Pantelleria: come i saperi antichi possono salvare l’acqua

Per secoli cisterne ipogee e giardini panteschi hanno garantito l'autonomia idrica. Oggi la rete pubblica dipende al 100% da un dissalatore a gasolio

Elisabetta Norzi
Un dammuso di Pantelleria: il tetto a cupola serviva a convogliare l'acqua piovana nella cisterna © mauro/Flickr
Elisabetta Norzi
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In breve

  • Pantelleria non ha sorgenti di acqua dolce: la rete idrica pubblica dipende al 100% da un dissalatore a gasolio, mentre d’estate la popolazione quadruplica.
  • Per secoli dammusi, cisterne ipogee e giardini panteschi hanno raccolto pioggia e rugiada, garantendo l’autonomia idrica di case e coltivazioni senza consumare energia.
  • Con il turismo i vigneti sono crollati da 5mila a 400 ettari e la gestione dell’acqua, un tempo diffusa e comunitaria, si è centralizzata tra dissalatore e autobotti.

Prima dell’aria condizionata e dei dissalatori, nel Golfo Persico il deserto era abitabile grazie alle torri del vento e ai canali sotterranei Falaj. Erano tecniche di raffreddamento passivo e di gestione comunitaria dell’acqua a consumo energetico zero. Non serve andare così lontano per trovare saperi simili, nati dalla stessa scarsità. Basta scendere nel Canale di Sicilia.

A Pantelleria l’acqua è da sempre un bene prezioso, da centellinare con cura. Circondata dal mare, la sua terra vulcanica e fertilissima è priva di sorgenti di acqua dolce. I contadini panteschi, che coltivano la pregiata uva zibibbo per il passito venduto in tutto il mondo, lo sanno da secoli. E non ne sprecano una sola goccia. Con l’aumento delle temperature, le scarse precipitazioni e la siccità dovuti ai cambiamenti climatici l’acqua diventa davvero “oro blu”. Tanto più con i picchi stagionali del turismo, vitali per l’economia locale ma concentrati nei secchi mesi estivi.

Pantelleria è più vicina alle coste africane della Tunisia che alla Sicilia. Qui, come nel resto del Mediterraneo, il surriscaldamento corre a una velocità quasi doppia rispetto alla media globale. Tra fine luglio e inizio agosto 2026 l’acqua del mare ha sfiorato i 29,5 gradi. Non era mai successo.cOltre 4 gradi in più rispetto alla media storica stagionale, come confermano i modelli di monitoraggio Copernicus e i dati del mareografo di Pantelleria Scauri.

Ma se la scarsità idrica qui è da sempre una condizione strutturale, oggi l’equilibrio tra uomo e natura che contraddistingueva l’isola non regge più. Le piogge sono sempre più rare e concentrate in eventi estremi: il ciclone Harry dello scorso inverno ha addirittura cambiato la conformazione delle coste. E alla pressione ambientale si aggiunge quella antropica. Tra giugno e settembre la popolazione dell’isola, abitualmente di 7mila abitanti, quadruplica.

I flussi turistici, su un’isola spesso pubblicizzata come “paradiso selvaggio per Vip”, portano con sé modelli di consumo idrico urbani: piscine, docce frequenti, giardini incompatibili con l’ambiente. Da qui il paradosso: la dipendenza totale della rete idrica pubblica dall’impianto di dissalazione presente sull’isola. Che va a gasolio e comporta quindi un costo energetico e ambientale elevatissimo, emette tonnellate di CO2 e alimenta a sua volta surriscaldamento e siccità. La cultura della conservazione ha lasciato, anche qui, il posto a un modello di consumo e di turismo insostenibili. Sopravvivenza economica, obietterà qualcuno.

Cisterne fenicie e volte arabe: l’ingegneria per la raccolta dell’acqua

«La pietra chiama l’acqua», ripetono i panteschi più anziani, che ancora lavorano la terra. L’architettura tradizionale di Pantelleria, con i suoi dammusi di pietra lavica dal tetto a cupola bianco, viene oggi venduta come attrazione esotica della “perla nera del Mediterraneo”. Ma queste strutture sono molto più di storia o folklore. Sono un manifesto dell’ingegno umano nato proprio dalla scarsità. Un esempio millenario di economia circolare e di quella che la bioedilizia oggi definisce “architettura passiva”. Ovvero progettare edifici partendo dal clima e dalle risorse naturali del luogo.

A Pantelleria sopravvivere ha sempre significato catturare l’acqua prima che penetrasse nel terreno o evaporasse sotto il sole. Guardata da sotto, la terra è una mappa idraulica, disseminata di antiche cisterne ipogee scavate nella roccia. Le prime risalgono ai Fenici, che compresero la necessità di impermeabilizzare il sottosuolo per conservare le piogge invernali.

Secoli dopo, le maestranze arabe hanno perfezionato il sistema, legandolo all’architettura domestica. I dammusi nascono così: non solo come ripari dal caldo e dal freddo, ma come “imbuti” per l’acqua. I tetti a cupola non seguono ragioni estetiche: la loro forma convoglia l’acqua piovana e l’umidità della rugiada notturna verso i bordi. Da qui, un sistema di canalizzazioni e di grondaie in terracotta lavorate a mano raccoglie il flusso, indirizzandolo direttamente nella cisterna sotterranea, a fianco dell’abitazione.

