La Banca Mondiale rinuncia all’obiettivo che guidava la finanza climatica

La Banca Mondiale si arrende alle pressioni degli Stati Uniti, i suoi principali azionisti, e abdica al suo ruolo di riferimento nella finanza climatica

La sede della Banca Mondiale © Markus Krisetya/Unsplash

Sembrava un impegno scolpito nella pietra, o almeno nella reputazione di un’istituzione che si presentava come guida della transizione ecologica globale. Invece è bastata la pressione di un singolo azionista – quello di maggioranza, ovvero gli Stati Uniti – per smantellarlo.

Il 29 giugno il gruppo Banca Mondiale ha annunciato la proroga del Piano d’azione sui cambiamenti climatici 2021-2025, in scadenza il giorno successivo, senza rinnovare l’obiettivo del 45% di finanziamenti per il clima. Rinunciando così a fissare un traguardo quantificabile in fatto di impegno economico nel contrasto ai cambiamenti climatici.

Per Scott Bessent l’obiettivo sui finanziamenti per il clima è «distorsivo, insensato e arbitrario»

La notizia era nell’aria da mesi. Ad aprile, durante i negoziati per il rinnovo del piano, a bloccare ogni discussione erano stati gli Stati Uniti, che da soli detengono circa il 16% del capitale della Banca Mondiale e, di fatto, un potere di veto sulle decisioni strategiche. Il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva bollato l’obiettivo del 45% di finanziamenti per il clima come «distorsivo, insensato e arbitrario», chiedendo alla Banca Mondiale di tornare alla sua «missione fondamentale di ridurre la povertà e aumentare la crescita economica».

Una posizione opposta a quella del predecessore Joe Biden, sotto la cui amministrazione il target era anzi aumentato, passando dal 35% del 2021 al 45% nel 2023. Invece, sotto Donald Trump, le parole di Bessent oggi trovano piena realizzazione nel documento ufficiale della Banca Mondiale. Al posto di un obiettivo quantificabile, restano due soli indicatori: le emissioni nette di gas serra e il numero di beneficiari con maggiore resilienza. Tradotto: si misura ciò che si è fatto (o non fatto) sul clima, ma non si fissa più alcuna meta da raggiungere.

L’appello inascoltato a resistere alle pressioni degli Stati Uniti

L’ufficialità da parte della Banca Mondiale è arrivata appena un mese dopo che la Francia, attraverso la sua ministra dello Sviluppo Eleonore Caroit, aveva lanciato quello che le agenzie hanno definito un «appello dell’ultima ora» a resistere alle pressioni americane. Una richiesta che poggiava su un consenso ampio. A ottobre 2025 i rappresentanti di 19 dei 25 seggi del Consiglio dei direttori esecutivi della Banca Mondiale avevano firmato una lettera a sostegno degli obiettivi climatici. Mancavano – e qui si misura il peso della geopolitica – i rappresentanti di Stati Uniti, Giappone, India, Arabia Saudita, Russia e Kuwait.

La resistenza europea, dunque, si è infranta contro il muro del principale azionista. E a rendere il quadro ancora più drammatico c’è la coincidenza temporale: l’uscita formale degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, notificata da Trump il 21 gennaio 2025 e diventata effettiva il 27 gennaio 2026. 

La Banca Mondiale rinuncia ai suoi obiettivi sul clima dopo averli già raggiunti

L’abolizione del target arriva in un momento che, paradossalmente, avrebbe potuto celebrarne il successo. Nell’anno fiscale 2025 (luglio 2024-giugno 2025), il gruppo Banca Mondiale ha erogato 50,8 miliardi di dollari in «finanza con co-benefici climatici», il 48% del portafoglio complessivo, superando per la prima volta la soglia del 45%. Un record che oggi suona come un canto del cigno.

Il peso della Banca Mondiale emerge ancora più chiaramente se confrontato con quello delle altre banche multilaterali di sviluppo. Secondo il rapporto congiunto che hanno pubblicato a settembre 2025, nel 2024 il solo gruppo Banca Mondiale ha fornito 41,1 miliardi di dollari ai Paesi a basso e medio reddito su un totale di 85,1 miliardi erogati dall’intero sistema. Vale a dire: quasi la metà di tutta la finanza climatica multilaterale destinata ai Paesi poveri è passata da qui. Ora che il faro si spegne, non è difficile immaginare le conseguenze.

