Dalle banche 2,4 miliardi di dollari al giorno alle fonti fossili

L'edizione 2026 del rapporto Banking on Climate Chaos aggiorna i dati dei finanziamenti concessi dalle 65 maggiori banche al settore fossile: 906 miliardi solo nel 2025

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Le banche non estraggono petrolio né bruciano gas. Eppure senza di loro l’industria fossile non potrebbe espandersi: sono i prestiti e le sottoscrizioni a rendere possibili nuove trivelle, gasdotti e terminali. Da dieci anni il rapporto Banking on Climate Chaos misura esattamente questo, istituto per istituto.

L’edizione 2026 racconta un sistema che non rallenta. E, soprattutto, racconta una concentrazione sempre più stretta e un dietrofront: dopo il crollo della Net-Zero Banking Alliance, molti istituti hanno abbandonato i loro stessi impegni.

In questo dossier i numeri, le due banche italiane, il caso del Gnl, il prezzo che paghiamo in instabilità e le poche eccezioni che dimostrano che si può finanziare diversamente. Perché oggi, troppo spesso, le banche sono nemiche del clima.

Gli articoli che compongono il dossier:


Due miliardi di dollari. Più 383 milioni. Più 561mila. Al giorno, ogni giorno, per dieci anni. È quanto ha intascato il settore delle fonti fossili da un gruppo di 65 grandi banche a partire dall’Accordo di Parigi del dicembre 2015 e fino alla fine dello scorso anno. A riferirlo è l’edizione 2026 di Banking on Climate Chaos, rapporto annuale curato dalle organizzazioni non governative Rainforest Action Network, Indigenous Environmental Network, BankTrack, Center for Energy, Ecology, and Development, Oil Change International, Reclaim Finance, Sierra Club e Urgewald.

8.700 miliardi di dieci anni alle fossili: metà del Pil dell’intera Eurozona

Dal 2016 ad oggi, dunque, chi ci avvicina sempre più alla catastrofe climatica ha potuto contare su qualcosa come 8.700 miliardi di dollari. Metà del Prodotto interno lordo dell’intera Eurozona; 3,5 volte quello dell’Italia. Il totale per il solo 2025 è stato di 906 miliardi: «Iniettando quasi mille miliardi di dollari nei combustibili fossili solo nel 2025, le più grandi banche del mondo continuano a finanziare il caos climatico che le aziende del settore dei combustibili fossili provocano nelle comunità di tutto il mondo. È ora che i governi chiamino le istituzioni finanziarie a rispondere legalmente delle loro azioni», ha commentato David Tong, di Oil Change International.

E non parliamo di tutti i finanziamenti ricevuti dalle compagnie che sfruttano carbone, petrolio e gas hanno ricevuto dalla finanza, dunque: ci sono le altre banche, e poi i fondi d’investimento, i fondi pensione, i fondi sovrani. E naturalmente vanno aggiunti anche gli stanziamenti pubblici, a partire dai sussidi. Oltre all’apporto delle compagnie assicurative.

Ventisei banche diminuiscono (un po’) i fondi alle fossili. Ma solo una li azzera

Come se proprio l’Accordo di Parigi non avesse scritto nero su bianco (con l’approvazione del mondo intero) che non possiamo in alcun modo superare un riscaldamento globale di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, e rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi. Come se la scienza da decenni non avesse avvertito sulle conseguenze drammatiche che dovremmo fronteggiare qualora non centrassimo tali obiettivi. E come se i giornali, radio e televisioni di tutto il mondo non avessero raccontato quali sono gli impatti che già adesso la crisi climatica impone. Tra ondate di caldo estremo, siccità, uragani, tifoni e tempeste sempre più potenti, inondazioni, innalzamento del livello dei mari e sommersione di zone costiere. 

La cecità del mondo della finanza è appena intaccata dal comportamento di quegli istituti di credito che – faticosamente e troppo lentamente – stanno cominciando a cambiare rotta. Ventisei banche sulle 65 analizzate, hanno infatti diminuito i finanziamenti concessi (tra queste La Caixa Group, Commerzbank Bpce, Ubs e Bnp Paribas). Una buona notizia, certo, anche se questi istituti non hanno di certo azzerato il loro sostegno alle fossili. 

