Come le lobby dell’industria chimica condizionano scienza e regolazione in Europa
Le multinazionali chimiche usano scienza e lobbying per rallentare le normative europee su salute e ambiente
Nonostante le prove sempre più numerose della diffusione di sostanze pericolose nell’ambiente e nel corpo umano – oltre 350mila sostanze chimiche e miscele sono state identificate negli inventari di diversi Paesi e regioni – la regolamentazione europea continua a mostrare limiti significativi nel proteggere la salute delle persone e degli ecosistemi.
Le ragioni sono molte. Ma un fattore determinante di questo divario normativo sono le tattiche utilizzate dai produttori per continuare a produrre e vendere sostanze tossiche, influenzando la ricerca scientifica e il processo regolatorio.
Questa è la tesi al centro di un nuovo studio pubblicato da Corporate Europe Observatory (CEO) insieme al Center for International Environmental Law (CIEL). Una ricerca che analizza il modo in cui le imprese del settore e i loro alleati intervengono nel dibattito scientifico e regolatorio per ritardare o indebolire le restrizioni su sostanze pericolose. Il rapporto ricostruisce un vero e proprio repertorio di strategie, documentato attraverso quattro casi emblematici: le sostanze per- e polifluoroalchiliche (Pfas), il bisfenolo A, il benzene e alcuni pesticidi.
Come le lobby minimizzano i rischi per la salute
Secondo lo studio, uno degli schemi ricorrenti consiste nel minimizzare o mettere in dubbio le evidenze sui danni sanitari e ambientali. Per farlo, si finanziano ricerche favorevoli o si contrastano gli studi indipendenti. Un esempio riguarda il bisfenolo A (BPA). Corporate Europe Observatory ricostruisce come, per anni, una parte degli studi che escludevano rischi significativi alle basse dosi fosse finanziata dall’industria. Ciò mentre molte ricerche indipendenti indicavano effetti avversi, in particolare come interferente endocrino.
Questa strategia è emersa anche nelle controversie legali avviate dall’associazione PlasticsEurope contro l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), dopo l’inserimento del BPA tra le sostanze estremamente preoccupanti. L’industria ha contestato gli studi alla base della decisione, ma il Tribunale dell’Unione europea ha rilevato che numerose ricerche dimostravano effetti negativi sul sistema ormonale. E che molte delle critiche erano già state esaminate durante la valutazione scientifica.
Secondo il rapporto, la costruzione di dubbio scientifico non serve necessariamente a dimostrare la sicurezza di una sostanza. È spesso sufficiente a ritardare le decisioni regolatorie e a mantenerla più a lungo sul mercato.
Sapevano i rischi: i documenti interni delle aziende chimiche
In altri casi, emerge la tendenza a ritardare la diffusione di dati sui rischi, prolungando l’utilizzo delle sostanze sul mercato. Il rapporto cita il caso dei Pfa. Informazioni sulla loro tossicità e persistenza erano note all’interno dell’industria anni prima che emergessero nel dibattito pubblico e regolatorio. Documenti aziendali e indagini giornalistiche mostrano che alcune imprese erano a conoscenza della contaminazione e dei possibili effetti sanitari molto prima che questi venissero riconosciuti su larga scala, in quello che lo studio definisce withholding knowledge. Cioè la mancata diffusione di conoscenze scientifiche rilevanti.
Dalla fine degli anni Novanta, tribunali statunitensi hanno costretto alcuni dei principali produttori a rendere pubbliche informazioni sulla tossicità rimaste nascoste per decenni. Analisi di documenti interni di DuPont e 3M indicano che già nel 1970 le aziende conoscevano la tossicità di queste sostanze. Circa quarant’anni prima che i rischi fossero pienamente riconosciuti dalla sanità pubblica.
Anche il produttore francese Arkema era a conoscenza dei pericoli dei Pfas almeno dalla fine degli anni Novanta. E avrebbe potuto limitarne la diffusione con anni di anticipo. Quando la regolamentazione è diventata inevitabile, l’industria ha continuato a intervenire nel dibattito scientifico. Un’inchiesta internazionale del 2025 ha mostrato come articoli molto citati, scritti da consulenti o dipendenti dei produttori, siano stati utilizzati per sostenere l’esenzione di intere classi di Pfas dalle restrizioni.
