Criptovalute nel Golfo Persico: tra il regime di Teheran e i cryptobro di Dubai

Nel Golfo Persico le criptovalute non sono solo finanza. Sono uno strumento di sopravvivenza, evasione fiscale e potere geopolitico

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Il Golfo Persico è da sempre il crocevia dei grandi equilibri mondiali. Petrolio, gas, rotte marittime: tutto transita per quello stretto di Hormuz attraverso cui, nel 2025, passavano in media oltre 20 milioni di barili di greggio al giorno, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia. Ma accanto alle superpetroliere, negli ultimi anni si è consolidato un secondo flusso, invisibile: miliardi di dollari in criptovalute che ridisegnano l’economia politica della regione.

Da un lato, un regime sotto sanzioni, l’Iran, che ha fatto delle cripto una leva di sopravvivenza finanziaria. Dall’altro, hub ultramoderni come Dubai e Abu Dhabi che attirano capitali globali, imprenditori “in fuga” dall’Occidente e miliardari con simpatie geopolitiche ambigue. In mezzo, la stablecoin Tether (Usdt), che funziona come un dollaro virtuale e muove miliardi senza passare per i circuiti bancari tradizionali.

Il paradosso è stridente. Gli Emirati Arabi Uniti sono alleati strategici degli Stati Uniti, ospitano basi militari americane e al tempo stesso costruiscono il più avanzato ecosistema regolatorio per le criptovalute al mondo. Teheran, ufficialmente isolata da Swift e dai mercati internazionali, ha trasformato la blockchain in una banca parallela. In entrambi i casi, la tecnologia non è neutrale, è uno strumento di potere.

Iran: l’espediente delle criptovalute per aggirare le sanzioni

L’Iran è uno dei rari casi al mondo in cui le criptovalute sono diventate simultaneamente uno strumento di Stato e un’ancora di salvezza per i cittadini comuni. Secondo le stime di Chainalysis, nel 2025 i portafogli iraniani hanno ricevuto un totale record di circa 7,8 miliardi di dollari in criptovalute, in crescita rispetto ai 7,4 miliardi del 2024 e ai 3,17 miliardi del 2023. Trm Labs stima addirittura cifre superiori, nell’ordine dei 10 miliardi.

Il protagonista di questa storia è il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). Secondo i dati di Chainalysis, nel solo quarto trimestre del 2025 gli indirizzi riconducibili all’Irgc rappresentavano oltre il 50 per cento di tutti i flussi in entrata di criptovalute ricevuti in Iran. La struttura operativa è sofisticata. L’Irgc si è servito di due exchange registrati nel Regno Unito – Zedcex e Zedxion – per muovere circa 1 miliardo di dollari tra il 2023 e il 2025, principalmente in Usdt sulla rete Tron. Nell’agosto 2025, dopo il ripristino delle sanzioni da parte di Francia, Germania e Regno Unito attraverso il meccanismo di snapback nucleare, Teheran ha ulteriormente accelerato l’uso degli asset digitali nel commercio internazionale.

Iran e criptovalute: dai cittadini comuni alle armi del regime

Il centro per le esportazioni del ministero della Difesa iraniano ha anche annunciato la disponibilità ad accettare criptovalute come metodo di pagamento per la vendita di armamenti (missili balistici Emad, droni Shahed, navi da guerra) come documentato dal Financial Times e confermato da Startmag.it. Secondo lo Stockholm international peace research institute l’Iran è al venticinquesimo posto tra i maggiori esportatori di armi nel periodo 2021-2025. 

Per i cittadini comuni iraniani, invece, le cripto sono uno strumento difensivo dal crollo del rial e dall’inflazione attesa, un modo per tentare di proteggere il proprio potere di acquisto in una situazione di profonda crisi economica su cui si sono abbattuti anche gli attacchi di Israele e Stati Uniti.

Emirati Arabi Uniti: la “terra promessa” dei cryptobro

Spostiamoci adesso a Dubai, che è diventata nel tempo uno dei centri mondiali delle criptovalute non per caso, ma per design. Zero tasse sul reddito personale, visti d’oro accessibili agli investitori, infrastrutture di lusso e un governo che ha scelto di costruire un quadro normativo anziché proibirle. Dal 2022, la Virtual assets regulatory authority (Vara) è l’unico organismo regolatorio al mondo dedicato esclusivamente agli asset virtuali. Nel 2025, secondo i dati esposti da Binance, oltre mille aziende di criptovalute operavano negli UAE.

