Trump sceglie la Climatexit, ma per un dietrofront basterebbe poco

Gli Stati Uniti si tirano indietro dal multilateralismo climatico. Un gesto politico pesante che rischia di rallentare la transizione, ma non definitivo

Donald Trump ha scelto l’isolazionismo climatico. In un colpo solo, poche settimane fa, ha approvato l’abbandono di una serie di organizzazioni internazionali che per anni hanno rappresentato dei pilastri della transizione ecologica ed energetica, della conservazione della biodiversità e della lotta ai cambiamenti climatici.

Sono complessivamente 66 le organizzazioni che il presidente degli Stati Uniti ha deciso di abbandonare. Di queste, 31 sono legate alle Nazioni Unite. Il che imprime un altro duro colpo al già zoppicante multilateralismo globale.

Non è solo Parigi: Trump abbandona il sistema globale sul clima

In particolare, Washington non farà più parte dell’Unione per la conservazione della natura (Uicn), dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena) e del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc). Tutti organismi che, secondo Trump, «non tutelano più gli interessi americani». Poiché promuoverebbero «politiche climatiche radicali». E di conseguenza «agiscono contro la sicurezza, la prosperità economica e la sovranità degli Stati Uniti». Parole, scritte nero su bianco nel decreto che ordina l’uscita, che mostrano una volta di più a che livello si spinga l’insipienza dell’amministrazione di Washington. Neppure i governi più di estrema destra in Europa si sono spinti a tanto. 

Soprattutto, l’isolazionismo climatico voluto da Trump sarà dirompente con l’addio alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Quella Unfccc che, tra le altre cose, si occupa di organizzare le Cop, le Conferenze mondiali sul clima). Concretamente, gli Stati Uniti non saranno più presenti nel solo “luogo” al mondo che permette, dal 1992, di riunire attorno al tavolo dei negoziati il mondo intero. Proprio perché quello climatico è un problema che riguarda tutti e che solo tutti insieme possiamo immaginare di risolvere.

Il mondo va avanti (e Trump potrebbe dover tornare indietro)

Ciò apre però un’ulteriore riflessione, estremamente pratica. In un negoziato, avere una delegazione – per di più di una nazione dal grande peso economico e politico – che rema contro è evidentemente un ostacolo di non poco conto. È possibile perciò che l’assenza della delegazione statunitense dai negoziati delle Cop possa rivelarsi in qualche modo “positiva”, da questo punto di vista. Decisamente negativo, invece, sarà l’impatto economico per le 66 organizzazioni internazionali in questione, che perderanno un finanziatore cruciale. 

Inoltre, resta il problema – centrale – delle emissioni di gas ad effetto serra di quella nazione. La realtà, numeri alla mano, è che basterebbe un G3 (Stati Uniti, Cina e India) per coprire più del 50% delle emissioni globali. E risolvere così la stragrande maggioranza dei problemi. Per fortuna, il passo indietro degli Stati Uniti non sembra aver innescato l’effetto domino più temuto: quello per cui gli altri grandi emettitori si sentono autorizzati a fare lo stesso. La Cina, con il suo nuovo piano quinquennale, continua a orientare investimenti e priorità verso la transizione. Segnale che la partita non si chiude solo perché Washington abbandona il tavolo.

In sintesi: che gli Stati Uniti ci siano, ma senza impegnarsi, o non ci siano per nulla, cambia molto poco ai fini della mitigazione dei cambiamenti climatici. La Climatexit è più di facciata che altro. Se alle elezioni di midterm vincessero i democratici e fosse possibile costringere Trump alle dimissioni attraverso una procedura di impeachment, un altro presidente anche solo vagamente più illuminato e meno ignorante potrebbe rimettere gli Stati Uniti sulla via della decarbonizzazione anche senza far parte formalmente dell’Unfccc. Il futuro di tutti noi è nelle mani degli elettori americani.

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