Ascesa e declino della Tuscia: la monocoltura della nocciola sta trasformando il viterbese

Dalla biodiversità alla monocoltura intensiva: il modello industriale delle nocciole sta trasformando la Tuscia

Un noccioleto nella Tuscia © Tulumnes/Wikimedia Commons

In principio era la Tuscia, terra di ulivi, vigne e nocciole. Poi, circa venti anni fa, qualcosa ha cambiato radicalmente il volto del Viterbese, al punto da rendere quasi ironica la toponomastica: oggi che i noccioli sono ovunque, che senso ha chiamare un paese Vignanello?

La metamorfosi della Tuscia, serbatoio produttivo italiano di nocciole

La metamorfosi è stata rapida e profonda. Quella che il biodistretto della Via Amerina, una realtà di bioagricoltori molto attiva sul territorio, definisce una «moltiplicazione anarchica» dei noccioleti ha trasformato la provincia di Viterbo nel principale serbatoio produttivo italiano. La monocoltura intensiva copre oggi tra i 25mila e i 30mila ettari. «È come un’area mineraria», spiega Andrea Ferrante, coordinatore del biodistretto: biodiversità sacrificata, ulivi secolari a rischio e vigne storiche estirpate in nome della produzione industriale.

Questo modello, però, mostra già i suoi limiti biologici ed economici. Colpita dalla crisi climatica e dall’invasione della cimice asiatica, la produzione vacilla. Nel 2025 il Cile ha superato l’Italia con più di 100mila tonnellate di nocciole raccolte, diventando il secondo produttore mondiale dopo la Turchia e nuovo fornitore privilegiato della filiera globale.

Geopolitica delle nocciole: perché Ferrero Hazelnut Company ha spostato la produzione nella Tuscia

Tutto nasce da una scelta strategica di Ferrero: ridurre la dipendenza dalla Turchia, da cui proviene circa il 70% delle nocciole utilizzate dall’azienda. Prezzi instabili, rischi legati al lavoro minorile e incertezze politiche hanno spinto la multinazionale di Alba a cercare alternative. Così nel 2018 è partito il Progetto Nocciola Italia, con l’obiettivo di aumentare del 30% le superfici coltivate nel nostro Paese entro il 2025. Viterbo, che già forniva un terzo della produzione nazionale, è diventata il cuore dell’operazione.

Grazie ad accordi con la Regione Lazio e con le Organizzazioni dei produttori, Ferrero si è impegnata ad acquistare il 75% del raccolto locale. Una promessa di reddito che ha innescato la corsa agli impianti. Tantissimi proprietari terrieri che hanno deciso di convertire vigne e uliveti in noccioleti, attratti da una coltura che, pur richiedendo cinque o sei anni per entrare a regime, garantisce rese economiche apparentemente inattaccabili. Ma, quando un territorio dipende da un solo acquirente, è quell’acquirente a stabilire le regole.

Il biologico resta spesso un miraggio. Molti noccioleti vengono avviati in regime bio durante i primi cinque anni – quando le piante non producono – per intercettare fondi pubblici. «Poi, con l’arrivo dei primi raccolti, si passa al convenzionale», racconta Ferrante. Ne deriva una discrepanza tra superfici “aiutate” e prodotto realmente biologico: il bio diventa un paracadute economico temporaneo, non un modello agricolo reale.

Tra Dop e commodity, la crisi d’identità della nocciola viterbese

Intanto la nocciola viterbese perde identità. Il prezzo è agganciato alle quotazioni turche, dove il costo del lavoro è molto più basso. Ferrero, che controlla anche parte degli impianti di sgusciatura, ha una forza tale da orientare il mercato globale. I produttori italiani, dunque, subiscono oscillazioni che non tengono conto dei loro costi reali.

