Dopo la Cop30: la fotografia del mondo che porto con me
Dopo la Cop30 di Belém, un racconto personale tra Amazzonia, popoli indigeni, lobby fossili e la fotografia di un mondo in bilico
La trentesima Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici di Belém, in Brasile, si è conclusa fuori tempo massimo. La plenaria finale, che il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva aveva auspicato già per giovedì 20 novembre, è slittata al pomeriggio di sabato 22, quando molti osservatori, delegati e giornalisti erano già rientrati nei propri Paesi.
Comunque la si voglia giudicare – successo, fallimento, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto – la Cop30 resterà, a suo modo, tra le Cop destinate a lasciare il segno.
Chi scrive ha partecipato finora a dieci Conferenze delle Parti. La prima è stata la tanto attesa, ma fallimentare, Cop15 di Copenaghen del 2009. Quelle che mi hanno segnato di più sono state proprio la Cop15 di Copenaghen, per la frattura tra politica e società civile dopo grandi aspettative; la Cop16 di Cancun, per l’inattesa rinascita del processo negoziale; la Cop21 di Parigi, per il noto Accordo sul clima; la Cop25 di Madrid, per la presenza di Greta Thunberg; e la Cop26 di Glasgow, Cop di grandi attese e di parziale delusione, ma anche di ripresa dopo il lockdown e la pandemia da Covid-19.
Se dovessi trovare un motivo per ricordare la Cop30, potrei definirla la Cop dell’Amazzonia e dei popoli indigeni e, allo stesso tempo, la Cop delle grandi attese tradite, dove i “dinosauri” dei combustibili fossili hanno avuto la meglio su chi sperava in un vero addio a petrolio, gas e carbone. Volendo trovarle uno slogan, come accaduto per altre Cop, potrei coniarne questi: «Cop30 di Belém: Voices of the Forest, Silence on Fossils» oppure «Cop30: l’Amazzonia parla, i fossili comandano».
Popoli indigeni protagonisti alla Cop30: dalla protesta alla pressione politica
È stata senz’altro la Cop della pressione indigena come forza politica e morale, capace di incidere sul dibattito. Oltre 900 i rappresentanti dei popoli indigeni accreditati al sistema Unfccc: un record storico. Come spesso accade, però, più numerosi e alla fine prevalenti sono stati i lobbisti delle compagnie di petrolio, gas e carbone.
Nonostante questo, la pressione indigena si è manifestata fin da martedì 11 novembre, con il tentativo di ingresso nella blue zone da parte di gruppi di nativi non accreditati alla Cop30. A seguire, l’arrivo della flottilla di barche e canoe dal Rio delle Amazzoni e dal mare, con un’altra azione di disturbo venerdì 14, quando – nell’indifferenza delle imponenti forze dell’ordine presenti – è stato bloccato per tutta la mattinata l’accesso a delegati e osservatori. Ho appreso di questa iniziativa tramite le email di servizio della Cop e sono rimasto in attesa presso il mio alloggio nella tranquilla e ospitale Missione in Amazzonia della Chiesa Battista, fuori Belém, a Bevenidos. L’episodio si è risolto senza scontri grazie alla mediazione della presidenza Cop e, secondo molti, ha dato l’impressione di essere stato tollerato – se non addirittura in parte orchestrato – in accordo con importanti esponenti dei governi del Pará e del Brasile.
Infine, la grande manifestazione di sabato, ampia e colorata come non si vedeva dalle Cop25 e Cop26 del 2019 e 2021, e che nelle edizioni successive, ospitate in Paesi meno democratici, era venuta a mancare come reale fattore di pressione. In quella giornata lo schieramento di forze dell’ordine – polizia, polizia militare, esercito e vigili del fuoco militari – ha scoraggiato ogni tentativo di avvicinamento alla blue zone. Fa impressione, e induce a riflettere, vedere in un contesto dove la società civile dovrebbe avere un ruolo centrale militari armati con scudi, cavalli di frisia e barriere di filo spinato.
