Vortice polare e ondate di gelo: perché il freddo non smentisce il riscaldamento globale
Il freddo non smentisce il riscaldamento globale: come funziona il vortice polare e perché le ondate di gelo convivono con la crisi climatica
Prendiamo spunto per aprire questo articolo dalla situazione della neve alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. Fino a poche settimane fa la neve scarseggiava, o mancava del tutto. Le competizioni erano comunque garantite, assicuravano dal comitato organizzatore, grazie alla produzione di 2,4 milioni di metri cubi di neve artificiale. Senza considerare, naturalmente, i costi e gli impatti idrici, energetici e ambientali di quella che chiamano “neve programmata”.
Poi la neve è arrivata. E quasi ha dato fastidio, costringendo a lavoro extra per – paradosso dei nostri tempi – rimuovere la neve naturale dalle piste perfettamente preparate. Puntuale, il senatore Claudio Borghi è tornato sui social con uno dei suoi consueti commenti scettici sui cambiamenti climatici, rilanciando dubbi sulle responsabilità antropiche. E ha twittato: «Ma cosa ci fa tutta quella neve sugli alberi attorno alla pista dello speciale a Bormio? Ma non c’era mica il tipo in canottiera per il cambiamento climatico?».
Perché un’ondata di gelo non smentisce la crisi climatica
La neve in montagna, del resto, non dovrebbe nemmeno fare notizia. Sono piuttosto le ondate di gelo in Europa o negli Stati Uniti a riaccendere, puntuali, dichiarazioni superficiali da parte di esponenti politici che trasformano episodi meteorologici in argomenti contro i cambiamenti climatici. A Capodanno Donald Trump aveva twittato: «La costa est degli Stati Uniti è investita da un’ondata di gelo e questo potrebbe essere il Capodanno più freddo mai registrato. Potremmo usare un po’ di quel buon vecchio Riscaldamento Globale che il nostro Paese, e non altri, stanno pagando migliaia di miliardi di dollari per proteggerci. Copritevi bene».
Poi, a inizio febbraio, è arrivata una nuova e intensa irruzione di aria fredda negli Stati Uniti, con fiocchi di neve fino in Florida, temperature prossime allo zero a Miami e perfino a Cuba. Ed ecco di nuovo lo scatenarsi di affermazioni negazioniste da parte di vari esponenti politici, come se ogni episodio di freddo intenso potesse diventare la “prova” che il riscaldamento globale non esiste.
Si ripete così il consueto corto circuito comunicativo: meteo e clima vengono confusi, il singolo evento contrapposto alla tendenza di lungo periodo, l’eccezione spacciata per smentita della regola. Eppure la realtà scientifica è chiara: il freddo estremo non solo è compatibile con un Pianeta che si riscalda, ma in alcuni casi può esserne una conseguenza indiretta, attraverso alterazioni della circolazione atmosferica e dinamiche più instabili di quello che i meteorologi chiamano vortice polare.
Tempo e clima sono due cose diverse
Il clima è ciò che ci si aspetta in base al passato, il tempo è ciò che ci tocca ogni giorno. Il clima ti dice quali abiti tenere nell’armadio, il tempo ti dice quali indossare. Sono questi i più semplici e classici esempi usati per distinguere tra tempo e clima. Il clima cambia lentamente: è sempre cambiato, anche in passato, ma di solito su scale temporali più lunghe di una vita umana. Il tempo, invece, cambia ogni giorno.
Oggi però il clima sta cambiando più in fretta: il Pianeta si scalda, mutano i regimi delle piogge e, naturalmente, anche la frequenza e l’intensità delle ondate di gelo e neve. Questo non significa che siano saltate tutte le regole di base. D’inverno continua a fare più freddo che d’estate, al Polo Nord è più freddo che all’Equatore e – salvo eccezioni come le inversioni termiche – in montagna fa più freddo e nevica più facilmente che in pianura.
Insomma, una singola nevicata o un’ondata di gelo non smentiscono un processo di riscaldamento inequivocabile nelle medie di medio-lungo periodo. Anzi: alcuni elementi indicano che, in un clima più caldo e segnato da eventi estremi più frequenti, gli estremi freddi non spariscono e, in certe condizioni, possono persino accentuarsi.
Cos’è il vortice polare (e cosa non è)
Il vortice polare è una vasta area di bassa pressione semipermanente che si forma alle alte quote dell’atmosfera, più precisamente nella stratosfera, oltre i 12-13 chilometri di altitudine alle medie latitudini, sopra il Polo Nord. Durante la stagione fredda è presente quasi costantemente su una regione molto ampia, con un diametro di migliaia di chilometri. Il suo centro si colloca in genere in prossimità del Polo Nord, ma la sua influenza si estende fino alle medie latitudini.
Come accennato, si sviluppa soprattutto nella stratosfera, al di sopra della troposfera – lo strato di atmosfera che va dal suolo fino a circa 10-12 chilometri di quota, dove si formano le nubi e si verificano i fenomeni meteorologici. Sopra le regioni polari la stratosfera può iniziare anche più in basso, intorno ai 7-8 chilometri. In quest’area si organizza una vasta circolazione di aria molto fredda, chiamata appunto vortice polare. Si distingue un vortice stratosferico, più in quota, e un vortice troposferico, più vicino al suolo e quindi più direttamente collegato al tempo atmosferico che osserviamo.