Nell’autunno del 2024 la situazione è esplosa in una protesta aperta. Un gruppo di coltivatori del Progetto Nocciola Italia ha inviato una lettera a Ferrero Hco denunciando che i prezzi «attentamente stabiliti» all’inizio del progetto non sono più attuali. Con l’aumento del costo dell’energia e i raccolti falcidiati da gelate e parassiti, molte aziende oggi sono al limite della sopravvivenza. 

L’appiattimento ha generato il paradosso della «Dop fantasma». La pregiata varietà Gentile romana, storicamente coltivata nel Viterbese, esiste. Ma l’industria non ha interesse a valorizzarla, perché serve una materia prima indistinta per la produzione su larga scala. Così la Tuscia viene ridotta a zona di estrazione: si produce nocciola grezza, mentre il valore aggiunto resta altrove.

La replica di Ferrero sul “Progetto Nocciola Italia”

Questo modello “estrattivo” separa produzione e trasformazione. Ferrero porta via la materia prima, lasciando sul territorio i costi ambientali e sociali. Dieci anni fa esisteva ancora un minimo di concorrenza tra sgusciatori indipendenti. Tra il 2010 e il 2012 la multinazionale ha acquisito i principali impianti di sgusciatura della zona, arrivando così a controllare il passaggio industriale decisivo della filiera. Attraverso questo snodo concentra oggi circa l’80% degli acquisti di nocciole della Tuscia. Gli agricoltori, mediati dalle Organizzazioni dei produttori, sono diventati di fatto subappaltatori che lavorano terre proprie ma senza alcun potere contrattuale.

Sollecitata sul tema, Ferrero dichiara di avere l’obiettivo di generare valore condiviso per i territori. Precisa di non possedere né gestire direttamente aziende agricole in Italia, agendo esclusivamente come acquirente attraverso contratti di lungo periodo finalizzati a garantire stabilità ai produttori. Secondo il Gruppo, la coltivazione del nocciolo può contribuire a prevenire l’erosione del suolo, presenta un potenziale di assorbimento di CO2 e richiede meno trattamenti chimici rispetto ad altre colture arboree. In merito alla presenza nella Tuscia, l’azienda precisa che il “Progetto Nocciola Italia” nel Lazio riguarderebbe circa 255 ettari, l’1% della superficie regionale coltivata a nocciole. Ferrero rivendica infine livelli di tracciabilità superiori al 90% nella filiera globale, investimenti in ricerca scientifica e una lunga collaborazione con l’Organizzazione internazionale del lavoro.

I costi ambientali e sanitari delle monocolture intensive di nocciole nella Tuscia

Ma il costo ambientale è evidente. Per irrigare migliaia di ettari spesso piantati in aree non vocate, la corilicoltura intensiva ha iniziato a sottrarre acqua ai cittadini con prelievi spesso incontrollati e superiori alle quantità autorizzate. L’abbassamento delle falde in un territorio vulcanico innesca anche un rischio chimico, perché favorisce l’aumento di arsenico e radon nelle acque potabili. 

Il simbolo di questo drammatico collasso è il Lago di Vico. Dovrebbe essere un parco naturale protetto, oggi è un ecosistema «comatoso», vittima di un’eutrofizzazione galoppante alimentata dal fosforo e dall’azoto dei fertilizzanti usati per i noccioleti circostanti. Il risultato è la fioritura ciclica dell’alga rossa (Plankothrix rubescens) che produce microcistine cancerogene. Particelle non abbattibili nemmeno con la bollitura, che hanno costretto i comuni di Caprarola e Ronciglione a convivere da anni con ordinanze di non potabilità. La situazione è talmente grave che, tra il 2023 e il 2024, il Consiglio di Stato ha condannato definitivamente la Regione Lazio per la violazione degli obblighi di tutela dell’habitat.

Sul piano sanitario, il Registro Tumori segnala un’incidenza di melanomi e leucemie superiore alla media nazionale. Studi epidemiologici collegano queste patologie all’esposizione prolungata ai pesticidi. Anche la fauna è in declino: senza siepi e habitat diversificati gli impollinatori scompaiono, spezzando definitivamente la catena della biodiversità del territorio.

