I costi dell’inazione climatica spaventano. Ma non smuovono

Asset fossili per 2.300 miliardi di dollari a rischio, un Pil mondiale che potrebbe dimezzarsi entro il 2090, l'agricoltura italiana in perdita

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Questo articolo fa parte del dossier La finanza che conviene

La finanza che conviene è un dossier di Valori.it, realizzato insieme a Valor Social, che mette alla prova un luogo comune: che la finanza etica costi in termini di rendimenti. I dati dicono il contrario. E se si mettono in conto clima, guerre e diseguaglianze, la convenienza è ancora più netta.

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Chi continua a chiedersi quanto costi la transizione ecologica, spesso, lo fa perché non la vuole. La vera domanda è quanto costa procrastinare uno status quo economico-finanziario la cui insostenibilità è acclarata da tempo. Perché i costi dell’inazione sono infinitamente superiori a quelli della transizione. Al riguardo studi ed evidenze si sono stratificati negli anni. Proviamo a farne una selezione.

Da un punto di vista finanziario, non si può che partire dagli studi sugli stranded asset e la carbon bubble realizzati all’inizio degli anni Dieci di questo secolo dal think tank britannico Carbon Tracker (“Unburnable Carbon” è il report seminale del 2011). Sulla loro importanza è sufficiente dire che innescarono il movimento per il fossil fuel divestment, il più grande fenomeno dal basso nell’intera storia della finanza sostenibile, che a detta di Christiana Figueres, allora segretaria esecutiva della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), è stato fondamentale per raggiungere l’Accordo di Parigi.

Costi dell’inazione climatica per la finanza, gli stranded asset

Gli stranded asset (patrimoni incagliati) sono quelli che non hanno più modo di garantire i rendimenti attesi e sono destinati a diventare perdite per chi vi ha investito. Se il mondo facesse sul serio con la transizione, tutte le attività ad alta intensità di emissioni, a partire dall’industria fossile, dovrebbero essere eliminate gradualmente (phase out). Riserve di combustibili fossili e giacimenti resterebbero inutilizzati. Il loro valore crollerebbe: per questo quello attuale si può considerare “gonfiato”, da cui il nome di carbon bubble.

È vero che, con le turbolenze geopolitiche degli ultimi anni, chi ha investito nell’industria fossile ha ottenuto extra-rendimenti. Ma nel medio-lungo periodo starne alla larga sembra la scelta più prudente. Nel 2021 un celebre rapporto dell’Istituto Rousseau, di Amis de la Terre France e di Reclaim Finance definiva gli asset fossili i nuovi subprime. Calcolava che le maggiori banche europee ne detenessero per oltre 500 miliardi di euro, in media il 95% dei loro fondi propri. E avvertiva che un crollo improvviso del loro valore avrebbe potuto innescare una crisi finanziaria come quella del 2007-08, scatenata proprio dai mutui subprime.

Più di recente l’allarme è arrivato dal forum britannico per la finanza sostenibile, Uk Sif. Secondo un suo studio, entro il 2040 l’esposizione economica globale al rischio di stranding raggiungerà quasi 2.300 miliardi di dollari.

I danni climatici all’economia globale, previsti e già pagati

Se la finanza deve gestire la patata bollente degli stranded asset, all’economia nel suo complesso non va meglio. Nel 2024 un’analisi del World economic forum (Wef) stimava che entro il 2050 i disastri naturali, resi più intensi dai cambiamenti climatici, potrebbero causare perdite per 12.500 miliardi di dollari. Allungando l’orizzonte, il quadro peggiora. Nel 2025 l’Institute and faculty of actuaries (Ifoa), l’associazione degli attuari britannici, ha avvertito che tra il 2070 e il 2090 il Pil mondiale potrebbe dimezzarsi. A meno di un cambio radicale nelle politiche per il clima: oggi non se ne vede traccia, per allora chissà.

Che l’economia fossile ragioni sul brevissimo periodo, o meglio che sia cieca, lo mostra anche un recente studio di un ricercatore dell’Imperial College di Londra. Riguarda due contestatissimi progetti di estrazione di petrolio e gas nel Regno Unito, Rosebank e Jackdaw. I loro benefici economici supererebbero i 28 miliardi di sterline. Ma i danni causati dall’inquinamento legato a quella produzione sarebbero molto più alti: tra 119 e 336 miliardi di sterline nei prossimi decenni.

Non sono solo le previsioni a spaventare. Per mettersi le mani nei capelli basta fare i conti di quanto è già successo. Secondo l’ong britannica Christian Aid, nel 2025 i peggiori disastri climatici dell’anno hanno provocato danni per oltre 120 miliardi di dollari. Una cifra destinata senz’altro a salire con il passare del tempo.

I costi per l’Italia, hotspot della crisi climatica

E veniamo all’Italia, dove gli impatti più pesanti sono attesi in agricoltura. Secondo il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) del ministero dell’Ambiente, entro il 2050 il valore della produzione agricola potrebbe calare da 12,5 a 30 miliardi di euro, a seconda degli scenari. Perderebbero valore anche i terreni agricoli. Le stime più pessimistiche parlano di un calo del 10% dei valori fondiari per ogni grado in più di temperatura.

Gli effetti sui prezzi del cibo sono facili da immaginare. Secondo uno studio pubblicato su Nature, entro il 2035 i prezzi dei prodotti alimentari potrebbero crescere a livello globale di circa il 3%.

Oltre all’agricoltura, a soffrire per gli impatti del clima è tutto il sistema produttivo italiano, fatto in larghissima maggioranza di piccole e medie imprese (Pmi). Secondo l’ultimo Esg Outlook sulle Pmi di Crif, ben oltre un terzo delle Pmi italiane è esposto a un rischio fisico alto o molto alto. I fattori di rischio più rilevanti sono lo stress da alte temperature e le ondate di caldo. Un dato che da solo basterebbe a imporre un intervento urgente e sistemico. Che però, anche qui, non si vede.

Per chi ha dei risparmi, la conclusione è semplice: i costi dell’inazione non sono un problema di domani. Scegliere oggi prodotti finanziari che escludono i combustibili fossili, come fa la finanza etica, significa proteggere il clima. E anche il proprio denaro dalla prossima bolla.

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