Come le grandi banche alimentano instabilità e insicurezza energetica
Bisogna smontare la favola per cui gas e petrolio garantiscono la stabilità: in realtà la finanza fossile aumenta instabilità e insicurezza energetica
Le banche non estraggono petrolio né bruciano gas. Eppure senza di loro l’industria fossile non potrebbe espandersi: sono i prestiti e le sottoscrizioni a rendere possibili nuove trivelle, gasdotti e terminali. Da dieci anni il rapporto Banking on Climate Chaos misura esattamente questo, istituto per istituto.
L’edizione 2026 racconta un sistema che non rallenta. E, soprattutto, racconta una concentrazione sempre più stretta e un dietrofront: dopo il crollo della Net-Zero Banking Alliance, molti istituti hanno abbandonato i loro stessi impegni.
In questo dossier i numeri, le due banche italiane, il caso del Gnl, il prezzo che paghiamo in instabilità e le poche eccezioni che dimostrano che si può finanziare diversamente. Perché oggi, troppo spesso, le banche sono nemiche del clima.
Gli articoli che compongono il dossier:
- Dalle banche 2,4 miliardi di dollari al giorno alle fonti fossili
L’edizione 2026 del rapporto Banking on Climate Chaos aggiorna i dati dei finanziamenti concessi dalle 65 maggiori banche al settore fossile: 906 miliardi solo nel 2025 - Da Unicredit e Intesa Sanpaolo 9,3 miliardi di dollari alle fossili in un solo anno
I due istituti italiani riducono i finanziamenti alle aziende fossili. Ma ReCommon avverte: le policy delle due banche restano troppo permissive - Venture Global, la regina del Gnl premiata dalla finanza fossile
Venture Global è la maggiore beneficiaria dei finanziamenti tracciati da Banking on Climate Chaos 2026: 33 miliardi di dollari raccolti nel 2025, +630% - Come le grandi banche alimentano instabilità e insicurezza energetica
Bisogna smontare la favola per cui gas e petrolio garantiscono la stabilità: in realtà la finanza fossile aumenta instabilità e insicurezza energetica - Le banche che scelgono di investire meno sul fossile
Sono poche, ma ci sono. Secondo Banking on Climate Chaos 2026, un terzo delle più grandi banche al mondo ha ridotto gli investimenti nel fossile rispetto al 2024
Come spiega il rapporto Banking on Climate Chaos 2026 i grandi colossi bancari continuano ad aumentare gli investimenti nelle aziende che operano nel settore dei combustibili fossili. E questo già questo basterebbe a rende le banche responsabili dell’aggravarsi dell’instabilità e dell’insicurezza energetica. Ma questa responsabilità deriva anche da tre altri meccanismi, interconnessi tra loro, che amplificano la fragilità energetica. Il primo è la naturale tendenza al monopolio del capitalismo, cui il mondo degli idrocarburi non si sottrae.
La concentrazione dei finanziamenti alle aziende dell’oil&gas
Le grandi banche, infatti, concentrano sempre più i loro finanziamenti verso un numero ristretto di aziende petrolifere, del gas e del carbone. In questo modo si crea una concentrazione delle decisioni, e quindi dei guadagni per pochi e delle perdite per molti. Il secondo meccanismo è il finanziamento alle aziende che operano nell’espansione dei combustibili fossili. Nel 2025 gli istituti bancari hanno erogato 508 miliardi di dollari, con un aumento del 27% rispetto all’anno precedente. Questo rende i risparmiatori sempre più dipendenti da un’architettura energetica basata sui combustibili fossili. E li rende finanziariamente sempre più fragili.
Il terzo è quello della crisi. Non un incidente di percorso ma, come spiega egregiamente Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, uno strumento che il capitale utilizza ciclicamente proprio per sopravvivere a se stesso. Questi tre meccanismi fanno sì che le banche siano i pilastri di un modello dove i guadagni vanno a loro e i costi ricadono sui cittadini. I quali, ironia del sistema, sono proprio quelli che con i loro risparmi tengono in piedi queste banche.
