Il Brasile ha fatto causa a Shell per le disastrose alluvioni del 2024
Shell è ritenuta responsabile dei danni economici e morali per il suo contributo ai cambiamenti climatici. Una causa che segue una mobilitazione crescente a livello globale
Un’organizzazione non governativa e la procura federale del Brasile hanno intentato una causa contro la filiale locale del gigante petrolifero Shell. Sotto i riflettori ci sono le distruttive alluvioni che si sono verificate tra aprile e maggio 2024 nel Rio Grande do Sul.
Secondo l’accusa, Shell è responsabile per il suo contributo ai cambiamenti climatici, da cui secondo la letteratura scientifica deriva un incremento nell’intensità delle precipitazioni. La richiesta è di un risarcimento milionario per danni economici e morali. E non è la prima volta che il colosso petrolifero finisce davanti a un tribunale per catastrofi climatiche.
Il drammatico bilancio delle alluvioni in Brasile del 2024
Tra aprile e maggio 2024 l’area del Rio Grande do Sul, nel sud del Brasile, è stata colpita da alluvioni senza precedenti. In due settimane sono caduti fino a 800 millimetri di pioggia, circa un terzo della media annua della regione. Interi quartieri della città di Porto Alegre sono finiti sommersi dall’acqua, mentre frane, straripamenti di fiumi e interruzioni dell’energia elettrica hanno messo in ginocchio la regione per giorni.
Il bilancio finale è stato drammatico. Quasi 200 morti e mille feriti, oltre a circa 500mila sfollati. La Banca interamericana di sviluppo, insieme a Banca mondiale e Cepal, ha stimato l’impatto delle alluvioni in 88,9 miliardi di reais, circa 13 miliardi di euro. L’1,8% del prodotto interno lordo (Pil) del Brasile.
FestiValori 2026, sabato 14 novembre a Milano: Non aspettiamo la prossima estate. Il festival di Valori e Radio Popolare, ingresso libero. Scopri il programmaIl Brasile fa causa a Shell e le chiede 108 milioni di dollari di danni
A oltre due anni di distanza da quella tragedia, il Brasile ha deciso di chiederne conto a Shell. L’organizzazione non governativa Instituto Preservar e la procura federale del Paese hanno intentato una causa congiunta contro la filiale locale dell’azienda britannica. Secondo le stime del database Carbon Majors, le attività di esplorazione, produzione e vendita di combustibili fossili di Shell sono responsabili, nel loro insieme, del 2,02% delle emissioni globali di anidride carbonica.
Considerato che uno studio recente pubblicato sulla rivista npj Natural Hazards, del gruppo Nature, stima che i cambiamenti climatici abbiano intensificato del 12% le precipitazioni estreme del 2024, la causa intentata dalle autorità del Brasile chiede a Shell di pagare un risarcimento proporzionale al suo contributo all’aumento delle emissioni globali. Nello specifico, 541 milioni di reais, circa 108 milioni di dollari (oltre 90 milioni di euro), di danni morali ed economici per le alluvioni che hanno colpito l’area del Rio Grande do Sul.
«I principali inquinatori, che contribuiscono in modo significativo alle emissioni di gas serra e ai cambiamenti climatici, devono anche rispondere delle perdite che contribuiscono a causare», ha dichiarato Thales Miola, avvocato dell’Ong Instituto Preservar. «Abbiamo scelto Shell perché è un’azienda emblematica. Soddisfa tutti i criteri», ha spiegato, precisando che il fatto che l’azione legale si indirizzi proprio contro questa azienda non esclude future iniziative simili contro altre. Da parte sua, la multinazionale britannica ha dichiarato di non essere stata formalmente informata della causa.
Le altre cause contro Shell, dalle Filippine alla Nigeria
Secondo i promotori, il caso del Brasile contro Shell è il primo in cui una procura nazionale fa causa a una grande compagnia petrolifera per un disastro climatico. Non è comunque un episodio isolato, anzi. Sempre basandosi sullo stesso calcolo, cioè che la società sia responsabile di oltre il 2% delle emissioni globali, a dicembre 2025 un centinaio di cittadini delle Filippine l’ha citata in giudizio davanti all’Alta Corte di Londra, chiedendo un risarcimento economico per i danni causati dal tifone Rai (Odette nelle Filippine). Il tifone nel 2021 si era abbattuto con particolare violenza sulle aree di Cebu, Siargao e Bohol, causando circa 400 morti, danneggiando più di un milione di case e portando allo sfollamento di 500mila persone. Il gruppo di sopravvissuti ha sottolineato peraltro che Shell ha alle spalle una «storia di disinformazione climatica» che risale a decenni fa.
Un’altra causa contro Shell è stata presentata nel 2019 da un gruppo di associazioni ambientaliste dei Paesi Bassi, con l’obiettivo di costringerla legalmente a tagliare le proprie emissioni in linea con l’Accordo di Parigi. Oggi il faldone è in mano alla Corte suprema.
Shell è finita in tribunale anche per danni ambientali. Nel 2008 quattro contadini nigeriani l’hanno portata in tribunale nei Paesi Bassi, accusandola di aver inquinato campi coltivati e corsi d’acqua dei villaggi di Goi, Oruma e Ikot Ada Udo con una serie di fuoriuscite di petrolio avvenute fra il 2004 e il 2007. I contadini hanno vinto la causa e ottenuto un risarcimento. A Londra è invece in corso il procedimento tra la multinazionale e le comunità di Ogale e Bille, nel delta del Niger, che l’hanno citata in giudizio per il grave inquinamento causato dall’estrazione di petrolio tra il 1989 e il 2020.
Si moltiplicano le climate litigation contro le multinazionali
Ma al di là di Shell, molte altre multinazionali stanno facendo i conti con le climate litigation intentate da un capo all’altro del Pianeta. Gli abitanti dell’isola indonesiana di Pari hanno portato in tribunale il colosso svizzero del cemento Holcim. Gli agricoltori pakistani colpiti dalle alluvioni del 2022 si sono rivolti alla giustizia contro il gruppo energetico tedesco Rwe e il produttore di cemento Heidelberg Materials. Il contadino peruviano Saúl Luciano Lliuya ha fatto causa sempre a Rwe: nel 2025 la sua richiesta è stata respinta, ma il tribunale ha riconosciuto che i grandi emettitori possono essere chiamati a rispondere dei danni climatici.
Tra le iniziative di questo tipo c’è poi anche l’Italia. Nel 2023 le organizzazioni ambientaliste Greenpeace Italia e ReCommon, insieme a un gruppo di cittadini, hanno fatto causa all’azienda petrolifera Eni per il contributo ai cambiamenti climatici dato dalle sue attività estrattive. Mentre la politica latita, dunque, si allarga il fronte della mobilitazione globale per chiedere conto alle grandi aziende dei danni della crisi climatica.




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