Anche d’inverno ci sono le ondate di caldo: così la crisi climatica cambia le stagioni
Febbraio 2024 il più caldo dal 1800, Roma a 20 gradi a Natale 2009: i record e perché El Niño non deciderà il prossimo inverno
L’autunno avanza sull’Italia, anche se, a dire il vero, non sembra. Settembre e la prima parte di ottobre sono stati avari di piogge, soprattutto al nord. Non sono mancati fenomeni temporaleschi intensi, con nubifragi e perfino un incredibile tornado in Sicilia, nella zona di Marsala. Ma le vere piogge autunnali stanno arrivando solo ora, mentre scriviamo, e ancora una volta alcune zone, come la Liguria, ne ricevono fin troppe.
Lasciamo alle cronache i dettagli e torniamo per un momento all’estate 2026, da record per il caldo e anche per la durata. La sua coda si è spinta in pieno settembre, con 35-36 gradi centigradi perfino al centro-nord nei primi dieci giorni del mese. Firenze ha superato i 30 gradi ancora a fine settembre e li ha sfiorati nei primi giorni di ottobre. Insomma, le ondate di caldo non sono state solo estive, ma anche autunnali.
E ora che ci avviamo verso l’autunno inoltrato e l’inverno, si parla di caldo fino a febbraio e oltre e, manco a dirlo, lo si attribuisce a El Niño. Sgombriamo subito il campo, ancora una volta: l’Enso (acronimo di El Niño Southern Oscillation) non ha effetti statisticamente significativi sulle stagioni italiane. Non porta inverni caldi né, al contrario, freddi e nevosi. Ciò non toglie che ondate di caldo possano capitare anche in autunno e perfino in inverno.
Naturalmente, le ondate di caldo invernali vanno intese in senso relativo, non assoluto. Vediamo allora che cosa si intende con questa espressione, quando si sono verificate negli ultimi anni, quali conseguenze hanno e che cosa ci aspetta in futuro.
FestiValori 2026, sabato 14 novembre a Milano: Non aspettiamo la prossima estate. Il festival di Valori e Radio Popolare, ingresso libero. Scopri il programmaLe definizioni di ondata di caldo e l’indice Wsdi per l’inverno
Prima di parlare di ondate di caldo invernali, ripassiamo come si definisce il fenomeno. Su Valori abbiamo già affrontato in parte l’argomento, spiegando perché preferiamo il termine «ondata di caldo» a «ondata di calore».
Vale però la pena entrare nel merito delle definizioni scientifiche. Come spesso accade, non ne esiste una sola, né del tutto chiara. Del resto il caldo è anche relativo: dipende dal clima, dalla stagione, dalla percezione e dalle condizioni fisiche di ciascuno.
L’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), per esempio, preferisce il termine heat, calore, e scrive:
«Un’ondata di calore non è una semplice successione di giornate calde, ma un accumulo progressivo di calore dovuto a giorni e soprattutto notti insolitamente caldi, che non consentono a persone, edifici e ambiente di raffreddarsi».
Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) nel suo glossario parla invece di «un periodo di tempo anormalmente caldo, spesso definito rispetto a una soglia relativa di temperatura, della durata da due giorni a mesi».
Sono definizioni pensate soprattutto per le ondate di caldo estive. Per le altre stagioni si presta meglio il concetto di warm spell, periodo caldo, che molte pubblicazioni analizzano anche sull’arco dell’intero anno.
In particolare si usa il Warm Spell Duration Index (Wsdi). Non si esprime in gradi: è un indice numerico che conta i giorni compresi in sequenze di almeno sei giorni consecutivi con temperatura massima superiore al 90° percentile di quel giorno dell’anno, calcolato su un periodo di riferimento, di solito il 1961-1990.
Basta una rapida ricerca bibliografica per imbattersi in un interessante articolo scientifico firmato da Annalisa Di Bernardino dell’Università Sapienza di Roma e da altri ricercatori: Winter warm spells over Italy: Spatial–temporal variation and large-scale atmospheric circulation. Gli autori analizzano le temperature massime di otto stazioni aeroportuali italiane nel periodo 1993–2022, applicando l’indice Wsdi.