La concentrazione monopolistica alla base di instabilità e insicurezza energetica
Partiamo dalla concentrazione monopolistica. Dal 2021, appena dieci aziende del settore fossile hanno assorbito 732 miliardi di dollari, quasi il 13% del finanziamento totale. Per capirci, nel solo 2025, tre società (Venture Global, Enbridge ed Energy Transfer) hanno raccolto 77 miliardi di dollari, pari al 6,3% di tutti i finanziamenti globali delle banche per i combustibili fossili. Questa crescente concentrazione, sia tra chi eroga i fondi (le banche) sia tra chi li riceve (le aziende), affida a un gruppo sempre più ristretto un controllo sproporzionato sulle decisioni relative a offerta, prezzi e infrastrutture.
Il risultato è un sistema energetico sempre più fragile. Queste scelte si traducono infatti in costi dell’energia più alti e più volatili per i consumatori, sempre meno capaci di assorbirli. E la concentrazione si alimenta anche grazie a una giustificazione ricorrente: il continuo finanziamento bancario alle aziende dei combustibili fossili e alla loro espansione viene giustificato in nome della sicurezza energetica.
L’argomentazione principale, a partire dagli anni Settanta, è che petrolio e gas, a prescindere dai loro altissimi costi climatici e ambientali, sono necessari per mantenere stabili i prezzi e affidabile l’approvvigionamento. Le banche usano questa favoletta per difendere i loro investimenti, le compagnie oil&gas per difendere i profitti, i governi per sovvenzionare entrambi. Solo che i fatti l’hanno smentita. Decenni di dipendenza dai combustibili fossili hanno costruito un’architettura energetica fragile e vulnerabile. E le crisi continue sono lì a dimostrarlo.
Le crisi energetiche favoriscono i pochi e colpiscono i molti
Senza andare troppo indietro nel tempo, bastano i due grandi shock energetici degli ultimi anni: l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Uno studio dettagliato sugli extraprofitti seguiti al primo mostra che negli Stati Uniti l’1% più ricco della popolazione si è accaparrato il 50% degli utili delle compagnie di petrolio e gas, e che il 10% più ricco ne ha incassato l’84%.
Gli azionisti di banche e compagnie assicurative hanno guadagnato oltre 50 miliardi di dollari in seguito all’invasione dell’Ucraina, l’11% degli introiti straordinari di petrolio e gas. Il 90% della popolazione con i redditi più bassi, invece, ne ha ricevuto solo il 16%, e per di più in modo indiretto, attraverso la partecipazione a fondi pensione o fondi comuni d’investimento. E, spiega il rapporto Banking on Climate Chaos, «è probabile che i profitti straordinari che il settore sta ottenendo grazie alla guerra contro l’Iran restino altrettanto diseguali, perché a livello strutturale la proprietà del comparto è cambiata ben poco».
Con l’inizio della guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz, infatti, i prezzi all’ingrosso del gas sono aumentati in tutta l’Asia e praticamente raddoppiati nell’Unione europea. Diversi Paesi, come India, Vietnam e Thailandia, hanno fatto ricorso al razionamento dell’energia. Nelle Filippine l’impennata dei prezzi ha provocato gli scioperi dei lavoratori dei trasporti; e ovunque scarseggia il carburante per gli aerei.
Smontare la favola della stabilità dei combustibili fossili per investire nella transizione
Nell’attuale paradigma energetico non è possibile garantire alle persone comuni l’accesso a un’energia a prezzi accessibili. Figuriamoci stabili. Perché tutto dipende dalle decisioni di un gruppo di banche e di aziende che, come abbiamo visto, è sempre più ristretto. E così, mentre banche e compagnie oil&gas si accaparrano profitti straordinari controllando i punti critici della catena di approvvigionamento, questa architettura impone costi altissimi a chi si trova dalla parte sbagliata della filiera.
Per questo banche e aziende del settore fossile non solo non garantiscono più la sicurezza energetica, sempre che l’abbiano mai fatto, ma aumentano l’instabilità e la fragilità del sistema. Smontata la favola della stabilità dei combustibili fossili, i grandi colossi bancari globali potrebbero tranquillamente scegliere di finanziare le rinnovabili e farsi protagonisti della transizione. Ma continuano a non farlo.
È evidente, infatti, che questi continui investimenti, la concentrazione monopolistica, le speculazioni finanziarie e le crisi ricorrenti – provocate o cavalcate – generano enormi profitti per chi controlla la catena di approvvigionamento. E allo stesso tempo sostengono e amplificano giorno dopo giorno il modello attuale, in cui i costi ricadono interamente sui cittadini, i cui risparmi sono proprio quelli che le banche usano per arricchirsi contro di loro.
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