Se le macchine lavorano, chi paga le tasse? Il dilemma fiscale dell’intelligenza artificiale
L'intelligenza artificiale erode le basi fiscali su cui si regge il welfare, mettendo in discussione il sistema delle tasse
Nella fantascienza classica abbiamo visto descrivere androidi, intelligenze artificiali che conversano, macchine che sostituiscono gli umani e (a volte) si ribellano. Raramente abbiamo incontrato un robot che si preoccupa di pagare le tasse o di versare i contributi per il lavoro che svolge.
Il tema della finanza pubblica non è uno dei più attraenti su cui costruire un film o una serie. Ma nel momento in cui siamo entrati nell’era del post lavoro e dell’intelligenza artificiale, la domanda diventa reale: se le macchine fanno il lavoro, chi paga le tasse?
Automazione e IA erodono le basi fiscali del welfare
È un tema che si aggira in tutte le istituzioni pubbliche, in particolare nelle democrazie occidentali, a partire da quelle che hanno ancora un sistema di welfare. Già particolarmente erosa dall’ondata neoliberista, la finanza pubblica si regge ormai principalmente su due pilastri: le tasse sul reddito da lavoro e le imposte sui consumi. Marginalmente, la tassazione su capitale e rendite.
Nel momento in cui gli scenari prevedono che l’intelligenza artificiale possa progressivamente ridurre – fino a quasi sostituire – il lavoro umano, la base imponibile rischia di essere travolta da queste innovazioni. Di conseguenza le finanze pubbliche degli Stati, o di quel che ne rimane.
La discussione è in corso da diverso tempo, sia in Europa che negli Stati Uniti. Soprattutto per quanto riguarda gli impatti della trasformazione digitale sulla forza lavoro: quanti posti di lavoro si perderanno con l’automazione e con l’intelligenza artificiale. Un tema che coinvolge non solo le attività manuali e la produzione ma, per la prima volta, anche le professioni intellettuali.
Robot tax e riduzione dell’orario di lavoro: le proposte di fronte all’IA
Il senatore Bernie Sanders negli Stati Uniti ha sollevato il tema della tassazione dei robot, accanto alla riduzione dell’orario di lavoro. Se un robot o un’intelligenza artificiale aumenta la produttività, i benefici devono ricadere sui lavoratori, sotto forma di una riduzione delle ore di lavoro a salario invariato, se non maggiore. Un approccio simile eviterebbe che le ricadute economiche dell’intelligenza artificiale e dell’automazione vadano a favore di pochi. Un dibattito che è anche europeo, dove dal 2017 si discute di una «personalità elettronica» per i robot anche a fini fiscali e di forme di tassazione specifica.
Uno studio del gennaio 2026 di due ricercatori dell’Università della Virginia, riportato dal Guardian, traccia un quadro più ampio della transizione della finanza pubblica nell’età del crepuscolo del lavoro. Il tema può apparire tecnico, ma la finanza pubblica rispecchia questioni di potere. Come viene organizzata la società in un mondo in cui le macchine generano la maggior parte della produzione economica e alcune dozzine di tecno-miliardari decidono quale quota delle risorse mondiali – denaro, energia, minerali – destinare a espandere ulteriormente l’intelligenza sovrumana?
Come adattare le tasse all’epoca dell’intelligenza artificiale
La ricerca propone di affrontare la transizione a un mondo dell’Ia in due fasi. Nella prima, quella del crepuscolo del lavoro, si ipotizza di spostare il peso fiscale dal lavoro ai consumi. Nella seconda fase, quella in cui si ipotizza l’ulteriore crescita dell’automazione, il principale pilastro diventerebbe la tassazione del capitale e degli utili delle aziende.
Accanto a questo, il punto è quello di spostare l’attenzione su chi svolge il lavoro. Da qui le proposte di tassare i token (le unità minime in cui i modelli linguistici come Gpt o Gemini scompongono il testo per elaborarlo) e prevedere nuovi strumenti fiscali per le potenze di calcolo. Banalizzando, così come il bollo auto è legato alla cilindrata del veicolo, allo stesso modo chi dispone dei sistemi più potenti dovrà contribuire di più.
