Se anziché l’aria condizionata usassimo le tecniche antiche del deserto

I Paesi del Golfo hanno le emissioni pro capite più alte, eppure bastavano torri del vento e canali a gravità per climatizzare senza energia

Elisabetta Norzi
Una torre del vento nel quartiere storico di Al Fahidi, a Dubai © Elisabetta Norzi
Elisabetta Norzi
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In breve

  • I Paesi del Golfo Persico hanno le emissioni di CO2 pro capite più alte del mondo: il Qatar registra 38,84 tonnellate l’anno, quasi otto volte la media italiana.
  • Le torri del vento persiane (badgir) intercettano l’aria fresca in quota e la convogliano nelle case, mentre i canali sotterranei Falaj portano l’acqua a gravità, senza pompe né elettricità.
  • Studi come Foster + Partners reinterpretano le tecniche di raffreddamento naturale del deserto: a Masdar City una torre moderna abbassa la temperatura di 10 gradi senza fossili.

I Paesi del Golfo Persico registrano le emissioni di CO2 pro capite più alte del Pianeta. È il risultato di un modello di sviluppo basato sulla disponibilità (quasi) illimitata di idrocarburi. Da un lato l’aria condizionata tutto l’anno per metropoli costruite in mezzo al deserto. Dall’altro la desalinizzazione industriale per garantire acqua potabile a una popolazione in costante aumento.

Secondo l’indice globale di World Economics, che mappa l’impronta ambientale delle nazioni, i Paesi del Golfo guidano la classifica. Il Qatar è al primo posto assoluto (con 38,84 tonnellate di emissioni pro capite annue), seguito da Bahrain (23,27 t), Arabia Saudita (22,13 t), Emirati Arabi Uniti (21,55 t), Kuwait (20,51 t) e Oman (15,55 t). Per avere un’idea della portata di questi numeri, la media globale è di 4,5 tonnellate pro capite, mentre l’Italia registra circa 5,1 tonnellate per abitante. Un singolo cittadino del Qatar, insomma, emette fino a sette volte rispetto a un cittadino italiano. Un trend insostenibile in una delle aree geografiche più colpite al mondo da stress idrico e desertificazione (un concetto che indica degrado del suolo, non solo l’avanzata del deserto).

Il costo energetico di aria condizionata e desalinizzazione

Parliamo di aree che ricevono tra i 50 e 130 mm di pioggia all’anno e dove le temperature raggiungono anche i 50 gradi durante l’estate. In una città come Dubai, l’aria condizionata assorbe fino al 70% dell’elettricità tra giugno e settembre. I dissalatori, per garantire l’acqua potabile, consumano circa 16,8 milioni di kilowattora di elettricità al giorno. Una quantità paragonabile al consumo elettrico quotidiano di una città europea di 500mila abitanti.

Eppure, prima che vetro e cemento trasformassero le cittadine del Golfo in metropoli, non era così. I sistemi di raffreddamento dell’aria, di raccolta e distribuzione della poca acqua disponibile avevano un costo energetico e ambientale pari a zero.

Le torri del vento persiane, aria condizionata ante litteram

Bâdgir in Iran, Barjeel negli Emirati Arabi. Sono le torri del vento, un’architettura tradizionale persiana. Si è sviluppata a partire dal Medioevo ed è arrivata poi sull’altra sponda del Golfo Persico, a Dubai, con i mercanti iraniani intorno al XIX secolo. Aria condizionata ante litteram, si tratta di sistemi passivi di raffreddamento dell’aria che sfruttano il vento. Si vedono ancora nella città vecchia di Dubai, intorno al Creek – l’insenatura di mare che entra nel deserto dove è sorta la città – e in diverse città iraniane. La più nota è Yazd (patrimonio Unesco) che ne ha oltre 700. Ma anche Bandar Abbas, Bushehr e l’isola di Qeshm, proprio di fronte alla costa degli Emirati Arabi. Città passate oggi alla cronaca per la guerra che si sta combattendo intorno allo Stretto di Hormuz.

