Fast consumption: perché compriamo così tanto e dove finiscono i vestiti
Perché compriamo così tanti vestiti? Dal decluttering al second hand, cosa succede davvero agli abiti nella filiera globale della moda
La moda non è solo stile. È una filiera globale che parte dalle fibre – naturali o sintetiche –, attraversa fabbriche e intermediari, si nutre di marketing e velocità e finisce nei nostri armadi sempre più pieni.
Dietro ogni capo si muove un sistema complesso: impatti ambientali, lavoro invisibile, logistica accelerata, sovrapproduzione e consumo continuo. Il problema non è soltanto la fast fashion, ma il modello che la rende possibile.
Gli articoli che compongono il dossier:
- Fibre tessili e impatto ambientale: da dove inizia la moda
Poliestere, cotone, viscosa: dietro le fibre tessili si nasconde un modello fossile e iperproduttivo. Un viaggio nei materiali che vestono il mondo - Nelle fabbriche della moda: chimica, acqua e lavoro invisibile
Cosa succede davvero nelle fabbriche della moda: chimica dei tessuti, acqua contaminata e lavoro invisibile - Dentro la moda globale: intermediari, marketing e trasparenza
Tra brand e fabbriche esiste una rete invisibile di intermediari, marketing e logistica. Così la moda frammenta la produzione e diluisce le responsabilità - Fast consumption: perché compriamo così tanto e dove finiscono i vestiti
Perché compriamo così tanti vestiti? Dal decluttering al second hand, cosa succede davvero agli abiti nella filiera globale della moda - Dentro l’armadio dei lettori di Valori
Un sondaggio tra i lettori di Valori racconta abitudini di acquisto, percezione della sostenibilità e cosa succede ai vestiti che non si usano più
Negli ultimi decenni, l’abbigliamento è passato dall’essere un bene relativamente durevole a un prodotto a rotazione rapida. Le collezioni si sono moltiplicate, le stagioni si sono accorciate. Non è un cambiamento culturale spontaneo, ma il risultato di una precisa organizzazione del mercato. La velocità della fast fashion non sta solo nella produzione, ma anche nei tempi con cui i capi entrano ed escono dalle nostre vite. Il modello industriale della moda contemporanea si regge su una promessa implicita: la possibilità di acquistare spesso, a poco prezzo, senza conseguenze. Almeno in apparenza.
Trend e micro-stagioni: quando il consumo di abiti diventa virale
La velocità del consumo di abiti nasce dai prezzi bassi, ma non solo. La scarsa qualità dei capi rende la riparazione difficile e non vantaggiosa economicamente: si butta e via e si ricompra così da avere vestiti sempre nuovi e in linea con le ultime tendenze. In un ecosistema che combina trend rapidi, micro-stagioni e un flusso continuo di stimoli.
I social media, poi, hanno trasformato l’abbigliamento in contenuto: non si comprano capi per vestirsi ma per mostrarli, partecipando a una conversazione. Try on haul e outfit del giorno sono pratiche che rendono l’abbigliamento un prodotto di consumo il cui valore risiede nella novità. Così, i capi smettono di essere desiderabili molto prima di diventare inutilizzabili.
Il risultato è un aumento costante dei volumi acquistati e una riduzione drastica del tempo di utilizzo di ciascun indumento. Tra il 2000 e il 2015 la produzione globale di abbigliamento è raddoppiata, mentre il numero medio di volte in cui un capo viene indossato è diminuito del 36%, secondo l’Ellen MacArthur Foundation. Quel che è peggio, il consumo eccessivo di abiti non è percepito come un problema, perché si diluisce in una sequenza di gesti piccoli e ripetuti che finiscono per sembrare normali.
Decluttering: liberarsi dei vestiti è una soluzione apparente
Quando l’eccesso di consumo diventa accumulo visibile, entra in scena un altro rituale contemporaneo, anch’esso accompagnato da relativi hashtag social: il decluttering. Ovvero liberarsi del superfluo, fare spazio nell’armadio (per poter ricominciare a consumare, ovviamente). Un gesto che viene raccontato come liberatorio, persino virtuoso. Ma cosa succede ai vestiti di cui ci liberiamo?
Una parte viene rivenduta sulle piattaforme di second hand. Un’altra viene donata. Il resto finisce nei circuiti della raccolta tessile o direttamente nello smaltimento. In tutti i casi, l’uscita dall’armadio non coincide con la fine del ciclo del prodotto. Al contrario, apre una nuova fase, spesso ancora più opaca della precedente.
Il decluttering risolve il problema a livello individuale – lo spazio nell’armadio –, ma non mette in discussione la dinamica che ha prodotto l’eccesso. Anzi, può renderla sostenibile sul piano psicologico: se liberarsi è facile, accumulare diventa meno problematico. Non è un caso se anche i principali brand di fast fashion hanno da tempo iniziato a investire su piattaforme proprietarie di compravendita di capi usati. In questo modo, contribuiscono a rendere neutro l’atto di acquistare finendo per incentivarlo.
Second hand e beneficenza: quando il problema si sposta altrove
La crescita del mercato dell’usato e delle donazioni viene presentata come una risposta all’impatto della moda. In parte lo è. Ma non può reggere i volumi generati dalla sovrapproduzione globale.
Una quota significativa degli abiti raccolti nei Paesi del Nord globale non viene rivenduta localmente. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, in Europa circa il 46% dei tessili raccolti separatamente viene esportato fuori dall’Unione, soprattutto verso Paesi dell’Africa e dell’Asia, dove alimenta mercati secondari già saturi. In Ghana, per esempio, gli abiti usati arrivano in quantità tali da superare la capacità di assorbimento del mercato locale. Quelli invenduti diventano rifiuti, scaricati su territori che non hanno tratto beneficio dalla produzione e non hanno strumenti adeguati per gestirne gli scarti.
Anche la beneficenza, paradossalmente, viene messa in difficoltà da questo sistema di consumo eccessivo e rapido. Le organizzazioni che raccolgono capi di abbigliamento usati da distribuire alle persone bisognose, infatti, denunciano da qualche tempo l’eccessiva quantità e la scarsa qualità, oltre alla loro inadeguatezza a rispondere alle reali necessità.
Cosa funziona davvero per ridurre il sovraconsumo nella moda
A complicare il quadro, si aggiunge un dato: ogni anno in Europa il 4-9% dei prodotti tessili invenduti viene distrutto prima ancora di essere indossato. Uno spreco che genera circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Quasi le emissioni nette totali della Svezia nel 2021. Una distorsione che l’Unione europea vuole fermare, vietandola esplicitamente attraverso il regolamento Ecodesign (Espr).
Tuttavia, molte delle soluzioni proposte per rispondere ai problemi creati dalla sovrapproduzione restano parziali. Pensare che il riciclo possa assorbire l’attuale volume di produzione, ad esempio, significa ignorare i limiti materiali del sistema. Ad oggi nel settore tessile le percentuali di riciclo effettivo restano basse, soprattutto a causa della composizione mista dei capi e dei costi tecnologici.
La vera soluzione è anche quella ché né l’industria né gran parte dei consumatori vogliono considerare: produrre meno. A ciò si affianca la necessità di allungare la vita dei capi: aumentare la qualità, rendere conveniente la riparazione e favorire un reale riuso. Nessuna di queste soluzioni è attuabile solo sulla base di scelte individuali. Occorrono regole che intervengano sull’intero ciclo di vita dei prodotti, a partire da una vera trasparenza nella filiera fino al rendere economicamente svantaggioso immettere sul mercato capi progettati per durare poco.
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