Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – seconda parte

L’Unione Europea sta studiando nuovi strumenti per migliorare il finanziamento dell’economia, delle infrastrutture e delle piccole e medie imprese. Proposte che vanno nella ...

Di Andrea Baranes

L’Unione Europea sta studiando nuovi strumenti per migliorare il finanziamento dell’economia, delle infrastrutture e delle piccole e medie imprese. Proposte che vanno nella direzione di un’ulteriore espansione dei mercati finanziari e del rilancio del sistema bancario ombra, delle cartolarizzazioni e di altre operazioni. Quali sono i rischi di tali strumenti, e quelli di una nuova bolla finanziaria? E’ possibile partire dall’assunto che la finanza privata sia la soluzione e quella pubblica il problema? In secondo luogo, di fronte a un sistema ipertrofico e autoreferenziale, che senso ha allargare ulteriormente la torta finanziaria, invece di ridurla ma fare in modo che una fetta nettamente più grande sia destinata alle attività economiche?

Capital Markets Union

L’idea di fondo del CMU è che se le banche non sono in grado di finanziare l’economia, allora è necessario trovare dei canali finanziari complementari, ovvero sviluppare il mercato dei capitali e altre forme di prestito non bancario. Come spiega Finance Watch (scarica L’Unione dei Mercati dei Capitali in 5 domande, a cura di Finance Watch, in italiano), alla base c’è l’idea che l’economia europea dipenda troppo dal credito bancario, rispetto ad esempio agli USA, e sia quindi necessario sviluppare ulteriormente i mercati finanziari, anche in considerazione del fatto che i crediti potrebbero ulteriormente diminuire a seguito dell’applicazione delle nuove regole sul rischio bancario, tra le quali la diminuzione della leva finanziaria.
Lo sviluppo del mercato dei capitali significa pensare a specifici strumenti per convogliare parte delle risorse di fondi pensione, risparmiatori e altri investitori verso PMI e infrastrutture. In assoluto, una tale proposta potrebbe effettivamente consentire di drenare parte della liquidità in eccesso nella finanza, ma i problemi e i rischi non mancano. Da un lato rischi per pensionati e piccoli risparmiatori. La crisi dei mutui subprime ha reso sin troppo evidente come tali soggetti si siano ritrovati a loro insaputa proprietari di titoli che si sono rivelati carta straccia. Dall’altro il mettere in piedi strumenti per permettere anche alle PMI di accedere ai mercati finanziari potrebbe significare un’ulteriore espansione di una finanza ipertrofica e che avrebbe bisogno di una seria cura dimagrante.
Un ulteriore rischio sarebbe in capo all’insieme dei contribuenti: attualmente i fondi pensione hanno limiti severi alle tipologie di titoli nei quali possono investire. Il motivo è che se uno di tali fondi dovesse andare in crisi a seguito di scelte di investimento avventate, sarebbe probabilmente necessario un intervento pubblico per tutelare le pensioni degli aderenti.
Allargando lo sguardo, le proposte oggi in discussione sembrano completamente ignorare il maggiore problema che ci troviamo di fronte. Come accennato, e per dirla con uno slogan, la crisi attuale non è dovuta al fatto che non ci sono soldi, ma che ce ne sono troppi; è che sono (quasi) tutti dalla parte sbagliata. La creazione di ulteriori strumenti per espandere ulteriormente la sfera finanziaria può davvero essere una soluzione? Non sarebbe forse meglio pensare a come deviare la sterminata liquidità esistente verso un qualche impiego economicamente e socialmente utile?
Pensiamo alla quantità di strumenti finanziari che non hanno nessun ruolo per l’economia, ma il cui unico compito è quello di impiegare l’eccesso di liquidità. L’esempio forse più clamoroso è quello delle opzioni binarie, che ha conosciuto un notevole successo negli ultimi anni, e che permettono di scommettere sul fatto che un dato titolo (azione di un’azienda o altro) salirà o scenderà nel prossimo futuro. In pratica è come giocare a testa o croce, con la differenza che chi organizza la scommessa si tiene comunque una commissione che di solito si aggira intorno al 15%. Non un euro dei soldi che girano in tali scommesse vanno a finanziare l’economia, ma l’esplosione di tali strumenti non fa altro che aumentare la volatilità e l’instabilità.
Un discorso simile si potrebbe ripetere per ETF o ETC, indici che seguono l’andamento di determinati titoli o panieri di titoli. Posso scommettere sulla crescita dei prezzi delle materie prime o di qualunque altro asset, nuovamente senza che un solo euro del mio “investimento” sia diretto all’economia reale. Strumenti che anche un piccolo risparmiatore può acquistare con poche decine di euro.
Al di là di strumenti puramente sintetici, è la quasi totalità della finanza a essersi staccata dall’economia. Oggi circa il 99% del mercato delle valute non è legato a operazioni di import-export, ma è costituito da speculazioni sull’oscillazione dei cambi; così come il 99% dei derivati non vien utilizzato a fini assicurativi, ma come scommessa futura sull’andamento dei prezzi. Il 99% di quello che chiamiamo finanza andrebbe chiamato sala scommesse, casinò o simili, ma semplicemente non fa quello che dovrebbe fare. Il novantanove per cento.


 

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