Da Unicredit e Intesa Sanpaolo 127 miliardi di dollari in 10 anni a carbone, petrolio e gas

Esattamente come le due banche italiane da sempre presenti nel report Banking on Climate Chaos: Unicredit e Intesa Sanpaolo. Soltanto nel 2025 i due colossi, pur diminuendo il totale rispetto all’anno precedente, hanno concesso qualcosa come 9,6 miliardi di dollari a carbone, petrolio e gas, secondo il rapporto.

E complessivamente, dal 2016 al 2025, hanno raggiunto rispettivamente 73,3 e 53,7 miliardi di dollari. Che, sommati, fanno la bellezza di circa 127 miliardi di dollari.

A livello internazionale, la sola banca che ha davvero azzerato prestiti e sottoscrizioni a compagnie che hanno a che fare con carbone, petrolio e gas è la francese La Banque Postale. Ciò grazie a una politica di esclusione avviata nel 2021. Naturalmente, ad essa si aggiungono tutti gli istituti di credito che fanno parte della Febea, la Federazione europea delle banche etiche e alternative (che in Italia può contare unicamente su Banca Etica).

Troppe banche si comportano come se la crisi climatica non esistesse

«La nostra ricerca mette in luce un divario sempre più ampio tra le banche che prendono sul serio la crisi climatica e quelle che si comportano come se non esistesse. Le banche svolgono un ruolo fondamentale nella transizione verso un’economia e un sistema energetico sostenibili, e ognuna di esse dovrebbe assumersi le proprie responsabilità», ha sottolineato Philipp Noack di Urgewald.

Tornando alla lista di chi invece preferisce assicurarsi profitti, anche a costo di spingerci verso il disastro climatico, in cima alla classifica (come sempre) c’è una banca americane: JPMorgan Chase, seguita dalle connazionali Citigroup e Bank of America. I tre istituti di credito hanno raggiunto, nel periodo 2016-2025, rispettivamente 538, 484,5 e 424,5 miliardi di dollari. Al quarto posto figura invece la giapponese Mitsubishi UFJ Financial Group con 404,5 miliardi (i dati vengono aggiornati di anno in anno secondo limature nelle metodologie di calcolo, il che spiega alcune differenze rispetto agli anni precedenti).

Solo 12 banche erogano il 39% dei finanziamenti; 10 colossi delle fossili ricevono il 13% del totale

Cifre ancora gigantesche, insomma. D’altra parte, a fronte delle ventisei banche che hanno diminuito i finanziamenti alle fossili, molte altre continuano imperterrite nel business as usual. Non a caso, il 2025 ha segnato la fine della Net-Zero Banking Alliance, alleanza che avrebbe dovuto accompagnare il mondo bancario globale verso l’azzeramento delle emissioni nette di CO2. I cui membri hanno dopo pochi anni gettato la spugna, ammettendone l’inutilità di fronte alla scarsa volontà dei colossi internazionali.

Il rapporto Banking on Climate Chaos 2026 sottolinea tra l’altro come tutto ciò si riverberi anche sulla stabilità mondiale: «Soltanto dodici banche controllano circa il 39% del totale dei finanziamenti concessi alle fossili. E solo dieci compagnie del settore ricevono il 13% del totale. Con una realtà, la Venture Global che da sola ha incamerato il 3% nel 2025». Una super-concentrazione oligarchica «che pone pesanti rischi per l’intero sistema finanziario».

Anche Eni tra chi guadagna grazie alle guerre

Inoltre, l’assurda dinamica per cui le guerre stanno sostenendo il settore fossile ha fatto sì che nel 2025 alcune major – in particolare del comparto oil&gas – abbiano centrato profitti da record. Il rapporto cita in questo senso ExxonMobil, Shell, Chevron, British Petroleum, TotalEnergies e l’immancabile italiana Eni.

Già, perché prima o poi (e la speranza è cha sia più prima che poi), tutte queste linee di credito concesse alle fonti fossili diventeranno ciò che in gergo tecnico si chiamano stranded assets. Ovvero attivi “non recuperabili”. Bombe ad orologeria nei bilanci delle banche. Prima o poi, anche i governi più reticenti saranno infatti costretti a fare i conti con la crisi climatica, le cui conseguenze diventeranno anche per loro ingestibili. Prima o poi, appunto. Nella speranza che non sia troppo tardi.

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