Al nord e al sud si contano circa nove giorni di warm spell in inverno, al centro sei-sette. Il mese più propizio è dicembre. Lo studio non si spinge a indagare la tendenza futura e gli autori sottolineano un limite: la soglia dei sei giorni intercetta soprattutto gli episodi sinottici, persistenti e su larga scala. Sfuggono così gli eventi più brevi, di almeno tre giorni, e i picchi di un solo giorno, dovuti per esempio al föhn.
Interessante anche lo studio Changes in large-scale circulation behind the increase in extreme heat events in the Apennines (Italy) di Capozzi e altri, che analizza gli estremi caldi in Appennino tra il 1961 e il 2022 sulla base di osservazioni e rianalisi ERA5. Nel trentennio 1991-2020, rispetto al 1961-1990, il numero di eventi aumenta del 53% in inverno, del 102% in primavera, del 134% in estate e del 27% in autunno. Va però sottolineato che in inverno e in autunno le anomalie non risultano in genere statisticamente significative.
Le ondate di caldo invernali in Italia, dal 2007 al 2024
Molti episodi, però, sfuggono a questa definizione rigida. Ne abbiamo passati in rassegna alcuni, senza pretesa di farne una statistica scientifica: mesi straordinariamente miti o singole giornate che, complici condizioni meteo particolari, hanno fatto segnare punte di caldo davvero anomale, tanto che si è spesso parlato di «primavera in inverno».
Cominciamo dai mesi record. Negli ultimi anni diversi mesi invernali hanno fatto registrare medie tali da risultare i più caldi di lunghe serie di osservazioni, a livello locale, nazionale o di intere aree della penisola.
Il febbraio 2024 è il caso di riferimento per il caldo invernale su vasta scala: secondo i dati dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), in Italia è stato il più caldo dal 1800, con +3,09 gradi centigradi rispetto alla media 1991–2020. Ha segnato record assoluti dal 1901 anche in Piemonte, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia: nessun altro episodio ha avuto un’estensione territoriale così ampia.
Da record anche il febbraio 2020, che in Piemonte fu il più caldo dal 1958, prima di essere superato proprio dal 2024. Spicca in particolare la mitezza del giorno 3, frutto di una rara coincidenza tra polvere sahariana e föhn. Secondo un rapporto della Società meteorologica italiana, si toccarono per esempio 27,3 gradi centigradi a Cumiana, 26,9 a Bra e 26,3 a Torino-Consolata.
Anche dicembre è ricco di episodi. Nel 2023 l’Osservatorio Geofisico di Modena registrò una media mensile di 7,7 gradi centigradi, record storico: il dicembre più caldo dal 1860. Lo stesso mese fu il più caldo anche per l’intera Emilia-Romagna e il secondo per il Piemonte.
Episodi di grande mitezza non mancano nemmeno a gennaio. Secondo il Cnr-Isac, quello del 2025 è stato il terzo più caldo per l’Italia, con un’anomalia di +1,76 gradi centigradi rispetto alla media del trentennio 1991-2020. Il gennaio 2023 si è invece piazzato all’ottavo posto dal 1800, con +1,41 gradi su tutta l’Italia e punte di +1,82 nelle regioni settentrionali.
Il gennaio 2018 fu il secondo più caldo, ma il record assoluto spetta al 2007, un mese davvero estremo. Il 19 di quel mese un episodio di föhn – vento caldo e secco che scende dalle montagne, al nord dalle Alpi – portò valori quasi estivi: 26,5 gradi centigradi di massima a Cuneo, 25,6 a Moncalieri, punte di 25–27 in alcune località del Torinese, 23,5 a Parma e 20,3 a Milano. A Brossasco (Cuneo) una stazione meteorologica toccò addirittura i 29,4 gradi. Nel complesso fu un mese caldissimo: in varie zone del nord Italia resta ancora oggi il più caldo di tutte le serie di osservazioni.
