Come le grandi banche alimentano instabilità e insicurezza energetica

Bisogna smontare la favola per cui gas e petrolio garantiscono la stabilità: in realtà la finanza fossile aumenta instabilità e insicurezza energetica

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Le banche non estraggono petrolio né bruciano gas. Eppure senza di loro l’industria fossile non potrebbe espandersi: sono i prestiti e le sottoscrizioni a rendere possibili nuove trivelle, gasdotti e terminali. Da dieci anni il rapporto Banking on Climate Chaos misura esattamente questo, istituto per istituto.

L’edizione 2026 racconta un sistema che non rallenta. E, soprattutto, racconta una concentrazione sempre più stretta e un dietrofront: dopo il crollo della Net-Zero Banking Alliance, molti istituti hanno abbandonato i loro stessi impegni.

In questo dossier i numeri, le due banche italiane, il caso del Gnl, il prezzo che paghiamo in instabilità e le poche eccezioni che dimostrano che si può finanziare diversamente. Perché oggi, troppo spesso, le banche sono nemiche del clima.

Gli articoli che compongono il dossier:


Come spiega il rapporto Banking on Climate Chaos 2026 i grandi colossi bancari continuano ad aumentare gli investimenti nelle aziende che operano nel settore dei combustibili fossili. E questo già questo basterebbe a rende le banche responsabili dell’aggravarsi dell’instabilità e dell’insicurezza energetica. Ma questa responsabilità deriva anche da tre altri meccanismi, interconnessi tra loro, che amplificano la fragilità energetica. Il primo è la naturale tendenza al monopolio del capitalismo, cui il mondo degli idrocarburi non si sottrae.

La concentrazione dei finanziamenti alle aziende dell’oil&gas

Le grandi banche, infatti, concentrano sempre più i loro finanziamenti verso un numero ristretto di aziende petrolifere, del gas e del carbone. In questo modo si crea una concentrazione delle decisioni, e quindi dei guadagni per pochi e delle perdite per molti. Il secondo meccanismo è il finanziamento alle aziende che operano nell’espansione dei combustibili fossili. Nel 2025 gli istituti bancari hanno erogato 508 miliardi di dollari, con un aumento del 27% rispetto all’anno precedente. Questo rende i risparmiatori sempre più dipendenti da un’architettura energetica basata sui combustibili fossili. E li rende finanziariamente sempre più fragili.

Il terzo è quello della crisi. Non un incidente di percorso ma, come spiega egregiamente Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, uno strumento che il capitale utilizza ciclicamente proprio per sopravvivere a se stesso. Questi tre meccanismi fanno sì che le banche siano i pilastri di un modello dove i guadagni vanno a loro e i costi ricadono sui cittadini. I quali, ironia del sistema, sono proprio quelli che con i loro risparmi tengono in piedi queste banche.

La concentrazione monopolistica alla base di instabilità e insicurezza energetica

Partiamo dalla concentrazione monopolistica. Dal 2021, appena dieci aziende del settore fossile hanno assorbito 732 miliardi di dollari, quasi il 13% del finanziamento totale. Per capirci, nel solo 2025, tre società (Venture Global, Enbridge ed Energy Transfer) hanno raccolto 77 miliardi di dollari, pari al 6,3% di tutti i finanziamenti globali delle banche per i combustibili fossili. Questa crescente concentrazione, sia tra chi eroga i fondi (le banche) sia tra chi li riceve (le aziende), affida a un gruppo sempre più ristretto un controllo sproporzionato sulle decisioni relative a offerta, prezzi e infrastrutture.

Il risultato è un sistema energetico sempre più fragile. Queste scelte si traducono infatti in costi dell’energia più alti e più volatili per i consumatori, sempre meno capaci di assorbirli. E la concentrazione si alimenta anche grazie a una giustificazione ricorrente: il continuo finanziamento bancario alle aziende dei combustibili fossili e alla loro espansione viene giustificato in nome della sicurezza energetica.

L’argomentazione principale, a partire dagli anni Settanta, è che petrolio e gas, a prescindere dai loro altissimi costi climatici e ambientali, sono necessari per mantenere stabili i prezzi e affidabile l’approvvigionamento. Le banche usano questa favoletta per difendere i loro investimenti, le compagnie oil&gas per difendere i profitti, i governi per sovvenzionare entrambi. Solo che i fatti l’hanno smentita. Decenni di dipendenza dai combustibili fossili hanno costruito un’architettura energetica fragile e vulnerabile. E le crisi continue sono lì a dimostrarlo.

Le crisi energetiche favoriscono i pochi e colpiscono i molti

Senza andare troppo indietro nel tempo, bastano i due grandi shock energetici degli ultimi anni: l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Uno studio dettagliato sugli extraprofitti seguiti al primo mostra che negli Stati Uniti l’1% più ricco della popolazione si è accaparrato il 50% degli utili delle compagnie di petrolio e gas, e che il 10% più ricco ne ha incassato l’84%.

Gli azionisti di banche e compagnie assicurative hanno guadagnato oltre 50 miliardi di dollari in seguito all’invasione dell’Ucraina, l’11% degli introiti straordinari di petrolio e gas. Il 90% della popolazione con i redditi più bassi, invece, ne ha ricevuto solo il 16%, e per di più in modo indiretto, attraverso la partecipazione a fondi pensione o fondi comuni d’investimento. E, spiega il rapporto Banking on Climate Chaos, «è probabile che i profitti straordinari che il settore sta ottenendo grazie alla guerra contro l’Iran restino altrettanto diseguali, perché a livello strutturale la proprietà del comparto è cambiata ben poco».

Con l’inizio della guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz, infatti, i prezzi all’ingrosso del gas sono aumentati in tutta l’Asia e praticamente raddoppiati nell’Unione europea. Diversi Paesi, come India, Vietnam e Thailandia, hanno fatto ricorso al razionamento dell’energia. Nelle Filippine l’impennata dei prezzi ha provocato gli scioperi dei lavoratori dei trasporti; e ovunque scarseggia il carburante per gli aerei.

Smontare la favola della stabilità dei combustibili fossili per investire nella transizione

Nell’attuale paradigma energetico non è possibile garantire alle persone comuni l’accesso a un’energia a prezzi accessibili. Figuriamoci stabili. Perché tutto dipende dalle decisioni di un gruppo di banche e di aziende che, come abbiamo visto, è sempre più ristretto. E così, mentre banche e compagnie oil&gas si accaparrano profitti straordinari controllando i punti critici della catena di approvvigionamento, questa architettura impone costi altissimi a chi si trova dalla parte sbagliata della filiera.

Per questo banche e aziende del settore fossile non solo non garantiscono più la sicurezza energetica, sempre che l’abbiano mai fatto, ma aumentano l’instabilità e la fragilità del sistema. Smontata la favola della stabilità dei combustibili fossili, i grandi colossi bancari globali potrebbero tranquillamente scegliere di finanziare le rinnovabili e farsi protagonisti della transizione. Ma continuano a non farlo.

È evidente, infatti, che questi continui investimenti, la concentrazione monopolistica, le speculazioni finanziarie e le crisi ricorrenti – provocate o cavalcate – generano enormi profitti per chi controlla la catena di approvvigionamento. E allo stesso tempo sostengono e amplificano giorno dopo giorno il modello attuale, in cui i costi ricadono interamente sui cittadini, i cui risparmi sono proprio quelli che le banche usano per arricchirsi contro di loro.

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