Il loro funzionamento sfrutta leggi fisiche semplici. La torre intercetta le correnti d’aria più fresche d’alta quota (arrivano a una quindicina di metri di altezza, che nel deserto fanno tutta la differenza rispetto al suolo) attraverso ampie feritoie orientate verso i venti dominanti. Le convoglia verso il basso all’interno delle abitazioni. Quando il vento manca, si attiva il cosiddetto “effetto camino” e la torre continua a funzionare. L’aria interna, surriscaldata dalle persone o dal calore del sole sui muri, è più leggera: sale e viene espulsa dalle feritoie superiori. Questo crea una pressione negativa che aspira aria fresca dai cortili in ombra – ogni abitazione ne aveva uno.

Nelle zone più torride dell’Iran, come Yazd appunto, le torri del vento venivano collegate ai Qanat, canali idrici sotterranei. L’aria catturata dalla torre veniva convogliata nel sottosuolo, dove scorreva sopra l’acqua fredda del canale. L’aria calda faceva così evaporare una frazione d’acqua. Questo processo assorbiva il calore dell’aria, abbassando la temperatura anche di 10-15 gradi e umidificandola, prima di immetterla nelle stanze delle abitazioni. Negli Emirati, invece, dove i canali sotterranei non ci sono, si mettevano stracci bagnati o anfore d’acqua alla base della torre.

Abra, il traghetto tradizionale del Dubai Creek, con le torri del vento della città vecchia sullo sfondo
Un abra attraversa il Dubai Creek, alle spalle lo skyline di Bur Dubai con le sue torri del vento © Elisabetta Norzi

La bioedilizia moderna che reinterpreta le torri del vento

Oggi le torri del vento sono attrazioni turistiche e un patrimonio storico da studiare – a Dubai portano in visita anche le scolaresche. Ma la fisica passiva di queste antiche opere d’ingegneria è stata riproposta da alcuni grandi studi di architettura internazionali. Una soluzione per ridurre le emissioni delle metropoli del deserto. Un esempio è la Wind Tower di Masdar City, la città a zero emissioni alle porte di Abu Dhabi. Qui ha sede anche l’Irena, l’Agenzia Internazionale per le energie rinnovabili. Progettata dallo studio Foster + Partners, questa torre in acciaio alta 45 metri sfrutta gli stessi principi fisici delle sue antenate. Deflettori automatici alla sommità catturano le correnti d’aria e le convogliano verso una piazza pedonale. Qui speciali nebulizzatori d’acqua rinfrescano l’ambiente, abbassando la temperatura percepita all’aperto fino a 10 gradi. Senza ricorrere a combustibili fossili.

Un altro esempio sono le Al Bahar Towers di Abu Dhabi. Ospitano perlopiù uffici e rappresentano perfettamente l’evoluzione moderna della climatizzazione passiva del deserto. Gli architetti hanno ripreso il concetto della mashrabiya (le tipiche grate in legno mediorientali arabescate che facevano passare il vento bloccando il sole). Lo hanno trasformato in una facciata computerizzata cinetica. Oltre 2mila ombrelli geometrici in fibra di vetro si aprono e si chiudono automaticamente seguendo il movimento del sole. Il risultato? Una riduzione dell’apporto di calore del 50%, permettendo di diminuire drasticamente l’uso dell’aria condizionata.

Le Al Bahar Towers di Abu Dhabi con la facciata a mashrabiya per il raffreddamento passivo
Le Al Bahar Towers di Abu Dhabi, la facciata cinetica ispirata alla mashrabiya araba © frantic00/iStockphoto

Opere molto costose, sì, ma la crisi climatica impone di rivedere l’impianto urbanistico delle nostre città. È un dibattito aperto, di cui si parla anche alle Cop, le Conferenze internazionali sul clima. «L’architettura consiste nel rispondere a un luogo: al suo clima, alla sua luce, ai suoi materiali. Significa lavorare con ciò che c’è già», ripete da anni il premio Pritzker Glenn Murcutt. Figura di riferimento mondiale della bioedilizia, sostiene da sempre che l’aria condizionata rappresenti il sintomo di un’architettura fallimentare. Incapace, cioè, di rispondere al clima naturale del luogo.

