Sugar tax, otto rinvii per una tassa che così non serve

Dopo otto rinvii, il 1 gennaio 2027 dovrebbe (condizionale d'obbligo) entrare in vigore la sugar tax. In una formula che però non convince

La sugar tax è un'imposta che si applica sulle bevande analcoliche per scoraggiarne il consumo e indurre le aziende a intervenire sulle ricette ©LoraLiu/IStockPhoto

Nel nostro Paese la sugar tax è come la rivoluzione per i comunisti della canzone di Gaber: oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente. Introdotta originariamente con la legge di bilancio 2020 per contrastare l’obesità e le malattie correlate, è già stata posticipata otto volte. L’ultimo rinvio, nell’articolo 29 del ddl bilancio 2026, ha fissato una nuova data: 1 gennaio 2027.

Al di là degli impatti sulla salute, però, lo stallo legislativo ha conseguenze dirette sui conti pubblici. Secondo le stime della Ragioneria dello Stato e i dati di settore, il mancato gettito per l’Erario è di circa 280-300 milioni di euro annui. Da un lato le aziende plaudono alla proroga come a una misura necessaria per tutelare la competitività e l’occupazione, dall’altro la comunità medica alza gli scudi e denuncia: la politica sta favorendo i profitti a scapito della salute.

Il problema – sottolineano gli esperti – è che, anche se stavolta entrasse davvero in vigore, scritta così servirebbe davvero a poco.

L’importanza della sugar tax per la salute pubblica e il bilancio

La sugar tax è un’imposta applicata alle bevande analcoliche. Esiste, in diverse forme e con diversi gradi di efficacia, in vari Paesi europei. Nasce come strumento volto a scoraggiare l’eccessiva assunzione di zuccheri nella dieta quotidiana. Lo zucchero, infatti, è un fattore di rischio primario per obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Patologie che, anche nel nostro Paese, sono sempre più diffuse. L’urgenza è massima per le nuove generazioni. L’Italia è tra i primi Paesi in Europa per sovrappeso e obesità infantile, con quasi il 40% dei bambini tra i 7 e i 9 anni in eccesso ponderale.

Ai benefici preminentemente sanitari si associano anche quelli finanziari. Da un lato i quasi 300 milioni all’anno di gettito previsti. Dall’altro, l’obiettivo di ridurre nel lungo periodo il carico sul Servizio sanitario nazionale. La tassa dovrebbe essere una leva comportamentale per orientare chi consuma a scelte più sane da un lato; per incentivare le aziende a riformulare le ricette abbattendo i livelli di zucchero dall’altro. Se applicata, funziona: il modello britannico lo testimonia.

Le ragioni dell’opposizione e gli interessi in campo

Sembra una misura di assoluto buon senso, eppure gode di feroci contestazioni e di un fronte compatto che ne chiede l’abolizione. Ne fanno parte organizzazioni che, secondo larga parte della comunità medica, antepongono gli interessi delle proprie categorie a quelli collettivi: Assobibe e Coldiretti. A dar loro manforte ci sono formazioni politiche, prime dalla fila Lega e Forza Italia, che già di per sé non vedono le tasse come la prima vocazione e, in particolare, ritengono la sugar tax ideologica e dannosa per il sistema produttivo nazionale.

Gli stakeholder denunciano gravi ripercussioni economiche e sociali. Per Nomisma, l’entrata in vigore causerebbe un calo delle vendite del 16% e una perdita di fatturato del 10%, mettendo a rischio oltre 5mila posti di lavoro. Altro punto di attacco è la presunta penalizzazione del Made in Italy, con pesanti danni alla filiera agrumaria e a bevande come chinotti e cedrate. Secondo i produttori, infine, della tassa non c’è bisogno. Con i suoi 54 litri annui pro capite, l’Italia ha già il consumo di bevande analcoliche più basso d’Europa. E, sostengono, dal punto di vista sanitario l’obesità è una patologia multifattoriale, cioè dovuta a più cause insieme.