L’incendio nella Zona Blu: il momento di paura che ha segnato Belém
Un altro fatto senza precedenti ha segnato la Cop30. Nel pomeriggio di giovedì 20 novembre 2025, mentre mi trovavo con alcuni amici nel corridoio della zona delle plenarie, vediamo persone correre all’impazzata. In un primo momento penso alla presenza di qualche autorità, anche se il presidente Lula era ufficialmente già partito. Poi capiamo che sta accadendo qualcosa di serio: temo subito un attentato nell’area ingressi e nei padiglioni, da dove proveniva il flusso. Poco dopo si intuisce che si tratta di un incendio. Non arrivano informazioni, non scatta alcun allarme, e solo in quel momento mi rendo conto che non esistono vere uscite di sicurezza.
Subito iniziamo a correre anche noi. Qualcuno torna indietro, si diffonde la voce che l’incendio sia proprio nella direzione verso cui ci stiamo muovendo. Poi prevalgono calma e razionalità, anche grazie alla formazione fatta in corsi antincendio e di primo soccorso: mi inserisco lentamente nel flusso, ma, una volta all’esterno, mi accorgo che le transenne sono chiuse e non apribili, impedendo l’uscita immediata verso il parco. Si cammina ancora a lungo prima di riuscire a uscire davvero, incanalati in una situazione surreale e ormai potenzialmente pericolosa.
Nessuna vittima, ma molte falle: cosa ha mostrato l’emergenza sicurezza
Si apprenderà solo in seguito che l’incendio ha riguardato il Padiglione dell’Africa Orientale all’interno della Zona Blu. È stata la prima e unica emergenza di questo tipo in trent’anni di Cop all’interno di un’area ONU. Le fiamme, secondo la versione ufficiale, sono state domate in sei minuti, anche se dalle immagini questa rapidità non appare così evidente. Sono intervenuti 56 vigili del fuoco e sono stati utilizzati 244 estintori. Le prime comunicazioni parlano di nessuna vittima e nessun ferito, ma in seguito si apprende che 21 persone sono state assistite per inalazione di fumo. Le immagini diffuse successivamente mostrano persone all’aperto, ma ancora all’interno dell’area transennata, costrette a scavalcare le barriere o a usare scale precarie. Difficile crederlo in un’area gestita dall’Onu. Viste le condizioni, è quasi un miracolo che non ci siano state vittime o feriti gravi.
La Zona Blu è rimasta chiusa fino a sera. Il venerdì non me la sono sentita di rientrare, mentre il sabato sono tornato, anche per la plenaria finale.
L’incendio come metafora: un vertice in fiamme su un Pianeta in fiamme
È spontaneo pensarlo, e molti commentatori lo hanno scritto: un incendio durante un vertice sul clima suona come una metafora. Così come alla Cop30 mancavano un piano di emergenza e uscite di sicurezza, anche la Terra in fiamme non ha un piano adeguato per spegnere il fuoco dei combustibili fossili. Non esistono vere vie di fuga: siamo tutti intrappolati. Non c’è un punto di raccolta: non possiamo scappare su Marte o sulla Luna.
L’incendio del padiglione africano non è solo un incidente, è il simbolo della fragilità del sistema. Un luogo nato per discutere la crisi climatica che prende fuoco è un’immagine potente. E richiama l’Africa, già oggi colpita duramente dal riscaldamento globale. Mi torna in mente una frase forte e controversa pronunciata alla Cop15 di Copenaghen da una delegata africana, che disse che l’Occidente, con il fallimento di quella conferenza, avrebbe condannato l’Africa all’“olocausto del riscaldamento globale”. Ne seguirono aspre polemiche.
Giusta transizione e Global Mutirão: promesse sociali senza vera svolta climatica
Quanto ai risultati, provando a cogliere qualche elemento positivo della Cop30, va riconosciuto che è stata tracciata una linea di indirizzo sulla “Just Transition”. Non a caso, tra i promotori del documento che prova a mettere l’equità sociale al centro della transizione energetica figurano gli Emirati Arabi Uniti. Una transizione improvvisa e disordinata può avere conseguenze sociali e geopolitiche drammatiche. Uscire da petrolio, gas e carbone è necessario, ma può tradursi in uno shock sociale per i lavoratori e produrre effetti imprevedibili sulla stabilità di Paesi come, appunto, gli Emirati Arabi.