La resistenza del biodistretto e la battaglia istituzionale

Da oltre dieci anni il biodistretto della Via Amerina e delle Forre prova a invertire la rotta, coinvolgendo 14 comuni in un progetto di agricoltura multifunzionale e biodiversa. Il Lazio è oggi la regione con più biodistretti, grazie a una legge regionale pionieristica che ha saldato iniziativa dei bioagricoltori e amministrazioni locali.

La battaglia per la riconversione integrale al biologico nella Tuscia, però, è sfociata in un durissimo conflitto istituzionale. Da una parte, i sindaci del biodistretto (come quelli di Nepi e  Gallese) hanno tentato di proteggere pozzi, scuole e centri abitati emettendo ordinanze restrittive per vietare l’uso di glifosato e neonicotinoidi. Dall’altra parte della barricata si sono schierate le grandi organizzazioni di categoria, in particolare Assofrutti che, avendo stretto accordi per consegnare a Ferrero il 75% della produzione locale, ha sistematicamente impugnato questi divieti davanti al Tar.

È una lotta impari, anche perché spesso le istituzioni nazionali sembrano remare contro le autonomie locali. Secondo Andrea Ferrante, in alcuni ricorsi persino l’avvocatura dello Stato si è schierata a fianco delle associazioni dei produttori, con memorie che apparivano come «fotocopie» di quelle dell’industria. Ma il vero limite, spiega, è nella natura degli strumenti utilizzati. «Le ordinanze sono state fondamentali – sottolinea – per rompere il silenzio, ma presentano un vulnus intrinseco: sono strumenti emergenziali, non possono durare anni». La sfida politica del biodistretto è dunque quella di evolvere verso regolamenti comunali e provinciali stabili e pluriennali.

Tra la minaccia delle scorie nucleari e la perdita di biodiversità

Come se non bastasse, incombe l’ipotesi di installazione del Deposito nazionale delle scorie nucleari. «Se la Tuscia diventasse la pattumiera radioattiva d’Italia, non c’è nocciola che tenga», avverte Ferrante. L’impatto d’immagine sarebbe devastante e distruggerebbe definitivamente la commerciabilità e la reputazione di ogni eccellenza agricola locale, indipendentemente dalla sua qualità.

Poi c’è la crisi climatica. Siccità, gelate tardive e cimice asiatica hanno ridotto i raccolti fino all’80% in alcune zone. È l’effetto di un “deserto verde”: la monocoltura offre un “banchetto” ininterrotto a specifici parassiti e, allo stesso tempo, elimina gli habitat necessari alla sopravvivenza dei loro antagonisti naturali. Che la monocoltura sia tra le cause della proliferazione della cimice, e che l’uso intensivo della chimica produca un effetto opposto a quello atteso, lo mostrano i risultati dei produttori biologici locali. Dove resistono siepi, boschi e colture diverse, i danni sono minori e senza ricorrere a massicci trattamenti chimici.

La rigenerazione territoriale in Tuscia è una strada possibile

Oggi la Tuscia è a un bivio: continuare con un modello industriale esausto o puntare su una rigenerazione territoriale. Serve, dice il presidente del biodistretto Famiano Crucianelli, una «Santa alleanza» tra agricoltori, istituzioni e industria.

La via d’uscita esiste già. Esperienze imprenditoriali come Deanocciola dimostrano che si può chiudere la filiera in loco, trasformando le nocciole biologiche in creme spalmabili di qualità per i mercati internazionali. «Dobbiamo produrre di meno e dare più valore al prodotto, entrando direttamente nei processi di trasformazione finale», sostiene Ferrante. Solo così gli agricoltori possono smettere di essere subappaltatori e tornare protagonisti di un’economia artigiana, sostenibile e radicata nel territorio.

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