Riso amaro: chi controlla la filiera decide chi paga il prezzo della crisi

Qualsiasi sarà la strategia per il futuro della produzione del riso, deve essere delineata con attenzione a tutti gli attori della filiera

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Il riso sfama più della metà dell’umanità. Lo coltivano centinaia di milioni di persone, lo consumano miliardi. È antico quanto l’agricoltura stessa, eppure non è mai stato così fragile. La crisi climatica ne minaccia le rese, comprime le finestre di semina, moltiplica i parassiti. Ma il riso non è solo una coltura a rischio: è anche un detonatore politico. Quando il suo prezzo esplode, cadono i governi. Quando le esportazioni si bloccano, si innescano crisi umanitarie globali.

Dietro ogni chicco c’è una filiera che concentra il potere in alto e scarica il rischio in basso: sui braccianti esposti al caldo estremo, sui piccoli produttori senza reti di protezione, sui consumatori più poveri che non possono permettersi di mangiare altro. E su un Pianeta che non può più garantire le condizioni di cui il riso ha bisogno per crescere.

Questo dossier racconta tutto questo: la coltura, il lavoro, la filiera, la geopolitica. Perché nel riso, come spesso accade, si vede il mondo.

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Più della metà del riso coltivato in Europa è italiano. Con circa 1,5 milioni di tonnellate l’anno, il nostro Paese è il principale produttore dell’Unione. Per noi il riso è una risorsa talmente strategica che, ora che è minacciata dalla crisi climatica, per sostenere il settore abbiamo rispolverato l’intervento pubblico.

A novembre 2024 è nato il Tavolo tecnico di filiera del riso del ministero dell’Agricoltura, della sicurezza alimentare e delle foreste. L’idea è quella di riunire tutti gli attori coinvolti per un confronto sulla crisi del settore, sulle sfide e le soluzioni possibili. Sembra banale, ma non accadeva da dodici anni. Quale che sia la strategia di supporto alla risicoltura, però, quest’ultima deve investire le scelte di chi ne controlla la filiera.

Grande distribuzione e import: chi controlla davvero i prezzi del riso

A causa della estrema frammentazione dei produttori, la grande distribuzione organizzata (Gdo) regola in maniera sostanziale i prezzi della filiera del riso. A parziale compensazione di questa forte asimmetria, in Italia la normativa (decreto legislativo 198/2021) vieta che il prezzo pagato al fornitore sia inferiore ai costi di produzione, salvo alcune eccezioni. Il riferimento ufficiale per il calcolo dei costi medi sono i parametri Ismea. Con il regolamento 2021/2117 sono state introdotte, inoltre, le clausole di ripartizione del valore che suddividono tra gli attori della filiera rischi e utili derivanti dalle oscillazioni dei prezzi di mercato.

Al di là degli strumenti legali, però, a determinare i prezzi del riso è quello che accade in tutto il mondo. Una delle grandi preoccupazioni, per esempio, sono gli stock record in Cambogia, stimati fino a 2,6 milioni di tonnellate. Considerato che il regime Everything but Arms introduce una corsia preferenziale per i Paesi meno sviluppati, permettendo loro di esportare nell’Unione senza dazi né quote, scorte così massicce invadere i mercati europei. Proprio per questo i produttori richiedono l’istituzione di una clausola di salvaguardia automatica per proteggere il riso italiano.

Carbon credits, Pac e greenwashing: chi paga davvero la transizione ecologica del riso

Il riso è responsabile di circa il 10 per cento delle emissioni globali di metano. Il futuro del settore passa soprattutto dalla sua capacità di trasformarsi per rispondere alla crisi climatica. Nel caso dell’impatto climatico della produzione, per esempio, anche se esistono pratiche innovative capaci di abbassare le emissioni, la transizione sta scivolando sempre di più verso una spinta alla finanziarizzazione. Società specializzate monetizzano i dati agronomici trasformandoli in carbon credits da vendere sui mercati volontari e alle banche internazionali. Ma il rischio di generare crediti di scarsa qualità, basati solo su dati auto-dichiarati, è altissimo.

La transizione ecologica del comparto del riso rischia di essere pagata dagli anelli più deboli della filiera. Nella filiera agricola non sarebbe una novità. Anche progetti presentati come modelli di innovazione sostenibile possono nascondere condizioni di lavoro molto dure. Come la startup straBerry che a Milano vendeva fragole a suon di slogan ambientalisti, pannelli solari e visite didattiche e poi pagava i lavoratori 4,50 euro l’ora, con turni massacranti.

A questa pressione sociale si aggiunge la morsa economica dellaPolitica agricola comune (Pac), che porterà a una contrazione drastica degli aiuti diretti. Per le aziende risicole potrebbe comportare una perdita del 63 per cento del valore per ettaro entro il 2026. Tutto questo in un contesto agricolo caratterizzato da lavoro grigio e ricatto legato alla cittadinanza, dove già oggi più di 10mila persone vivono in condizioni di estrema precarietà abitativa e invisibilità. Dentro una dimensione di sfruttamento su cui nessuna innovazione tecnologica può intervenire.

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