A 50 anni dal disastro di Manfredonia, la memoria tiene viva la battaglia per la salute

Due mesi dopo Seveso, dal petrolchimico Anic si sprigionò una nube di arsenico. Manfredonia ha dovuto lottare per conoscere le conseguenze sulla salute

Manfredonia vista dal Gargano. A sinistra il porto industriale, costruito negli anni Settanta per servire il petrolchimico Anic © Giovanni Zagaria/Wikimedia Commons

Il 26 settembre 1976 è una domenica mattina qualunque a Manfredonia, nel golfo del Gargano, quando una nube tossica si abbatte sulla città. Il disastro prende il via dallo stabilimento dell’Anic, l’Azienda nazionale idrogenazione combustibili, petrolchimica a partecipazione statale che fa capo al gruppo Eni (diverrà prima Enichem, poi Syndial). Sono le 9:40 e nell’Isola 5 si verifica un cedimento strutturale che sventra la colonna di lavaggio dell’ammoniaca. La decompressione istantanea scarica nell’atmosfera una nube giallastra di anidride arseniosa e monossido di carbonio. Tra le 32 e le 49 tonnellate di composti arsenicali si nebulizzano e ricadono su campi, spiagge e centri abitati.

Poco più di due mesi prima, quasi dall’altra parte dello Stivale, una nube di diossina si è riversata sulle cittadine di Seveso, Meda, Cesano Maderno, Limbiate e Desio. Tutto il Paese per mesi ha parlato di quella contaminazione, dell’ammissione tardiva dei vertici aziendali, dell’intervento affannato da parte dello Stato. Seveso sembra una delle più grandi lezioni della storia recente d’Italia. Eppure in quel momento, a Manfredonia, nessuno sembra averla appresa.

L’azienda minimizza l’accaduto, dicendo alla popolazione locale che c’è stata una fuoriuscita di vapore acqueo. Operai e lavoratori d’appalto vengono mandati a ripulire l’area contaminata armati di scope e senza dispositivi di protezione. Quando le prime analisi rivelano concentrazioni di arsenico nelle urine ben oltre i limiti, pur di non fermare la produzione, il comitato tecnico-sanitario sceglie di innalzare arbitrariamente la soglia di tolleranza da 100 a 300 µg/l.

Manfredonia, il cinquantesimo anniversario di un disastro dimenticato

La diossina dell’Icmesa è diventata il simbolo globale del rischio industriale, con le immagini televisive dell’evacuazione e dei volti di bambine e bambini devastati dalla cloracne. Quanto accaduto nel golfo del Gargano cinquant’anni fa invece è un disastro di Stato dimenticato. Adesso la situazione è diversa: dopo tanti anni le istituzioni e, in particolare la regione, lavorano al fianco della società civile per guardare al futuro del territori e costruirlo insieme. 

Per decenni, però, il disastro di Manfredonia è stato invisibile, perché l’arsenico non lascia segni immediati sulla pelle e i tumori che genera hanno un’incubazione di venti, trent’anni. Taciuto, forse perché – pensano in molti – era coinvolta un’azienda partecipata dallo Stato che, nei cinquant’anni successivi, ha continuato a essere centrale nello sviluppo economico del Paese.

«Ogni anno, e in occasione di ogni ricorrenza, chiediamo alle istituzioni nazionali e al presidente della Repubblica di ricordare Manfredonia con la stessa dignità riservata a Seveso, ma la nostra richiesta cade regolarmente nel vuoto», evidenzia Rosa Porcu, presidente della Casa della salute e dell’ambiente di Manfredonia. «Non abbiamo mai capito il perché di questo oblio», aggiunge. «Dipende dal potere di Eni, che è un vero e proprio “Stato nello Stato”, o dalla sistematica sottovalutazione delle vicende del Meridione?»

La “catastrofe continuata” dovuta al polo petrolchimico di Manfredonia

L’esplosione del 1976 si inserisce in una lunga sequenza di eventi, una “catastrofe continuata”. Imposto dall’alto nel 1967 dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe, oggi Cipess) senza alcuna consultazione con la cittadinanza, il polo petrolchimico era stato accolto come la risposta al dramma dell’emigrazione. L’illusione del posto fisso trasformò la salute e l’ambiente in merce di scambio, spaccando la comunità e le stesse famiglie.

Già nel luglio 1972 un’alluvione aveva sommerso lo stabilimento appena avviato, rivelandone la fragilità. Negli anni si susseguirono fughe di ammoniaca che scatenarono il panico in città, nubi di gas nitrosi, sversamenti di acidi e scarichi continuativi di sali sodici in mare. Il 17 maggio 1984 l’incendio del reparto caprolattame, con l’esplosione di bombole d’acetilene a ridosso di tre serbatoi di cloro, sfiorò nuovamente la tragedia. La minaccia permanente aveva solide basi.

Dopo il disastro di Manfredonia, solo bonifiche parziali e soluzioni temporanee

Manfredonia resta, ancora oggi, un territorio beffato. Il Sito di interesse nazionale (Sin), l’area individuata dallo Stato per gli interventi di bonifica, comprende 217 ettari di terra e 853 in mare. La decontaminazione è stata affidata alla più grande impresa a partecipazione statale che si occupa di bonifiche in Italia: Eni Rewind, già Syndial, che fa parte dello stesso gruppo che ha causato il disastro. A cinquant’anni dall’incidente, e a trenta dalla chiusura della fabbrica, solo il 14% dei suoli risulta certificato.

