Ambiente

Riscaldamento globale job killer: 80 milioni di posti persi già nel 2030

L'Organizzazione internazionale del lavoro ha calcolato la perdita di produttività legata allo stress termico. Il danno sarà di 2.400 miliardi di dollari

Di Claudia Vago
Agricoltori in Afghanistan © Wikimedia Commons - Public Domain

L’aumento dello stress termico legato ai cambiamenti climatici porterà ad una perdita di produttività, su scala mondiale, equivalente a 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel 2030. L’allarme è contenuto in un nuovo rapporto pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (International Labour Organization, ILO). E si basa su un’ipotesi di crescita della temperatura media globale di soli 1,5 gradi centigradi, alla fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali.

Agricoltura e costruzioni i settori più colpiti

Secondo l’ILO, infatti, a causa delle temperature elevate si perderà il 2,2% del totale delle ore lavorate nel mondo. Il che corrisponde ad una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari. Lo scenario presente considerazione dall’agenzia delle Nazioni Unite, dunque, è il più ottimistico. Si basa infatti sull’ipotesi che gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015 siano totalmente rispettati. Mentre, in realtà, il trend attuale ci porterebbe a superare nettamente la soglia del 3 gradi centigradi.

Inoltre, il rapporto precisa di considerare che la maggior parte dei lavori agricoli e nel settore delle costruzioni si svolgeranno all’ombra. In caso contrario, i dati sarebbero enormemente più allarmanti. Ciò dal momento che tali mestieri sono effettuati in larga parte all’aria aperta e dunque particolarmente esposti al problema del caldo.

In termini tecnici, l’ILO per “stress termico” fa riferimento ad un livello di calore superiore a quello che il corpo può tollerare senza subire danni fisiologici. Generalmente, al di là dei 35 gradi centigradi e con alti tassi di umidità. In tali casi le capacità dei lavoratori diminuiscono sensibilmente. E con esse la produttività.

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Uno dei settori più colpiti dallo stress termico legato ai cambiamenti climatici sarà quello delle costruzioni, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro © Dmitry Ivanov/Wikimedia Commons

In Asia meridionale e Africa occidentale i problemi maggiori

L’agenzia Onu ricorda che il settore agricolo impiega 940 milioni di persone in tutto il mondo. È qui che si concentrerà il 60% delle ore di lavoro perse. Mentre il comparto delle costruzioni toccherà il 19%. Altri settori particolarmente esposti sono quelli legati ai servizi ambientali, alla raccolta di rifiuti, ai servizi di pronto soccorso, ai lavori di riparazione. E ancora trasporti, turismo, sport e alcune lavorazioni industriali.

In termini geografici, l’impatto non sarà omogeneo nel mondo. Le regioni nelle quali si perderà il quantitativo maggiore di ore di lavoro saranno l’Asia meridionale e l’Africa occidentale. Qui i cali saranno approssimativamente del 5%, nel 2030. Pari, rispettivamente a 43 e 9 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.

«Inoltre – si legge nel rapporto – saranno i Paesi meno ricchi i più colpiti. In quanto avranno a disposizione meno risorse per adattarsi in modo efficace alle temperature in crescita. Le perdite economiche legate allo stress termico si andranno quindi a cumulare agli handicap strutturali già esistenti. In particolare tra i lavoratori poveri, in caso di lavori in nero e in assenza di forme di protezione sociale».

65 milioni di posti di lavoro salvando il clima

Che la transizione ecologica rappresenti un’opportunità di cambiamento e di crescita alternativa rispetto a quella dettata dal modello attuale è stato ribadito da università, istituti di ricerca, conferenze internazionali. Eppure in molti non sembrano ancora convinti dell’interesse non solo ambientale e climatico, ma anche economico del cambiamento.Qui per approfondire: http://bit.ly/2R1E5Iz

Posted by Valori.it on Thursday, September 27, 2018

A rischio soprattutto i più poveri. L’Organizzazione internazionale del lavoro: «Moltiplicare gli sforzi»

«Si tratta di una grave conseguenza dei cambiamenti climatici in atto – ha spiegato Catherine Saget, dirigente del dipartimento di ricerca dell’ILO -. Possiamo aspettarci un aumento delle diseguaglianze nei Paesi a reddito elevato così come in quelli più poveri. E le condizioni di lavoro si degraderanno, soprattutto per i più vulnerabili».

Il rapporto sottolinea in questo senso che ci si attende anche un aumento delle migrazioni. In particolare a causa dei lavoratori che abbandoneranno le zone rurali per cercare di garantirsi un avvenire migliore. Inoltre, «sarà più difficile lottare contro la povertà e centrare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite».

Per questo l’ILO ha chiesto di e «moltiplicare gli sforzi per elaborare, finanziare ed attuare politiche nazionali utili a combattere i rischi legati allo stress termico. Il che passa dalla creazione di infrastrutture adeguate e dal miglioramento dei sistemi di allerta in caso di ondate di caldo eccezionali. Ma occorre anche un miglioramento delle norme internazionali sul lavoro».

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