Gruppi di facciata: come l’industria chimica simula il dibattito scientifico
Il rapporto segnala anche pratiche più opache, come la creazione di gruppi di facciata che si presentano come organismi scientifici indipendenti o associazioni tecniche, ma che in realtà operano per promuovere le posizioni dell’industria. Un esempio citato riguarda il benzene. Corporate Europe Observatory ricostruisce il ruolo di Concawe, un organismo di ricerca creato dalle compagnie petrolifere, che negli anni ha prodotto studi e analisi utilizzati per intervenire nel dibattito regolatorio europeo e contrastare limiti più severi all’esposizione alla sostanza. In un caso, Concawe commissionò una nuova analisi sugli effetti del benzene a basse dosi e la presentò all’Agenzia europea per le sostanze chimiche. Secondo esperti citati nel rapporto, lo studio escludeva dati cruciali, rendendo difficile individuare i rischi alle basse esposizioni. Nello stesso periodo, l’organizzazione faceva pressione sui decisori europei proponendo limiti di esposizione più alti rispetto a quelli raccomandati dagli organismi scientifici.
Queste strutture, osserva il rapporto, svolgono una funzione cruciale. Permettono alle aziende di intervenire nel dibattito scientifico e normativo con una credibilità apparente maggiore di quella che avrebbero agendo direttamente come singoli produttori.
Ghostwriting scientifico: quando l’industria chimica scrive i paper degli esperti
A queste si aggiungono episodi di ghostwriting. Cioè articoli scientifici redatti con il contributo diretto delle aziende, ma pubblicati sotto il nome di ricercatori apparentemente indipendenti. Il rapporto richiama, ad esempio, casi emersi nel settore dei pesticidi, dove documenti interni e procedimenti giudiziari hanno mostrato come alcune imprese avessero partecipato alla stesura di studi poi utilizzati nel dibattito regolatorio per sostenere la sicurezza delle sostanze. Tra i casi più noti citati nello studio vi sono quelli legati al glifosato. Una valutazione pubblicata nel 2000 e per anni utilizzata come prova della sicurezza della sostanza sarebbe stata redatta con il contributo diretto di Monsanto, come emerso da email interne rese pubbliche in un contenzioso giudiziario. L’articolo, rimasto a lungo un riferimento nelle valutazioni regolatorie, è stato ritirato solo nel 2025, dopo che nuove analisi ne hanno documentato le criticità.
Secondo Corporate Europe Observatory, questo meccanismo consente di immettere nella letteratura scientifica lavori favorevoli all’industria che finiscono per influenzare anche le valutazioni delle autorità. Con effetti che possono protrarsi per anni anche quando gli studi vengono successivamente messi in discussione.
Stesse tattiche del fossile: l’industria chimica copia il playbook del petrolio
Tutte queste strategie, osserva CEO, non sono nuove. Metodi simili sono stati documentati in passato nei settori del tabacco e dei combustibili fossili, dove la costruzione di incertezza scientifica ha rappresentato uno strumento decisivo per ritardare l’introduzione di normative più severe. Nel campo delle sostanze chimiche, tuttavia, l’impatto può essere ancora più pervasivo, perché riguarda migliaia di composti utilizzati in prodotti di uso quotidiano, dai materiali plastici ai pesticidi agricoli.
Il risultato, conclude il rapporto, è che la distanza tra le conoscenze scientifiche disponibili e le misure effettivamente adottate può rimanere ampia per anni, con conseguenze dirette sulla salute pubblica e sugli ecosistemi. In un contesto in cui l’inquinamento chimico è sempre più riconosciuto come una delle grandi crisi ambientali globali, il nodo centrale diventa quindi non solo quali sostanze vietare o limitare, ma anche come garantire che le decisioni pubbliche si basino su evidenze scientifiche indipendenti e trasparenti, sottratte all’influenza di interessi industriali.




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