Se lo si osservasse dall’alto del Polo Nord, apparirebbe come un movimento circolare antiorario, non perfettamente rotondo, ma ondulato. Quando è compatto risulta più stabile; quando invece è più ondulato può favorire irruzioni di aria fredda verso sud, fino a interessare il Nord America o l’Europa. Un sistema analogo esiste anche sopra il Polo Sud, dove prende il nome di vortice antartico.
Come circola l’aria fredda tra Polo Nord e medie latitudini
Le dinamiche in gioco sono molte e possono diventare tecnicamente complesse. Per i nostri scopi basta sapere che il vortice polare funziona come una sorta di “contenitore” dell’aria gelida che, in determinate condizioni, può scivolare verso le medie latitudini.
Quando il vortice è compatto e centrato sul Polo Nord, in Europa prevale più facilmente una circolazione zonale, cioè da ovest, con il passaggio di perturbazioni atlantiche accompagnate da aria relativamente mite o con la presenza di anticicloni subtropicali. Negli Stati Uniti si osservano configurazioni simili, pur influenzate anche dalle dinamiche del Pacifico.
In altri casi, però, il vortice può ondularsi o addirittura suddividersi in più lobi – un evento noto come “split”, soprattutto in ambito stratosferico – favorendo la discesa di masse d’aria molto fredde verso il Nord America o l’Europa centro-meridionale. Alcuni studi suggeriscono che determinate condizioni possano aumentare la probabilità di queste ondulazioni; il possibile legame con i cambiamenti climatici è tuttora oggetto di ricerca e dibattito scientifico.

Perché il vortice polare si indebolisce e si deforma
Il vortice polare può cambiare forma per diversi motivi. Anzitutto può essere disturbato dalle grandi onde planetarie, dette onde di Rossby. All’interno delle correnti mediamente occidentali che scorrono alle medie latitudini possono infatti generarsi marcate ondulazioni del flusso zonale, dovute ai grandi scambi di calore tra Equatore e Poli, tra continenti e oceani, e ulteriormente complicate dalla presenza delle catene montuose. Queste onde possono propagarsi verso la stratosfera e indebolire la circolazione zonale del vortice polare.
Uno dei fenomeni più studiati dai meteorologi è poi il cosiddetto riscaldamento stratosferico improvviso (SSW, sudden stratospheric warming). Può accadere infatti che, per cause ancora oggetto di ricerca, si verifichi un rapido aumento delle temperature in alta quota – oltre la tropopausa, tra gli 8 e i 12 chilometri a seconda di stagione e latitudine – accompagnato dall’inversione dei venti dominanti in stratosfera. In queste condizioni il vortice polare può spostarsi (displacement) oppure dividersi in due lobi (split).
Più energia nel sistema, più instabilità
Le conseguenze non sono sempre le stesse e variano da episodio a episodio. In genere, però, aumenta la probabilità di irruzioni fredde persistenti alle medie latitudini nelle settimane successive.
Il riscaldamento stratosferico è attentamente monitorato tramite satelliti, radiosonde e strumenti specializzati come i LIDAR, ed è in genere ben individuato e previsto. Ciò che resta incerto è dove finirà l’aria artica gelida in caso di spostamento o divisione del vortice. Venendo alla situazione del 2026, il vortice polare ha portato in diverse occasioni aria fredda sul Nord America, senza invece provocare irruzioni significative in Europa.
Stabilire un legame diretto con il riscaldamento globale è complesso. Alcune evidenze indicano una possibile connessione con l’amplificazione artica, il processo per cui l’Artico si sta scaldando molto più rapidamente della media globale. Questo riduce il gradiente termico tra Polo e medie latitudini, indebolendo e rendendo più ondulata la corrente a getto. Una jet stream meno tesa può favorire blocchi atmosferici e discese di aria fredda verso sud. Il legame non è automatico né definitivo, ma alcune evidenze scientifiche vanno in questa direzione.
Va infine ricordato che non ogni episodio di gelo alle medie latitudini è riconducibile a disturbi del vortice stratosferico: le irruzioni fredde possono dipendere anche da configurazioni troposferiche indipendenti dal polar vortex. In ogni caso, una cosa è chiara: il riscaldamento globale non elimina il freddo, ne altera la dinamica. Ed è proprio questa maggiore instabilità a rendere compatibili ondate di gelo intense con un Pianeta che, nel suo insieme, continua a scaldarsi.
Il vero equivoco: freddo locale contro riscaldamento globale
Un’ondata di gelo interessa una certa area per giorni o settimane; il riscaldamento globale riguarda l’intero Pianeta su scale di decenni. Dire che un episodio di freddo nega i cambiamenti climatici antropici è come sostenere che gli uccelli smentiscano la forza di gravità.
Va ricordato, infatti, che con i cambiamenti climatici il freddo non scompare: pur essendo in media attenuato dal riscaldamento globale, può redistribuirsi. In particolari configurazioni della circolazione atmosferica, masse d’aria artica possono spostarsi dal Polo Nord verso le medie latitudini. E il sistema climatico non è lineare: più energia nel sistema può significare maggiore instabilità e più eventi estremi, anche sotto forma di gelo e neve.
Usare una nevicata per negare una tendenza climatica globale significa fare cherry picking, selezionare i dati a proprio comodo: una classica fallacia logica. La scienza del clima non si fa con i tweet né con gli slogan politici. La climatologia si basa su serie osservative di lungo periodo, medie, anomalie e fisica dell’atmosfera. I tweet possono costruire consenso populistico, ma non cambiano le leggi della termodinamica.




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