Le tasse dovranno ricadere non solo sulla produzione, ma sul servizio che l’intelligenza artificiale genera. Se, ad esempio, oggi un consulente del lavoro paga le tasse sulle prestazioni che eroga a un’azienda, allo stesso modo dovrà essere tassata anche la prestazione di un futuro consulente IA, separatamente dal “motore” che l’ha generato.
Pre-distribuzione della ricchezza: la sfida fiscale nell’era dell’IA
Ma c’è un limite che rende questi strumenti corretti ma potenzialmente non sufficienti. In un sistema tradizionale lo Stato interviene con le tasse per garantire servizi e ridurre le disuguaglianze, a valle della produzione della ricchezza. Ma, se nell’era dell’intelligenza artificiale si rischia che pochissimi concentrino sempre più risorse, non basta redistribuire: occorre pre-distribuire. Intervenire cioè prima che le disuguaglianze diventino insostenibili e inscalfibili dai decisori pubblici.
Nello studio citato dal Guardian, si prevede la possibilità di far entrare – per legge – fondi sovrani dei singoli Paesi nel capitale delle aziende di intelligenza artificiale per riceverne i dividendi, assieme a tassazioni molto elevate sugli extraprofitti annuali delle stesse aziende. Ma la ricerca si sposta fino ad arrivare a un’ipotesi di «azionariato popolare di base», in cui ogni cittadino possa ricevere una parte della ricchezza creata dall’intelligenza artificiale: un’evoluzione del reddito di base universale di cui si discute da anni.
In Italia il filosofo Maurizio Ferraris ha sviluppato una proposta analoga in Comunismo digitale : trasformare i dati prodotti dagli utenti sul web in un patrimonio collettivo, redistribuendo i proventi in servizi pubblici invece che in profitti privati.
Il nodo della tassazione globale sui profitti delle grandi multinazionali
Il nodo è che i sistemi fiscali sono nazionali, mentre le aziende sono globali, sradicate dai sistemi normativi nazionali e in grado di scegliersi spesso il sistema di tassazione più conveniente. La discussione su una global minimum tax – un’aliquota minima sui profitti delle grandi multinazionali, vigente nei Paesi aderenti per impedire la corsa al ribasso fiscale – ritorna al centro del dibattito.
La proposta è stata bloccata dagli Stati Uniti sotto Trump, in nome di una nuova corsa alla competizione globale che parte dalla difesa della sovranità tecnologica. I tempi attuali sono difficili, ma servono soggetti pubblici che abbiano dimensioni tali da poter spingere i grandi conglomerati a decisioni di questa natura. Dall’altra parte, servono azioni collettive globali capaci di intaccare il capitale reputazionale di questi soggetti.
Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, le tasse possono salvaguardare il lavoro umano
Poi c’è un tema legato a come continuare a dare valore al lavoro ai tempi in cui questo rischia di diventare sempre meno centrale. I sistemi fiscali possono fare qualcosa. Dopo decenni in cui gli incentivi e le detassazioni – ad esempio Industria 4.0 in Italia – premiavano le imprese che investivano in macchinari e digitalizzazione per favorire la competitività, il punto andrà invertito. Si dovranno trovare sistemi che incentivino chi sceglie di salvaguardare il lavoro umano, di promuoverlo, di garantirne la continuità e la presenza umana di molti processi.
Riconoscere il lavoro, proteggerne il senso e il suo valore anche in tempi in cui sembra messo in discussione è una scelta politica su quale tipo di economia si vuole costruire. Il segretario generale dell’Onu António Guterres l’ha formulata così lo scorso 19 febbraio all’Ai Impact Summit di Nuova Delhi: «Abbiamo bisogno di guardrail che preservino l’agency umana, la supervisione umana e la responsabilità umana». Il futuro dell’intelligenza artificiale «non può essere deciso da una manciata di Paesi o lasciato ai capricci di qualche miliardario». Una scelta che i decisori pubblici devono affrontare con urgenza.




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