L’intreccio tra debito degli Stati Uniti, yen e IA che minaccia la stabilità finanziaria globale

Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte ad un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive. Saranno determinanti quindi, in ...

Il Tesoro statunitense è corso in aiuto del Giappone per sostenere lo yen, temendo ripercussioni sul proprio debito mentre i colossi dell'IA si espongono finanziariamente in modo gigantesco © sasirin pamai/iStockPhoto

Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte ad un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive. Saranno determinanti quindi, in particolare, le azioni della Federal Reserve e della Bce.

È utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni. Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana. In tale gruppo è presente l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e gli amministratori delegati delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan).

La cricca di finanzieri voluta da Trump per indicare la via alla Fed

C’è poi Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute. Ne fa parte anche l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty.

E ancora il premio Nobel 2011 Thomas Sargent, molto attivo nel mondo dei Quantitative Hedge Funds, e l’ex governatore della Banca centrale del Brasile, Arminio Fraga che, prima di guidare la banca centrale, è stato il braccio destro di George Soros, nelle vesti di managing director del Quantum Fund, e fondatore di Gávea Investimentos, una delle principali società di gestione patrimoniale e private equity in America Latina, in passato controllata da JP Morgan Asset Management.

In sintesi, la strategia monetaria della più grande banca centrale del mondo, che definirà le sorti del dollaro, sarà concepita con il contributo fondamentale di una ristrettissima élite di grandi consulenti della finanza privata.

Alla guida della Bce potrebbe arrivare un falco dell’austerity

La vicenda della Banca centrale europea è molto probabile invece che sia caratterizzata dalle dimissioni di Christine Lagarde per dare modo al presidente francese Macron, prima della fine del suo mandato, di contribuire alla scelta della prossima guida dell’istituto di Francoforte che potrebbe essere uno tra Klaas Knot, presidente della banca centrale dei Paesi Bassi oltre che membro del Consiglio direttivo Bce, Isabel Schnabel, componente del comitato esecutivo, e Joachim Nagel, presidente Bundesbank.

In Europa dunque la strategia monetaria potrebbe essere quella definita da un falco dell’austerità. Se proviamo a unire i puntini mettendo insieme queste due situazioni emerge un quadro nel quale la Fed asseconderà le operazioni dei colossi della finanza statunitense senza far mancare la liquidità alla bolla ipertrofica in corso mentre il rigorismo della Bce faciliterà la colonizzazione (ad opera degli stessi colossi della finanza degli Usa) del risparmio del Vecchio Continente.

A questo quadro si aggiungono due ulteriori fattori. Il crollo dello yen, che ha toccato minimi record sopra quota 163 contro il dollaro nelle ultime settimane di luglio è causato da una combinazione di fattori economici e geopolitici assai significativi. Nonostante la Bank of Japan abbia iniziato ad alzare i tassi, portandoli all’1%, il divario con quelli statunitensi resta enorme.

In Giappone si teme un crollo dello yen: Washington interviene per evitare un panico finanziario globale

Gli investitori continuano a vendere yen per acquistare dollari, cercando rendimenti più alti, che in questo momento stanno salendo ulteriormente. Il conflitto ancora di fatto in corso in Iran ha fatto impennare i prezzi del petrolio. Poiché il Giappone importa quasi tutta la sua energia in dollari, uno yen debole rende il carburante carissimo, alimentando un’inflazione che il Paese non vedeva da decenni.

I mercati, inoltre, sono nervosi riguardo ai piani fiscali del primo ministro Sanae Takaichi, temendo un aumento eccessivo del debito pubblico, già superiore al 200% del Pil. Molti investitori esteri che possiedono azioni giapponesi stanno quindi vendendo yen per proteggersi dal rischio valutario, accelerando la caduta della moneta asiatica. Alla luce di ciò, il Tesoro degli Stati Uniti è intervenuto proprio in questi giorni (agosto 2026) insieme a Tokyo per sostenere lo yen.

Le ragioni di Washington sono strategiche. Un crollo disordinato dello yen potrebbe causare infatti un panico finanziario globale, con conseguenze devastanti per la bolla finanziaria in atto. Una manovra a difesa dei titoli di Stato, poiché il Giappone è il più grande detentore straniero di debito pubblico americano. Se Tokyo fosse costretta a vendere massicciamente i suoi bond sovrani americani per difendere lo yen, i rendimenti negli Usa salirebbero vertiginosamente, danneggiando in profondità la solvibilità del debito.

La conferma giunta dagli Stati Uniti e il prezzo pagato dagli europei

Peraltro, Trump e il segretario al Tesoro Scott Bessent hanno descritto l’intervento come un “atto di amicizia” volto a stabilizzare un alleato chiave, confermando che il Tesoro ha venduto euro per acquistare yen attraverso la Fed di New York. In altre parole, l’amministrazione statunitense ha deciso di difendere lo yen per evitare guai al proprio debito e al mercato azionario a stelle e strisce facendo pagare il conto alla moneta europea.

Questa “strategia” è resa quasi obbligata anche dalla paura che possa esplodere e si riversi sullo stesso mercato azionario americano una “bomba” di grande impatto. Le cinque principali società degli Stati Uniti che si occupano di intelligenza artificiale hanno accumulato circa 1.650 miliardi di dollari in impegni contrattuali futuri che non compaiono nella voce “debiti” dello stato patrimoniale, ma solo nelle note integrative ai conti.

Intanto nella bolla dell’IA preoccupano gli impegni finanziari futuri dei colossi del big tech

Questa cifra ha ormai superato il loro debito ufficiale dichiarato (circa 1.350 miliardi). Si tratta di costi “nascosti” perché riguardano principalmente proprio la corsa all’IA. Le Big Tech firmano contratti pluriennali per la costruzione di data center e l’acquisto massiccio di chip. Secondo le regole contabili vigenti, finché il data center non è operativo o il chip non viene consegnato, la spesa non è registrata come debito diretto, ma come “impegno futuro”.

Se però la domanda di servizi AI dovesse rallentare, queste aziende si ritroverebbero vincolate a pagare cifre astronomiche per infrastrutture che non generano i profitti sperati. Meta è l’azienda più esposta, con circa 420 miliardi di impegni fuori bilancio (quasi tre volte il suo debito ufficiale), gran parte dei quali legati a contratti di leasing per data center che devono ancora essere completati. In sintesi siamo di fronte ad una scommessa finanziaria senza precedenti sull’intelligenza artificiale, la cui entità reale è molto più pesante di quanto i grafici azionari abbiano mostrato finora. Un crollo del finanziamento giapponese al sistema finanziario Usa non è certamente tollerabile per il capitalismo finanziario globale.

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