Anche se entrasse in vigore, la tassa sarebbe inefficace

C’è un dato che mette d’accordo gli oppositori e i sostenitori della sugar tax. La proposta elaborata, così come è scritta, potrebbe rivelarsi inefficace dal punto di vista sanitario. Innanzitutto, secondo gli esperti dell’istituto di ricerca Mario Negri, parliamo di un’aliquota davvero irrisoria: 5 centesimi al litro all’inizio, con il passaggio a 10 dopo l’entrata a regime. Anche se scaricato sui consumatori, un costo così ridotto non basta a modificare le abitudini di acquisto. Non a caso, l’Organizzazione mondiale della sanità indica come soglia minima un aumento del prezzo finale di almeno il 20%.

La tassa italiana, poi, colpisce le bevande analcoliche in maniera indiscriminata, cioè a prescindere dalla concentrazione di zucchero che contengono. In questo modo, però, le aziende non hanno alcuna ragione per impegnarsi a modificare le ricette. A differenza di quanto accade negli altri modelli che invece vedono una tassazione progressiva e a scaglioni, come nel Regno Unito. C’è un ultimo punto che rende debole la sugar tax italiana così come è stata pensata. La tassa, infatti, si applica sia alle bevande che contengono zuccheri sia a quelle light o prive di calorie, che usano altri edulcoranti. In questo modo si annulla del tutto l’incentivo ai consumatori a passare ad alternative meno dannose per l’organismo.

Dove la sugar tax funziona

A differenza del modello italiano, diversi Paesi europei hanno adottato sistemi di tassazione progressiva o a scaglioni che hanno dimostrato la loro efficacia. Innanzitutto il Regno Unito, con la sua Soft Drinks Industry Levy (Sdil). L’imposta è strutturata su due livelli di zucchero (5-8g e >8g per 100ml) e questo ha spinto l’industria a una riformulazione massiccia. La conseguenza è stata la riduzione del 45% lo zucchero nelle bevande tassate nell’arco di soli quattro anni. E il settore non ha subito contraccolpi economici.

Più sofisticata la scala graduata introdotta in Francia nel 2018. Qui non c’è una soglia, ma la tassa cresce proporzionalmente per ogni chilo di zucchero aggiunto per ettolitro. Questo incentiva ancora di più i tentativi di riduzione progressiva della concentrazione. Positive anche le esperienze di Irlanda e Portogallo. L’Irlanda, con un sistema a due aliquote, ha visto quattro dei cinque marchi principali riformulare le ricette per scendere sotto la soglia della tassa. In Portogallo il sistema a più scaglioni ha portato a una riduzione dell’11% dell’apporto energetico totale derivante dai soft drink.

Come dovrebbe essere la sugar tax per essere efficace

Le esperienze degli altri Paesi mostrano che, per avere una tassazione efficace, anche l’Italia dovrebbe abbandonare l’approccio volumetrico a favore di uno progressivo. E seguire le indicazioni dell’Oms chiedendo un incremento meno pavido del prezzo finale del prodotto, in grado di incidere davvero sui consumi.

L’effetto sarebbe su più livelli. Le persone sarebbero incentivate ad adottare uno stile di vita più sano. Le aziende ad assumersi maggiori responsabilità sugli impatti sanitari dei propri prodotti. Il Servizio sanitario risparmierebbe importanti quote di spesa destinate alla quota delle malattie non trasmissibili come obesità e diabete; dato già sottolineato dalla Corte costituzionale, che ha sancito la legittimità della tassa.

Se la tassa andasse a rigore formulata secondo le indicazioni scientifiche, il bilancio statale sarebbe arricchito di circa 400 milioni di euro all’anno. Fondi che, secondo molti medici, potrebbero servire a finanziare programmi di educazione alimentare e prevenzione sanitaria.

Tutto questo elenco di buone ragioni non è però stato sufficiente a scongiurare ben otto rinvii dell’entrata in vigore. Il prossimo appuntamento è al 1 gennaio 2027. I prossimi mesi ci mostreranno se la salute pubblica diventerà una priorità per chi governa o se, al contrario, ancora una volta prevarrà la tutela dei profitti delle imprese.

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