Ogni dammuso nasceva quindi autosufficiente. Una sola cisterna riempita durante l’inverno bastava a garantire l’autonomia idrica per l’intera estate, fino al ritorno delle piogge autunnali. Oggi, a parte i panteschi e i turisti più attenti, si preferisce riempire le cisterne con l’acqua dissalata.

Giardini panteschi, muri a secco e vite ad alberello

Un concetto simile all’architettura del dammuso è quello del giardino pantesco, che i contadini dell’isola definiscono «un atto d’amore e rispetto per la natura». Visto oggi, rappresenta un esempio unico di autosufficienza idrica. Sono recinzioni circolari in pietra lavica, costruite rigorosamente a secco con una tecnica che ricorda i nuraghi sardi. Racchiudono al loro interno un solo albero, quasi sempre un agrume.

La struttura ha due funzioni: riparare la pianta dai venti intensi che soffiano sull’isola e creare acqua “dal nulla”. La pietra lavica, scura e porosa, è infatti un condensatore termico. Durante la notte si raffredda rapidamente e quando viene attraversata dall’aria umida del mare, trasforma l’umidità in rugiada e gocce d’acqua che bagnano il terreno. Gli alberi fruttificano senza bisogno di alcuna irrigazione artificiale.

Stessa logica dietro a tutto il paesaggio agricolo pantesco, a partire dalle migliaia di chilometri di muretti a secco che terrazzano le campagne. Non delimitano solo le proprietà, ma impediscono che le piogge invernali creino frane trascinando la terra nel mare.

All’ombra di questi muretti si coltiva la vite ad alberello, iscritta, insieme ai muri a secco, nel registro dei Patrimoni immateriali dell’umanità dall’Unesco. Per proteggere i filari di uva zibibbo dalle raffiche di vento e dalla siccità, i contadini scavano nel terreno profonde conche intorno alle piante. La vite cresce bassa, protetta, e la conca permette di trattenere l’umidità notturna, sfruttando fino all’ultima molecola d’acqua per far maturare gli acini. Proprio l’Unesco ricorda che l’arte della pietra a secco e le sue architetture rurali testimoniano «una relazione armoniosa tra gli esseri umani e la natura, ottimizzando l’uso delle risorse locali per prevenire il degrado del territorio». Oggi molti di questi giardini e terrazzamenti antichi sono abbandonati o vengono acquistati dai turisti insieme ai dammusi, per scopi puramente ornamentali.

Dammusi trasformati in abitazioni per turisti © Elisabetta Norzi

Turismo e dissalatore, così l’isola ha perso l’autonomia idrica

L’agricoltura e il commercio dell’uva passa erano uno dei principali sbocchi dell’economia pantesca, ma dagli anni Ottanta a oggi le attività legate al turismo sono diventate la base portante dell’economia dell’isola. I terreni e i dammusi da vendere o affittare si sono rivalutati, e la coltivazione della terra è stata largamente abbandonata.

Negli ultimi cinquant’anni la superficie coltivata a vigneto è crollata: dagli oltre 5mila ettari degli anni Settanta ai 400 ettari attuali. L’uva viene pagata ai contadini circa 1,30 euro al chilo. I dammusi ristrutturati valgono tra i 2.500 e i 5mila euro al metro quadrato. I giovani abbandonano i campi per lavorare nel turismo. La terra “si privatizza”, i dammusi perdono la loro funzione di presidi agricoli per la raccolta dell’acqua e diventano residenze estive di lusso. La necessità di grandi impianti di dissalazione e il sistema delle autobotti, che oggi consegnano l’acqua potabile a domicilio senza limitazioni, hanno centralizzato la gestione di una risorsa che una volta era diffusa, protetta e curata dall’intera comunità, dentro le cisterne di ogni singolo dammuso.

Sistemi di recupero dell’acqua piovana a livello comunitario, sviluppo di tecnologie di dissalazione a basso impatto energetico, fitodepurazione per il riutilizzo delle acque reflue. Sulla carta i progetti ci sono, e i fondi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sostengono la transizione ecologica. Ma la realtà quotidiana di Pantelleria racconta un’altra storia. Le intenzioni faticano a tradursi in fatti concreti, si scontrano con la lentezza burocratica e con la carenza di infrastrutture di un’isola minore lasciata a se stessa. E con l’ombra della criminalità organizzata, che spesso controlla bandi e finanziamenti.

Un isolamento non solo geografico, ma spesso anche istituzionale. La visita del presidente Sergio Mattarella lo scorso luglio, per il decennale del Parco nazionale, è stata la prima in assoluto di un capo dello stato nella storia della Repubblica italiana. «Il carattere di Pantelleria risulta dall’intreccio profondo che vi è tra natura e storia. Questo è un patrimonio che va valorizzato non per conservarlo come una fotografia, ma per il futuro», ha ammonito Mattarella nel suo discorso sull’isola.

E se lo Stato e la politica faticano ad arrivare, la risposta, che ormai è anche questione di sopravvivenza, può forse ripartire solo dal basso. Dalle pietre, dalla terra e dalla memoria di questa piccola isola, esempio storico di sostenibilità e autosufficienza.

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