Riso amaro: perché il prezzo del riso può far cadere un governo
Quando il prezzo del riso esplode, cadono i governi. Dal 2008 a oggi, il riso è un'arma geopolitica che nessun mercato finanziario riesce ad assorbire
Il riso sfama più della metà dell’umanità. Lo coltivano centinaia di milioni di persone, lo consumano miliardi. È antico quanto l’agricoltura stessa, eppure non è mai stato così fragile. La crisi climatica ne minaccia le rese, comprime le finestre di semina, moltiplica i parassiti. Ma il riso non è solo una coltura a rischio: è anche un detonatore politico. Quando il suo prezzo esplode, cadono i governi. Quando le esportazioni si bloccano, si innescano crisi umanitarie globali.
Dietro ogni chicco c’è una filiera che concentra il potere in alto e scarica il rischio in basso: sui braccianti esposti al caldo estremo, sui piccoli produttori senza reti di protezione, sui consumatori più poveri che non possono permettersi di mangiare altro. E su un Pianeta che non può più garantire le condizioni di cui il riso ha bisogno per crescere.
Questo dossier racconta tutto questo: la coltura, il lavoro, la filiera, la geopolitica. Perché nel riso, come spesso accade, si vede il mondo.
Gli articoli che compongono il dossier:
- Il clima che mette a rischio la coltura più fragile del mondo
Siccità, calore estremo, alluvioni: la crisi climatica minaccia la risicoltura. E le soluzioni per adattarsi rischiano di creare nuovi problemi - Nelle risaie il caldo estremo si paga sulla pelle dei braccianti
Caldo estremo, paghe ridotte, caporalato: nelle risaie la crisi climatica si scarica sui braccianti. L’anello più debole della filiera paga il conto - Chi controlla la filiera del riso decide chi paga il prezzo della crisi
Qualsiasi sarà la strategia per il futuro della produzione del riso, deve essere delineata con attenzione a tutti gli attori della filiera - Perché il prezzo del riso può far cadere un governo
Quando il prezzo del riso esplode, cadono i governi. Dal 2008 a oggi, il riso è un’arma geopolitica che nessun mercato finanziario riesce ad assorbire
A maggio 2025 il ministro dell’Agricoltura giapponese, Taku Eto, si è dimesso per aver dichiarato di non sapere molto sul prezzo del riso, visto che in genere lo riceveva in regalo dai suoi sostenitori. Le sue parole sono state la scintilla che ha infiammato la miccia di lunghi mesi di frustrazione. Il riso è la base della dieta nipponica e il suo prezzo, in parte per la crisi climatica, in parte per le stesse politiche governative, da tempo continuava a salire.
Anche un piccolissimo chicco di riso può infatti essere un sensibile termometro politico. Nel 2008, quando il suo prezzo internazionale è esploso con rincari del 300 per cento in quattro mesi, il riso è diventato un detonatore sociale. Le rivolte per la fame di Haiti, quell’anno, portarono alle dimissioni del Primo ministro. Ne nacque uno tsunami di proteste che coinvolse più di trenta Paesi, dall’Egitto al Senegal alle Filippine. La storia si è ripetuta nel 2011, quando l’impennata dei costi dei cereali ha accelerato i moti della Primavera araba, portando al collasso dei regimi in Tunisia ed Egitto. Oggi i prezzi reali stanno tornando a livelli critici. Per i governi, garantire la sicurezza alimentare è una condizione essenziale per la propria sopravvivenza.
Perché il prezzo del riso è più instabile di grano e mais (e più pericoloso)
Per più della metà dell’umanità, il riso è il fondamento stesso della sussistenza. Per questo, il suo prezzo è uno dei pilastri impliciti del contratto sociale tra governi e cittadini. A differenza di grano e mais, che dominano le cronache per la loro elevata finanziarizzazione, per il riso non ci sono mercati finanziari sviluppati in grado di assorbire gli shock. Le sue oscillazioni di prezzo, dunque, diventano minacce alla stabilità dei regimi e alla pace sociale. In un mondo in cui il riso garantisce il 18 per cento delle calorie, l’instabilità del suo prezzo rischia di innescare crisi umanitarie e geopolitiche.