Il sistema dei Falaj, i canali che portano acqua a gravità

Il sistema si chiama Falaj (Aflaj al plurale) ed è un’incredibile rete di canali millenaria. È riconosciuta come Patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco sia negli Emirati Arabi che in Oman. Questi canali trasportano l’acqua dalle montagne, sfruttando unicamente la forza di gravità, a consumo energetico zero. Recenti scavi archeologici hanno dimostrato che proprio questi sono i canali sotterranei a gravità più antichi del mondo, risalenti all’età del bronzo.

Nelle oasi di Al Ain, città emiratina non distante da Abu Dhabi, e in tutto l’Oman, l’acqua non si trova in pieno deserto, ma nasce ai piedi dei monti Hajar. Sono quindi state scavate gallerie sotterranee orizzontali lunghe chilometri, partendo dalle falde montane. L’acqua scorreva da sola fino ai villaggi in pianura grazie a una leggerissima pendenza costante, senza bisogno di pompe. L’acqua, sottoterra, rimaneva fresca e protetta dall’evaporazione del sole del deserto. Solo una volta arrivata all’oasi la condotta emergeva in superficie, dividendosi in canali all’aria aperta per irrigare i palmeti e le coltivazioni.

Vasche e canali d'acqua di un sistema Falaj tra le palme di un'oasi
I canali di un sistema Falaj alimentano le vasche d’acqua di un’oasi © Elisabetta Norzi

La gestione democratica dell’acqua del Falaj

Ma la particolarità di questo sistema è anche un’altra: l’acqua del Falaj non è mai stata una proprietà privata, commercializzabile. È da sempre, perché il sistema funziona ancora oggi, un bene comune, amministrato da un delegato comunitario: il Wakil. Un concetto democratico dell’uso dell’acqua, insomma, che ha resistito alla modernizzazione.

La ripartizione dell’acqua non è a volume, ma a tempo. Attraverso un calendario e una griglia di turnazione (il dawran), ogni contadino ha diritto a un preciso blocco temporale per deviare il flusso del canale verso il proprio campo. Il tempo viene conteggiato in athar, un’unità di misura tradizionale che corrisponde a trenta minuti di scorrimento continuo. Una volta il calcolo veniva fatto con le meridiane di giorno e gli astri di notte. Oggi si usano orologi digitali e smartphone. Ma la struttura dei turni è rimasta identica. Quando scatta l’ora, il contadino va fisicamente al punto di snodo del canale e, in modo manuale, sposta pietre, fango o sacchi di iuta per sbarrare il condotto principale e indirizzare l’acqua verso la propria canalizzazione privata. Allo scadere del tempo, il suo vicino farà lo stesso. In questo modo nessuno può accumulare acqua o sottrarla agli altri. Se la falda cala a causa della siccità, il razionamento colpisce tutti in modo proporzionale.

Nonostante la modernizzazione, i grattacieli, la ricchezza derivata da gas e petrolio, in Oman ci sono ancora oltre 3mila sistemi aflaj attivi. Forniscono tra il 30% e il 50% di tutta l’acqua utilizzata nel Paese, irrigando oltre 17mila ettari di colture. Negli Emirati ne sopravvivono una trentina.

La Terra entra in una «zona di pericolo» e si trova in «acque inesplorate», ha ammonito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. La fantascienza mescola da sempre passato e futuro per immaginare i mondi di domani. La chiave per sopravvivere a un Pianeta surriscaldato forse si può trovare più facilmente di quanto si immagini. Guardandosi indietro.

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