«Le bonifiche svolte finora sono del tutto parziali», denuncia Porcu. «È stata trattata quasi esclusivamente la porzione di terreno di proprietà di Eni, mentre i veleni rimangono diffusi su chilometri di territorio, nelle falde e in mare». Nel frattempo si adottano soluzioni “temporanee”: sessanta pozzi lungo la costa emungono continuamente la falda per impedire all’arsenico di riversarsi nel Golfo. Una ferita aperta su cui continuano a innestarsi nuove minacce industriali, come dimostra la recente battaglia contro il progetto Energas, un gigantesco impianto di stoccaggio di Gpl respinto dalla comunità attraverso un referendum popolare.

La battaglia per la verità di Nicola Lovecchio, vittima della nube di arsenico

C’è chi, in questi anni di pesante silenzio e inerzia istituzionale, ha provato ad alzare la voce e a scrivere la verità di Manfredonia. Quando nel 1994 Nicola Lovecchio, capoturno nel reparto insacco, si ammalò di adenocarcinoma polmonare senza mai aver fumato, rifiutà il ruolo della vittima inerte. Con l’oncologo Maurizio Portaluri e a Medicina Democratica, avviò un’inchiesta “scalza”, non ufficiale. Insieme, ricostruirono le esposizioni reparto per reparto e censì decine di colleghi colpiti da tumori. Questa mappatura diede avvio, nel 1996, al processo penale contro i dirigenti dell’Enichem.

Lovecchio morì nel 1997 a quarantanove anni, dopo aver reso testimonianza in due incidenti probatori. Non fece in tempo a vedere gli esiti del percorso giudiziario e la clamorosa beffa a cui hanno portato. Nel marzo 2012 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione degli imputati dei precedenti gradi di giudizio. Le Corti accolsero le tesi delle perizie della difesa, secondo le quali l’elevata concentrazione di arsenico nelle urine degli operai e della popolazione andava attribuita a un’eccessiva assunzione di crostacei, scampi e molluschi.

Le evidenze scientifiche in contrasto con la tesi della difesa

A confutare definitivamente quella tesi è arrivata la verità scientifica.
Tra il 2013 e il 2015 il Comune di Manfredonia, la Asl di Foggia e il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) hanno promosso il progetto Ambiente salute Manfredonia: un’esperienza di epidemiologia partecipata in cui un’equipe multidisciplinare ha condotto una ricerca insieme a un coordinamento cittadino. Ne è nata una “comunità allargata di pari” che ha condiviso metodi, dati e scenari di sanità pubblica.

I risultati dello studio, presentati nel 2017, hanno rivelato una realtà sanitaria compromessa. Dagli anni Settanta Manfredonia ha progressivamente perso il suo storico vantaggio di salute rispetto al resto della regione. A partire dagli anni Duemila c’è stato un eccesso di circa 14 decessi all’anno per tumore al polmone tra chi aveva meno di cinquant’anni al momento dell’incidente, un aumento di due morti al mese per patologie cardiovascolari e un incremento del 36% delle malformazioni congenite alla nascita.

Uno studio di coorte del luglio 2024 su 1.772 lavoratori seguiti per quarantacinque anni ha dimostrato che gli operai addetti alla bonifica più esposti hanno perso in media cinque anni di vita. Inoltre, per i residenti a Manfredonia al momento dell’incidente, il rischio di morte per tumore al polmone è risultato dalle tre alle cinque volte superiore rispetto ai colleghi residenti altrove.

Manfredonia non si è mai arresa

Manfredonia però non si è mai arresa e ha anzi sviluppato una forte coscienza civica. La stessa che, nel settembre 1998, aveva portato all’insurrezione popolare contro l’attracco della Deep Sea Carrier, la “nave dei veleni” carica di rifiuti tossici. La città intera si bloccò, trasformando la piazza in un’agorà permanente che pretese la chiusura definitiva del polo petrolchimico.

Protagoniste di quella stagione furono soprattutto le donne dell’associazione Bianca Lancia. Nel 1998, grazie alla loro mobilitazione, la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò lo Stato per aver violato l’articolo 8, sancendo per la prima volta il diritto dei cittadini a essere informati sui rischi ambientali. Una vittoria che oggi trova una nuova concretezza nel recente accordo stipulato con la Regione Puglia e il Comune di Manfredonia per attivare interventi in un’ottica di giustizia riparativa e rivedere le politiche sanitarie sul territorio.

La memoria del disastro di Manfredonia diventa impegno per il territorio

Nel 2018, recependo le istanze emerse dallo studio partecipato, il consiglio comunale ha votato all’unanimità la nascita della Casa della salute e dell’ambiente, presieduta da Rosa Porcu. «Abbiamo costruito uno spazio in cui la conoscenza non piove dall’alto, ma parte dall’esperienza diretta dei cittadini, dai loro corpi e dalle loro ferite. Chiediamo un modello di sviluppo diverso, in cui al primo posto ci sia la vita delle persone e non i profitti delle aziende», dice.

Ancora oggi, a cinquant’anni dal disastro di Manfredonia, la Casa della salute e dell’ambiente e le reti civiche locali ne trasmettono la memoria perché sia il primo strumento di tutela del territorio. «Sento forte la preoccupazione per l’invecchiamento dei comitati storici e per il rischio di rassegnazione tra i giovani», confessa Porcu. «Ma vedo anche una vera e propria “scia di luce” nell’interesse di tante giovani ricercatrici e studiose, italiane e internazionali che, in vista di questo cinquantenario, hanno studiato il nostro modello di mobilitazione femminile. È la prova che la nostra memoria è viva e continua a generare cambiamento».

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