Il modello ha funzionato come un “magnete” per capitali, e per personaggi controversi. Non tutti coloro che si stabiliscono negli Emirati sono imprenditori dell’innovazione: molti scelgono la giurisdizione per sfuggire a controlli fiscali e regolatori nei Paesi d’origine, o per gestire capitali dalla provenienza opaca. La zona franca finanziaria di Abu Dhabi (Adgm – Abu Dhabi global market) e il Difc (Dubai international financial centre) offrono sistemi giudiziari di common law separati dal resto del Paese, un ambiente appetibile per chi cerca flessibilità legale.

Nel 2025, il Decreto Legge Federale n. 6 degli Emirati ha ampliato la supervisione della Banca Centrale, includendo DeFi e Web3 (dunque il mondo crypto), imponendo licenze obbligatorie ma senza vietare l’autocustodia dei fondi. 

Secondo gli ultimi dati di Chainalysis, gli Emirati hanno ricevuto circa 34 miliardi di dollari in criptovalute tra luglio 2023 e giugno 2024, con una crescita del 42 per cento su base annua, e si collocano al terzo posto mondiale per utilizzo pro-capite di valute digitali.

Il “petro-mining”: data center tra le dune

Vediamo adesso come è costituita l’infrastruttura in Asia Occidentale, che operara nella logica del cosiddetto “petro-mining”, attivo nel convertire idrocarburi in bitcoin.

I Paesi produttori di petrolio e gas dispongono di energia abbondante e a basso costo, parte della quale (il gas di torcia bruciato nei giacimenti) andrebbe altrimenti sprecata. Trasformarla in elettricità per alimentare data center di mining è diventata una strategia economica e geopolitica.

L’Oman è il caso più avanzato: il governo del sultanato ha investito oltre 800 milioni di dollari in infrastrutture di mining di criptovalute. Due operatori principali dominano il settore: Green Data City, situata a Salalah (nel sud del Paese, con clima più favorevole grazie al monsone), ha stretto un accordo da 300 milioni di dollari con Phoenix Group, il maggiore operatore di mining degli Emirati. Exahertz International, l’altro attore, mira a raggiungere 275 megawatt di capacità operativa. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un’hashrate che potrebbe rappresentare il 7 per cento della rete globale di Bitcoin.

Negli Emirati, Abu Dhabi ha sviluppato una farm da 200 megawatt in collaborazione con il fondo sovrano locale. L’operatore Du, principale telco degli UAE, ha lanciato un servizio “mining-as-a-service” per residenti. Il Paese contribuisce a circa il 4 per cento dell’hashrate globale di Bitcoin. Al contrario, Kuwait e Qatar mantengono un divieto totale sul mining e sulle transazioni in criptovalute.

In questo contesto le preoccupazioni ambientali vengono messe da parte. La regione è energy-rich e necessita di diversificare le proprie fonti di reddito rispetto al ciclo del prezzo del petrolio. Il crypto-mining diventa così uno strumento di sviluppo tecnologico, anche se il dibattito sulla sostenibilità rimane aperto.

L’asse Trump-Emirati: il capitalismo occidentale nel Golfo

Quattro giorni prima dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, una società riconducibile allo sceicco Tahnoun bin Zayed al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati e fratello del presidente emiratino Mohamed bin Zayed, ha acquisito il 49 per cento di World Liberty Financial (Wlfi), la società di criptovalute della famiglia Trump, per 500 milioni di dollari. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, citando documenti societari riservati.

L’accordo, firmato da Eric Trump, è rimasto segreto per mesi. Wlfi non ha comunicato né la quota né il fatto che due affiliati di Tahnoun – il legale generale Martin Edelman e il Ceo di G42, Peng Xiao – fossero stati nominati nel consiglio di amministrazione. Tahnoun presiede anche MGX, fondo di investimento emiratino che nel maggio 2025 ha usato 2 miliardi di dollari in stablecoin USD1 emessa da Wlfi per finanziare un investimento in Binance. Pochi mesi dopo, l’amministrazione Trump ha approvato la vendita agli Emirati di 500mila chip di intelligenza artificiale di ultima generazione. Un accordo che l’amministrazione Biden aveva bloccato per timori di sicurezza legati a potenziali legami cinesi di G42.

Il Congresso americano ha aperto un’indagine: il deputato Ro Khanna ha richiesto formalmente i registri societari, chiedendo se 187 milioni di dollari fossero stati versati a entità della famiglia Trump. E sollevando il tema di un potenziale conflitto di interessi ai limiti della clausola degli emolumenti della Costituzione americana. Tra i principali investitori noti di Wlfi figura anche il miliardario Justin Sun, fondatore di Tron, la blockchain più usata dall’Iran per aggirare le sanzioni. E così torniamo al nostro punto di partenza.