La giusta transizione deve tenere conto dei diritti dei lavoratori, dei giovani, delle comunità locali e indigene, e questi diritti devono essere riconosciuti esplicitamente. Ogni Paese può seguire strade diverse per attuare la Just Transition. Resta però un paradosso evidente: mentre si parla di “giusta transizione”, sembra svanire proprio la transizione. Senza un vero phase-out dei combustibili fossili, tutto rischia di restare sulla carta.
Phase-out assente: il grande rimosso dell’accordo finale di Belém
Nel documento principale della Cop30, il “Global Mutirão”, ogni riferimento all’abbandono di petrolio, gas e carbone è infatti scomparso. Si celebrano i dieci anni dell’Accordo di Parigi, nascono due nuovi meccanismi – il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1,5 gradi centigradi – e si parla di aumento della finanza climatica per sostenere i Paesi in via di sviluppo, con l’obiettivo di raccogliere fino a 1,3 trilioni di dollari l’anno entro il 2035. Vengono inoltre confermati i target dell’Ipcc: riduzione delle emissioni del 43% entro il 2030, del 60% entro il 2035, e neutralità climatica entro il 2050.
Eppure, di petrolio, gas e carbone non c’è traccia. A frenare questo passo sono stati, ancora una volta, i Paesi produttori di combustibili fossili. Ma ha pesato anche l’atteggiamento ambiguo dell’Unione europea, apparsa meno compatta di quanto sarebbe necessario. La Colombia ha presentato un documento ambizioso sull’uscita dai fossili: lo hanno firmato 82 Paesi, mentre due soli Stati dell’UE hanno scelto di non aderire, la Polonia e l’Italia. È un peccato che in questa edizione non si sia svolto il tradizionale contest “Fossil of the Day”, in cui le ong ambientaliste “premiavano” lo Stato più ostruzionista nei negoziati: l’Italia sarebbe stata in forte competizione, non solo per il titolo di “fossile del giorno”, ma anche per quello dell’intera Cop.
Oltre le Cop: società civile, movimenti e alternative che provano a colmare il vuoto
Lo si dice da anni: il sistema decisionale delle Cop va cambiato. Il metodo del consenso non funziona, perché un solo Paese può bloccare tutto. Nemmeno il principio di maggioranza è una soluzione perfetta, come mostrano gli esiti di molte elezioni negli ultimi anni. Serve altro, forse ancora da inventare o da affinare. Serve un sistema decisionale davvero partecipato, inclusivo e allo stesso tempo snello. Alcuni esempi esistono: i metodi decisionali dei popoli indigeni, l’Indaba che fu determinante a Parigi nel 2015, o il Talanoa della Cop23 a Bonn.
Le Cop, da semplici eventi negoziali, si sono trasformate in grandi eventi, come una fiera o un Expo. Abolirle, però, non risolverebbe un problema globale che richiede, al contrario, una risposta e una governance globali.
Nel frattempo, quando le Cop non riescono a fornire risposte, altri attori provano a colmare il vuoto. A Copenaghen si confidava nella società civile, negli slogan «se il clima fosse una banca sarebbe già stato salvato» e «change the system, not the climate». I movimenti sembravano una speranza concreta, poi si sono affievoliti, per tornare con forza con i Fridays for Future e Greta Thunberg nel 2019. Oggi, dopo un periodo di silenzio, sembrano tornare protagonisti. La stessa Greta Thunberg era a Belém, ma con la società civile, in strada, non all’interno della Cop. La sua presenza è stata in gran parte ignorata dai grandi media.
Un altro segnale di speranza è arrivato dalla Colombia, che ha annunciato la prima conferenza mondiale sul phase-out dei combustibili fossili. L’appuntamento è per il 25 e 26 aprile 2026 a Santa Marta. Chissà se, nel giorno della Liberazione dell’Italia dal fascismo, riusciremo anche a liberarci della dittatura delle fonti fossili.
Luca Lombroso è meteorologo previsore e divulgatore ambientale. Ha una rubrica mensile su Chicxulub, la newsletter di Valori.it dedicata alla crisi climatica.




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