Gli obiettivi sul clima della Banca Mondiale erano da migliorare, non da abolire

L’abolizione dell’obiettivo del 45% arriva mentre era già in corso un vivace dibattito sulla reale qualità di quella finanza. Già nel giugno 2023 uno studio del Breakthrough Institute e del Center for Global Development aveva analizzato 2.554 progetti del portafoglio climatico della Banca Mondiale tra il 2000 e il 2022. Ed era giunto a una conclusione drastica: su 119 miliardi di dollari, solo 37,4 miliardi andavano a progetti esclusivamente focalizzati sul clima.

Altri 15 miliardi, invece, riguardavano iniziative in cui la componente climatica rappresentava meno del 20% del valore complessivo. Gli esempi? Un programma educativo in Guyana, pagamenti digitali in Afghanistan, un progetto di salute mentale materna nella Repubblica Democratica del Congo.

Insomma, il target del 45% aveva già le sue criticità, con il rischio concreto di “climate-washing” denunciato da più parti. Abolirlo del tutto, però, significa passare da un sistema imperfetto ma migliorabile al nulla. Non un aggiustamento tecnico, insomma, ma un messaggio politico.

I Paesi a basso e medio reddito chiedono finanziamenti per la transizione energetica

A rendere ancora più evidente la fallacia di questa decisione sono i Paesi che avrebbero dovuto ricevere questi fondi. Un rapporto dell’Overseas Development Institute pubblicato il 31 marzo 2026 ha intervistato quasi 650 funzionari governativi e di banche multilaterali in 125 Paesi. La domanda era semplice: su quali fonti energetiche vorreste che le banche di sviluppo investissero? La risposta è schiacciante. Il 79% ha indicato il solare fotovoltaico, il 54% l’idroelettrico, il 47% l’eolico. Quanto ai combustibili fossili, le percentuali crollano. Appena il 3% vorrebbe investimenti in centrali a carbone, un altro 3% in centrali a petrolio, il 13% nel gas.

Il messaggio è inequivocabile: sono i Paesi a basso e medio reddito a chiedere più rinnovabili e più finanza climatica agevolata. E il tempismo non potrebbe essere peggiore. Alla Cop29 di Baku, nel novembre 2024, i Paesi sviluppati si sono impegnati a mobilitare almeno 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035 per la finanza climatica, con un obiettivo più ampio da 1.300 miliardi che coinvolga anche fondi privati e multilaterali. Traguardi già considerati insufficienti da molti Paesi del Sud globale. Senza una Banca Mondiale che mantenga il clima tra le sue priorità, quei numeri – e le aspettative che li accompagnano – rischiano di diventare semplicemente irraggiungibili.

Un precedente pericoloso per l’intero sistema delle banche multilaterali di sviluppo

«La decisione di eliminare gli obiettivi climatici, a fronte di un loro provato successo e funzionamento, appare priva di giustificazioni», osserva Eleonora Cogo, Finance lead del think tank italiano Ecco. «Ciò rischia di produrre un effetto traino sull’intero sistema multilaterale, inviando un segnale di allentamento degli impegni in un momento in cui, al contrario, l’ambizione dovrebbe crescere».

«Se da un lato la Banca Mondiale dichiara di agire nell’interesse dei propri clienti, i dati mostrano che i Paesi chiedono investimenti nella transizione, attraverso lo sviluppo di pannelli solari, turbine eoliche e impianti idroelettrici», aggiunge. «Eliminare gli obiettivi climatici, cedendo a pressioni che vanno nella direzione opposta a quella dei Paesi destinatari, fa sì che i più vulnerabili si trovino maggiormente esposti alla crisi climatica e all’instabilità dei mercati fossili».

Insomma, smantellando i suoi obiettivi climatici, la Banca Mondiale si sta disinteressando della più grande minaccia del nostro tempo. Non solo. La decisione del 29 giugno ha dimostrato che, quando Washington alza la voce, la governance multilaterale – anche quella che dovrebbe proteggere i beni comuni globali – va in frantumi. E il resto del mondo, in particolare i Paesi più esposti agli effetti dei cambiamenti climatici, può solo stare guardare. E tremare.

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