Cop 21, «dovrebbe» o «deve»? Ecco come si arenano i negoziati

Corrispondenza da Parigi.   Dopo tre giorni di negoziati alla Cop 21 di Parigi, l’accordo appare ancora lontano. Le migliaia di delegati che affollano il ...

©Andrea Barolini

Corrispondenza da Parigi.

 

Dopo tre giorni di negoziati alla Cop 21 di Parigi, l’accordo appare ancora lontano. Le migliaia di delegati che affollano il sito di Le Bourget hanno affrontato i numerosi “paletti” ai quali ciascun Paese sembra intenzionato a rinunciare, nonostante le parole di grande apertura pronunciate dai capi di Stato e di governo all’apertura della conferenza.

 

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Le discussioni delle delegazioni proseguiranno fino a sabato. Sul tavolo,  un testo di 55 pagine che dovrebbe costituire la basa sulla quale lavoreranno, nel corso della seconda settimana del summit, i ministri nominati dai 196 Stati presenti (normalmente i responsabili ambientali di ciascuna nazione, ma potrebbero essere scelti anche altri esponenti governativi). Secondo quanto riferito dalla fondazione diretta da Nicolas Hulot, che ha facoltà di seguire buona parte delle discussioni in virtù del suo ruolo di “inviato speciale” del presidente francese François Hollande, i nodi da sciogliere sono ancora molti. «Abbiamo contato – ha spiegato l’organismo – almeno 50 punti con più di 200 opzioni lasciate ancora aperte, nonché 1.200 espressioni ancora tra parentesi quadre (ovvero da sottoporre ad ulteriore revisione, ndr)».

 

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Secondo le indiscrezioni riportate dall’agenzia Afp a creare i maggiori ostacoli sarebbero gli Usa e la Cina, che spingerebbero per un accordo meno vincolante possibile. Mentre numerose Ong presenti a Le Bourget indicano anche l’India come un governo poco incline a sacrificare la propria crescita economica sull’altare della salvaguardia dell’ambiente. Nel frattempo, i Paesi più vulnerabili, riuniti sotto l’insegna del “Climate Vulnerable Forum”, hanno spiegato che l’obiettivo individuato dalla comunità internazionale – ovvero limitare la crescita della temperatura globale a 2 gradi centigradi entro la fine del secolo – non può bastare: «Se vogliamo evitare davvero la catastrofe, dovremo fissare l’asticella a 1, 5 gradi», hanno dichiarato nel corso di un convegno tenuto a margine dei negoziati.

 

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Così, il negoziato pare si stia arenando ripetutamente. Ad esempio, all’articolo 2, opzione I, l’obiettivo indicato è di «limitare la crescita della temperatura media globale “al di sotto dei 2ºC”, oppure “al di sotto di 1, 5ºC”, oppure “ben al di sotto di 2ºC”, oppure “tra 1, 5 e 2ºC, o ancora “il più possibile lontano dai 2ºC”». Ancora, in almeno 34 casi, i negoziatori hanno rimandato la scelta tra le parole «should» (dovrebbe) e «shall» (deve). Il che potrebbe fare la differenza tra salvare o no il Pianeta. L’India, poi, Paese fortemente dipendente dal carbone, pare voglia evitare a tutti i costi la parola «decarbonizzazione».

 

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Per questo il metodo scelto è di mantenere la sessione costantemente aperta: una riunione permanente alla quale partecipano 80 capi delegazione. A fianco, decine di sessioni ristrette vengono organizzate per tentare di risolvere questioni specifiche. Non a caso, all’inizio della conferenza il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius aveva ammonito: «La gestione del tempo sarà essenziale».