La Turchia è ancora la discarica d’Europa
Nel 2025 le importazioni turche di rifiuti di plastica dall'Ue hanno toccato le 503mila tonnellate. Ma il Paese ne ricicla meno di un terzo
In breve
- Nel 2025 la Turchia ha importato 503mila tonnellate di rifiuti di plastica dall’Unione europea, il 19% in più rispetto al 2024.
- Le cifre non coincidono: UN Comtrade parla di 811mila tonnellate per il 2024, la fondazione turca Pagev di 677.700, Eurostat di 424mila.
- Il Paese ricicla appena 200-250mila tonnellate su 600mila importate: il resto finisce disperso, bruciato o smaltito illegalmente.
La Turchia è ancora una volta il Paese che importa la maggiore quantità di rifiuti di plastica dall’Europa. Come riportato da Greenpeace Turchia, nel 2025 queste importazioni hanno raggiunto la cifra record di 503mila tonnellate, superando del 19% il livello dell’anno precedente. Secondo i dati Eurostat, nel 2024 l’Unione europea ha esportato in Turchia oltre 12 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 424mila tonnellate di plastica. Ma questi numeri potrebbero essere persino al ribasso.
Secondo l’UN Comtrade, nel 2024 le importazioni turche di rifiuti di plastica provenienti dall’Unione europea e dal Regno Unito hanno raggiunto circa 811mila tonnellate. Pagev, la fondazione di ricerca e sviluppo del settore turco della plastica, parla invece di 677.700 tonnellate. La mancanza di accordo sulle cifre evidenzia un problema strutturale di trasparenza che inficia anche le possibilità di affrontare correttamente la questione. O, più semplicemente, di determinare i risultati della politica di riciclo della Turchia.
La Turchia non ricicla la plastica che importa né la sua
Il Paese, infatti, non ha ancora le capacità per gestire correttamente la quantità di plastica che importa, né la sua stessa produzione interna che ammonta a 3,3 milioni di tonnellate. Nel complesso, dunque, ha oltre 4 milioni di tonnellate di plastica da smaltire. Come riporta Greenpeace, la maggior parte dei rifiuti plastici urbani viene ancora conferita in discariche regolari o irregolari. A causa di infrastrutture inadeguate, circa 1,6 milioni di tonnellate finiscono ogni anno nell’ambiente. I dati smentiscono anche le affermazioni del ministero dell’Ambiente turco, secondo cui il Paese avrebbe raggiunto un tasso di riciclaggio del 30% per il 2022. La Banca Mondiale indica un tasso dell’11,9% per lo stesso anno.
A questo si aggiungono i rifiuti di plastica importati dall’estero. Secondo gli esperti citati da Greenpeace, a fronte di 600mila tonnellate di rifiuti di plastica importati, la Turchia riesce a ricavare solo 200-250mila tonnellate di materia prima secondaria. Il resto viene disperso nell’ambiente, smaltito illegalmente o bruciato.
Il governo turco vanta i risultati della politica Rifiuti zero
Eppure la Turchia sta facendo del riciclo un elemento chiave della propria narrazione. Dal 2017, il Paese ha lanciato l’iniziativa Rifiuti zero, patrocinata dalla first lady Emine Erdoğan, come la sua politica ambientale di maggiore spicco a livello nazionale e internazionale. L’iniziativa prevede l’espansione dei sistemi di gestione dei rifiuti, l’aumento dei tassi di riciclo, una maggiore sensibilizzazione dei cittadini. Il governo l’ha presentata come un tassello fondamentale dell’azione per il clima, dell’economia circolare e della transizione verde, anche in vista della Cop31 che si terrà ad Antalya a novembre 2026.
Nel settimo anniversario dell’iniziativa, il ministro dell’Ambiente Murat Kurum ha lodato non solo i risultati presumibilmente raggiunti in casa, ma anche il successo all’estero, parlando di una diffusione «in sette Continenti». Il 14 dicembre 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con il patrocinio congiunto di 105 Paesi, ha adottato all’unanimità una risoluzione Rifiuti zero, dichiarando il 30 marzo la Giornata internazionale Rifiuti zero.
Ma, come scrive Greenpeace, l’obiettivo Rifiuti zero si raggiunge riducendo alla fonte la produzione di plastica e bloccando l’importazione di rifiuti da altri Paesi. Tutti aspetti che la Turchia deve ancora affrontare e in cui ha raggiunto, ad oggi, risultati ben più deludenti di quelli sbandierati dal ministero. L’obiettivo, dunque, è ancora lontano. Ma intanto il governo sfrutta questa iniziativa per presentare la Turchia come un Paese in grado non solo di gestire la produzione interna di rifiuti, ma anche di ricavare materie prime dal riciclo di quelli importati dall’Unione europea. Il suo insuccesso si traduce in danni ambientali poco raccontati.
Cosa cambia per l’export di rifiuti di plastica con il nuovo regolamento europeo
Il tema dell’export dei rifiuti è stato affrontato di recente a livello europeo, con l’introduzione del regolamento 2024/1157. La norma vieta, dal 21 novembre 2026 e almeno fino al 31 maggio 2029, l’export di rifiuti di plastica verso Paesi che non fanno parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).
Per quelli che ne fanno parte, come la Turchia, il regolamento introduce invece maggiori controlli per verificare che le spedizioni siano compatibili con gli standard ambientali previsti dall’Unione e che la destinazione effettiva dei materiali sia adeguata. Le spedizioni verso il Paese dovranno quindi essere autorizzate preventivamente e accompagnate da informazioni più dettagliate sulla tipologia dei rifiuti, sul tragitto e sull’impianto che li riceverà. In mancanza delle garanzie richieste, scatterà la sospensione dell’export.




Nessun commento finora.