashir, al potere da ormai un trentennio, è stato costretto alle dimissioni. A spingerlo a lasciare il posto sono stati i militari, che hanno effettuato un colpo di Stato dopo giorni di proteste da parte della popolazione. Sfociate in duri scontri con il Servizio nazionale di sicurezza (Niss, i servizi segreti). Che, secondo l’opposizione, avrebbero causato la morte di decine di persone.

I militari prendono il potere in Sudan, ma le proteste non si arrestano

I soldati hanno occupato la sede dell’emittente radiotelevisiva pubblica e hanno istituito un Consiglio militare di transizione, guidato dal generale Awad Mohamed Ahmed Ibn Aouf. Il nuovo leader è durato però soltanto trenta ore. Rimpiazzato da Abdel Fattah al-Burhan Abdelrahmane, comandante dell’esercito di terra.

Ciò (anche) a causa del fatto che le manifestazioni di protesta non si sono arrestate con la caduta di al-Bashir. Né con quella di Salah Gosh, capo del potente Niss (i servizi segreti). E neppure con gli annunci effettuati da al-Burhan. Ovvero la volontà di sospendere il coprifuoco, liberare i manifestanti arrestati nelle settimane precedenti e ricercare i responsabili delle uccisioni avvenute in piazza. Così come la promessa di lottare seriamente contro la corruzione.

Ma per quale ragione alla popolazione non è bastato il rovesciamento del regime? Agli occhi dei sudanesi, i militari sono corresponsabili della situazione attuale. Rabbia a malcontento sono infatti soprattutto dipesi la situazione economica del Paese, che ha radici molto lontane. Per comprendere le condizioni in cui versa la nazione africana, è sufficiente tornare allo scorso mese di dicembre. Poco prima di Natale, il governo aveva diffuso le proprie previsioni per il 2019, ostentatamente ottimistiche.

Alle radici della crisi economica in SudanDal regime previsioni economiche surreali

Secondo i calcoli dell’esecutivo di Khartoum, infatti, nel corso dell’anno la nazione africana dovrebbe «attendersi una crescita del 5,1%, dopo quella del 4% del 2018». Mentre per il deficit di bilancio è stato previsto un calo al 3,3% del Pil, contro il 3,7% dello scorso anno. La legge di bilancio ha quindi indicato che le esportazioni sudanesi dovrebbero crescere del 30%. E le entrate pubbliche del 39%.

Un quadro sorprendentemente roseo, dunque. Che stride con i dati reali del Paese. Il Fondo monetario internazionale ha ad esempio indicato che l’economia sudanese potrebbe andare incontro ad una pesante contrazione, pari al 2,3%. Il Sudan ha inoltre effettuato quest’anno la terza svalutazione della propria moneta. E ha imposto un duro piano di austerità.

La secessione del Sudan del Sud e l’embargo americano

Una situazione figlia soprattutto della secessione operata il 9 luglio 2011 dal Sudan del Sud. Con il territorio meridionale, infatti, se n’è andato anche l’80% dei giacimenti di petrolio nazionali. Un colpo durissimo per una nazione il cui Prodotto interno lordo non supera i 117,5 miliardi di dollari (dato del 2017). Non a caso, le controversie con il Nord per la ripartizione dei proventi petroliferi non sono mai state sopite.

Secondo il regime di al-Bashir, ad aggravare la situazione c’è stata la decisione degli Stati Uniti di mantenere il Sudan nella lista dei Paesi che sostengono il terrorismo. Il che avrebbe frenato le banche straniere e gli investitori. Per vent’anni, inoltre, Washington ha imposto un embargo contro il Sudan, eliminato soltanto nel 2017.

«La nostra situazione economica attuale è il risultato di tale blocco e delle volontà di impedirci l’accesso alle risorse straniere», aveva affermato al-Bashir in un discorso pronunciato il 10 settembre 2018.

Sudan: tensioni acuite da fame e disuguaglianzeInflazione al 70%, povertà oltre il 50%. E ancora analfabetismo e malnutrizione

Quali che siano le responsabilità, ciò che è evidente è che la realtà economica del Sudan è insostenibile per buona parte della popolazione. Basti pensare che l’inflazione è ancora a circa il 70% (benché più bassa del picco di oltre il 300% registrato nel 2016). Mentre, riferisce l’UNDP, il tasso di povertà è ancora attorno al 50%. Senza dimenticare che il 73% dei 12,34 milioni di abitanti è analfabeta (l’84% nel caso delle donne).

Il 42% dei sudanesi ha poi limitato gli studi alle scuole elementari, mentre il 75% non ha accesso a servizi sanitari. Inoltre, il 43% versa in condizioni di grave insicurezza alimentare. E una donna su sette muore ancora durante il parto. Quanto basta per scatenare una rivolta.

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