Appena il 9-11 per cento del riso prodotto in tutto il mondo viene scambiato oltre i confini nazionali, contro il 27 per cento del grano. Questo rende i prezzi internazionali ipersensibili a ogni minima variazione delle eccedenze dei grandi esportatori. Non essendoci un mercato finanziario pari a quello di altri prodotti, i prezzi possono restare stabili anche molto a lungo. Ma possono esplodere da un momento all’altro, scatenando panico e accaparramenti speculativi tra commercianti e governi. Tanto più perché la domanda del riso è anelastica: quando costa di più, il consumo non diminuisce. E chi spende oltre il 50 per cento del proprio reddito per l’alimentazione, come accade nei Paesi in via di sviluppo, è costretto a sacrificare altri beni essenziali.
Export ban e diplomazia del riso: dal blocco indiano del 2023 al rischio effetto domino
Per questo si parla di “diplomazia del riso“. Le scorte sono armi geopolitiche, da negare a chi non è alleato. Anzi, un Paese può anche decidere di bloccare le sue esportazioni, esentando solo aree colpite da emergenze umanitarie. Per proteggere il “contratto sociale” interno gli Stati scelgono il protezionismo, innescando un pericoloso effetto domino. Questo nazionalismo alimentare non risparmia l’Unione europea, che ha classificato il riso tra i prodotti “sensibili” soggetti a possibili quote e dazi.
In questo quadro, l’India ha in mano il 40 per cento delle esportazioni globali di riso. Quando nel luglio 2023 Nuova Delhi ha bloccato l’export di riso bianco non basmati per frenare l’inflazione interna, ha fatto sparire all’istante il 10 per cento del commercio globale. Vietnam e Thailandia, temendo carenze, monitorano le scorte pronti a chiudere i rubinetti, ricalcando lo scenario del 2008, quando i blocchi incrociati triplicarono il prezzo internazionale del riso in pochi mesi.
El Niño, piccoli agricoltori e grandi speculatori: chi è più esposto agli shock del mercato
Anche in questo caso la crisi climatica ha fatto detonare una situazione già esplosiva. Il caldo estremo non compromette solo la resa, ma la qualità stessa del chicco. A questo si aggiungono fenomeni periodici come El Niño, che ha già causato perdite produttive devastanti in nazioni chiave come Vietnam, Thailandia e Filippine. Se nei Paesi avanzati i produttori possono contare su sofisticati programmi di assicurazione dei ricavi e sussidi governativi per ammortizzare i colpi, i piccoli agricoltori del Sud globale non hanno alcuna rete di protezione.
Il mercato del riso rivela un forte squilibrio: i grandi operatori riescono a proteggersi, mentre i piccoli agricoltori e i consumatori più poveri restano esposti agli shock. Quando gli Stati intervengono per difendere i prezzi interni, bloccando le esportazioni o accumulando scorte, il risultato è spesso una reazione a catena che amplifica l’instabilità globale.
La nuova guerra minaccia la stabilità dei prezzi
Su questo quadro già abbastanza frastagliato potrebbero abbattersi le conseguenze del nuovo conflitto scatenato dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Come spiega Francesca Grazioli, autrice di La moneta bianca. Viaggio politico e sociale nei territori del riso, «ci aspettiamo un forte aumento dei prezzi dei beni alimentari e anche del riso. La nuova guerra del Golfo arriva su una filiera già provata dal conflitto in Ucraina. L’aumento del prezzo del petrolio potrebbe far alzare i prezzi sia perché gran parte dei fertilizzanti usati in agricoltura sono a base petrolchimica, sia perché crescerà anche il prezzo dei trasporti».
Le conseguenze, spiega la ricercatrice, sono imprevedibili, ma «se vogliamo farcene un’idea, basta guardare a cosa è accaduto nel 2008 ad Haiti. Non avere di che sfamare te o la tua famiglia, specie per le popolazioni che dedicano percentuali consistenti del proprio reddito al cibo, è una delle micce che di solito porta all’esplosione di rivoluzioni o comunque grandi mobilitazioni di piazza».
Nessun commento finora.