I data center finiranno anche nelle aule dei tribunali
I contenziosi sul clima mettono nel mirino i data center per il loro impatto ambientale e climatico. Una tendenza destinata a rafforzarsi in futuro
In breve
- Secondo il report 2026 del Grantham Institute della London School of Economics, i data center sono una delle principali aree emergenti del contenzioso climatico internazionale.
- Le cause contestano il consumo di suolo, acqua ed elettricità: in Cile un tribunale ha ordinato una nuova valutazione ambientale per un progetto di Google, nel Regno Unito il governo ha ammesso di aver approvato un impianto senza verifiche adeguate.
- In Italia si contano quasi 300 impianti tra attivi e programmati, ma la protesta non è ancora arrivata nelle aule: la prima manifestazione di piazza è di luglio 2026, a Lacchiarella.
I data center, le “fattorie informatiche” dall’estensione simile a quella di cittadelle che ospitano le infrastrutture digitali che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono al centro di polemiche incandescenti e proteste popolari. Nel mirino c’è soprattutto l’elevatissimo consumo di suolo, acqua e elettricità che li caratterizza.
La previsione è che polemiche e proteste possano trasferirsi presto in massa dai territori alle aule dei tribunali. Almeno questo è quanto ipotizza il “Global trends in climate change litigation 2026 Snapshot report” pubblicato a fine giugno dal Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment della London School of Economics. Secondo il quale, appunto, quella relativa ai data center è una delle principali aree emergenti nel panorama internazionale delle cause climatiche.
Il mercato spinge, la politica approva: i data center crescono
Una delle tendenze delle climate litigation che il report ha evidenziato su scala globale è la loro espansione e innovazione. Ad alimentarla già oggi e con ogni probabilità sempre più in futuro ci sono, fra gli altri, proprio i contenziosi che riguardano i data center. Con particolare riferimento a quelli che mettono al centro le emissioni climalteranti prodotte dai loro consumi energetici. Lo ha ammesso anche Microsoft, affermando nel suo ultimo rapporto di sostenibilità che l’aumento del 25% in un anno delle sue emissioni di CO2 è dovuto in buona parte alla costruzione di nuovi data center.
La crescita impetuosa dell’intelligenza artificiale è sotto gli occhi di tutti. Da una parte il mercato spinge per un’espansione rapida e consistente delle infrastrutture che la supportano. Dall’altra, a cavalcare il boom c’è la politica: se la rivoluzione collegata all’intelligenza artificiale, infatti, è una delle sfide strategiche per la competitività nel futuro, i Paesi coi loro governi cercano di posizionarsi al meglio per affrontarla. Il che significa approvazioni veloci e su larga scala di nuovi data center. Naturale, allora, che le comunità che cercano di resistere alla proliferazione di fattorie informatiche sui propri territori prima o poi pensino di andare per vie legali.
Il data center di Google contestato in Cile
Uno dei primi, storici casi di contenzioso climatico legato ai data center si è avuto in Cile. A dicembre 2020, nel comune di Cerrillos, in provincia di Santiago, un gruppo di cittadini e l’amministrazione comunale hanno presentato due ricorsi amministrativi. Nel mirino c’era l’approvazione, da parte della Commissione di valutazione della Regione Metropolitana, del progetto «Cerrillos Data Center» di Google Cile: un impianto che avrebbe richiesto un potente sistema di raffreddamento. I ricorrenti temevano due impatti in particolare, sulla qualità dell’aria e sulla rete idrica cittadina, già provata dalla crisi climatica.
Nel frattempo la società aveva modificato il progetto, sostituendo il raffreddamento ad acqua con un sistema di condensatori ad aria. Una revisione che aveva spinto il Comune e molti cittadini a ritirare il ricorso. A settembre 2024 il Secondo Tribunale ambientale ha comunque accolto parzialmente le istanze dei ricorrenti rimasti, ordinando una nuova valutazione ambientale del progetto, che tenga conto del potenziale impatto dei cambiamenti climatici.
L’Irlanda può diventare l’hub europeo di queste cause
Nell’ultimo anno, secondo il report del Grantham Institute, le cause intorno ai data center sono cresciute negli Stati Uniti, nel Regno Unito e soprattutto in Irlanda. Ed è proprio l’Irlanda che potrebbe diventare l’hub europeo di questo genere di contenziosi, in particolare quelli legati al consumo energetico. Le statistiche ufficiali del Paese dicono che i data center assorbono già oggi più di un quinto del fabbisogno elettrico nazionale.
I contenziosi più recenti sui data center hanno una caratteristica interessante: possono produrre effetti positivi, cioè influenzare le decisioni anche senza arrivare a sentenza. È quanto accaduto nel Regno Unito con l’azione legale di Foxglove, non profit impegnata per la giustizia tecnologica, insieme all’associazione ambientalista Global Action Plan. Nel mirino c’era il data center “iperscalabile” che la società Greystoke voleva costruire a Woodlands, nel Buckinghamshire. L’autorità locale si era opposta, il governo aveva ribaltato la decisione. Salvo poi riconoscere di aver commesso un errore: l’impianto non avrebbe dovuto essere approvato senza un’adeguata valutazione dell’impatto ambientale, a partire dal consumo energetico.
In Italia la contestazione cresce, i tribunali non ancora
Negli Stati Uniti i data center sono ormai entrati anche nel mirino degli azionisti attivi: segno che la protesta ha raggiunto un livello di maturità. E che la soglia di sopportazione delle comunità è stata superata. Impianti invasivi e ad altissimo consumo energetico, fatti di cemento, server e cavi, che compaiono sui territori senza che chi li abita venga consultato.
Anche in Italia la contestazione sta montando. Secondo un’indagine del Politecnico di Milano, tra impianti già attivi e progetti previsti nei prossimi anni si arriva a poco meno di 300 strutture. E in Lombardia, prima Regione italiana a varare una legge ad hoc sui data center, a inizio luglio si è tenuta a Lacchiarella (Milano) la prima manifestazione di piazza contro un impianto. Resta da vedere quando la protesta entrerà anche nelle aule dei tribunali italiane.




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