Negli ultimi anni gli annali si sono riempiti di altre singole giornate di «primavera in inverno», perfino a Natale. Il 25 dicembre 2023 Milano registrò una massima di 14,3 gradi centigradi, mentre alla Vigilia Babbo Natale aveva viaggiato in slitta con 16,9 gradi. Natale tiepido a Milano anche nel 2009, con 16,2 gradi, e Roma in maniche corte con 20,2 all’aeroporto di Ciampino. Al sud ricordiamo il Natale quasi estivo del 2022. Ma fermiamoci qui e passiamo alle conseguenze e alle prospettive future.
Gli impatti del caldo invernale su agricoltura, neve e turismo
Il caldo invernale può sembrare piacevole, ma altera processi che dipendono dal freddo e dalla neve. Gli effetti variano a seconda della durata dell’episodio, della quota, delle precipitazioni e del successivo ritorno delle basse temperature. E gli eventuali sbalzi non compensano il caldo, se non nelle statistiche: al contrario, aggravano i danni, soprattutto a ecosistemi e agricoltura.
Il tepore invernale, infatti, può anticipare il risveglio vegetativo e ridurre la resistenza al freddo: basta una gelata tardiva, ad aprile o anche a marzo, per danneggiare gemme e fiori. Ci sono poi insetti e parassiti, che superano più facilmente l’inverno: un vantaggio che favorisce l’insediamento di specie alloctone come la zanzara tigre e la cimice asiatica.
Come noto, un impatto rilevante riguarda il turismo invernale. Neve meno affidabile e stagioni più brevi rendono difficile sciare alle quote basse e anche a quelle medie, soprattutto in Appennino. Sulle Alpi il turismo della neve è già oggi un settore a rischio, e il dibattito si riaccende a ogni inverno. Il ricorso ai cannoni per l’innevamento artificiale è un ripiego solo parziale, impattante e costoso in termini energetici, idrici e, alla fine, economici.
Certo, di questi tempi risparmiare sul riscaldamento non guasta. Ma i danni superano di gran lunga i pochi benefici di inverni più miti.
Quanto al futuro, la direzione indicata dall’Ipcc è ormai nota e chiara: con l’avanzare del riscaldamento globale gli inverni saranno mediamente più caldi, la stagione fredda più breve e la neve sempre più scarsa. Ne risentiranno tutte le regioni europee, in particolare le Alpi, noto hot spot del cambiamento climatico.
Attenzione, però: anche in un clima più caldo il freddo non scomparirà, e ogni inverno farà storia a sé. Persino una stagione mediamente mite può riservare irruzioni fredde, brevi ma intense. E per agricoltura ed ecosistemi è particolarmente dannosa proprio la sequenza di tepore prolungato, ripresa vegetativa e gelata o nevicata improvvisa. Nemmeno le grandi nevicate sono escluse. Ma espongono a seri rischi idraulici in caso di «pioggia su neve», un fenomeno pericoloso e ormai frequente in Appennino e nelle Prealpi: alle piogge, talvolta torrenziali, si somma l’acqua di fusione della neve caduta in precedenza.
El Niño e le previsioni stagionali Ecmwf per l’inverno 2026-27
Veniamo infine alla domanda di rito: El Niño porterà caldo o gelo il prossimo inverno?
Da solo, El Niño non basta a prevedere se l’inverno italiano sarà caldo, freddo o nevoso. Ne abbiamo già parlato: le evidenze dei suoi effetti sui nostri inverni sono scarse e si perdono nel rumore della variabilità di fondo. Eppure si chiama in causa il vortice polare e si sprecano i titoloni su un inverno gelido e nevoso. Non solo mancano le prove di un simile effetto sul nostro Paese: le previsioni stagionali del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf) vanno in tutt’altra direzione. L’inverno sarà probabilmente più mite della media, tendenzialmente più umido e piovoso al centro-sud, mentre per le precipitazioni al nord il segnale resta incerto.
Questo non esclude che, tra settimane e mesi miti, arrivi qualche irruzione fredda e, perché no, qualche nevicata a bassa quota. Ma oggi è impossibile dire se, come, dove e quando succederà.
E a chi si lamenta del freddo ricordiamo una cosa: nonostante il riscaldamento globale, l’inverno resta, climaticamente parlando, più freddo dell’estate.




Nessun commento finora.