Tether (Usdt): il dollaro digitale che muove la guerra e il commercio

Tether (Usdt) è la stablecoin più diffusa al mondo. Vale sempre un dollaro, è emessa da una società privata (Tether Ltd., con sede alle Isole Vergini Britanniche), e al 2025 ha una capitalizzazione di mercato superiore a 186 miliardi di dollari. È, di fatto, il “dollaro delle cripto”: consente di spostare milioni di dollari in pochi secondi, ovunque nel mondo, senza passare per una banca.

Nel conflitto del Golfo, Tether ha avuto un ruolo duplice. Da un lato, l‘Iran l’ha usata massicciamente. La Banca Centrale iraniana ha accumulato almeno 507 milioni di dollari in Usdt nel 2025, principalmente sulla rete Tron, nel tentativo di sostenere il rial e costruire una riserva di dollari al di fuori del sistema bancario internazionale. Dall’altro, Wlfi (la società della famiglia Trump, ricordiamo) ha emesso la propria stablecoin, USD1, che l’emiratino MGX ha utilizzato per una transazione da 2 miliardi di dollari con Binance.

Tether non è però un soggetto passivo. Nel luglio 2025, l’azienda ha eseguito il più grande congelamento di fondi legati a sanzioni della sua storia: ha bloccato 42 indirizzi di criptovalute collegati all’IRGC per circa 1 miliardo di dollari in flussi Usdt. A giugno 2025, aveva già congelato 37 milioni di dollari su portafogli della Banca Centrale iraniana, dopo la loro identificazione da parte di Elliptic. Tuttavia, le autorità statunitensi e i ricercatori blockchain avvertono che la capacità degli attori statali di creare nuovi wallet è illimitata, rendendo l’enforcement un gioco del gatto e del topo.

Un futuro scritto sulla blockchain?

Il Golfo Persico non esporta più solo greggio. Sta diventando il laboratorio mondiale della finanza decentralizzata, con le sue contraddizioni tutte visibili

  • un regime sanzionato che usa le stesse tecnologie di un hub finanziario ultramoderno; 
  • una famiglia presidenziale americana che intreccia affari in criptovalute con uno dei più potenti consiglieri di sicurezza del Medio Oriente; 
  • data center che trasformano gas naturale in bitcoin nel silenzio del deserto.

I numeri parlano chiaro. La regione Mena ha gestito circa 338 miliardi di dollari in transazioni crypto tra luglio 2023 e giugno 2024. Il 7,5 per cento del volume globale. I Paesi sanzionati a livello mondiale hanno ricevuto quasi 16 miliardi di dollari in criptovalute nel 2024 da soli, secondo Chainalysis. L’evasione delle sanzioni via blockchain è cresciuta del 162 per cento nel 2025, trainata per il 694 per cento dai flussi verso entità sanzionate.

La domanda che rimane aperta è quella più antica della politica: a chi serve lo strumento? Per i milioni di iraniani che usano bitcoin per proteggere i risparmi dall’inflazione, le cripto sono una forma di libertà finanziaria individuale. Per l’Irgc, sono uno strumento per finanziare milizie, acquistare armi e aggirare le istituzioni internazionali. Per i governi del Golfo, sono leva di diversificazione economica e autonomia strategica. Per la famiglia Trump, sono un’opportunità commerciale con implicazioni geopolitiche che il Congresso americano sta appena cominciando a esaminare.

Nella regione più esplosiva del Pianeta, i bit stanno diventando interconnessi esattamente come i barili.


Glossario Eticoin criptovalute

Hashrate

L’hashrate è la velocità con cui un computer (o una rete di computer) riesce a fare calcoli per validare le transazioni in una criptovaluta come bitcoin.

Ogni calcolo è come un tentativo di risolvere un puzzle matematico, dunque più tentativi al secondo si riescono a fare, più è alta l’hashrate. In pratica un’hashrate alta corrisponde a maggiore potenza di calcolo e sicurezza della rete, mentre una bassa comporta minor potenza e una rete più vulnerabile.

Si misura in unità come:

  • H/s (hash al secondo);
  • MH/s, GH/s, TH/s (milioni, miliardi, trilioni di tentativi al secondo).

Dunque l’hashrate indica quanto è “forte e veloce” la rete nel funzionare e proteggersi.


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