Shein: l’Unione europea contro l’enshittification delle piattaforme
La Commissione europea apre un’inchiesta contro Shein. E il colosso dell'e-commerce deve anche rimangiarsi i proclami ambientalisti
Non c’è pace per Shein. E in generale per quella che si definisce l’enshittification delle piattaforme e dei giganti del commercio online. Ovvero il loro riempire il mercato globale di prodotti sempre più orrendi e fatti sempre peggio. Per non parlare di quelli illegali. Stiamo parlando di circa 4,6 miliardi di pacchi che ogni anno invadono l’Unione europea, provenienti per la maggior parte (circa il 91%) dalla Cina. Spedizioni che quasi sempre sono sotto i 150 euro, quindi ancora (per poco) esenti dai dazi. Oltre che da molti controlli.
Adesso, dicevamo, è il turno di Shein. Colosso dell’e-commerce cinese specializzato in prodotti ultra fast fashion e merci generiche a bassissimo prezzo. Dopo un breve iter parlamentare, mercoledì 17 febbraio la Commissione europea ha finalmente aperto un’inchiesta su Shein. Accusando la piattaforma cinese con sede a Singapore della vendita di prodotti illegali. In particolare armi e bambole sessuali dall’aspetto infantile.
Ma non solo. L’inchiesta si rivolge proprio all’enshittification del commercio sia per quello che riguarda i prodotti, sia per come sono presentati e venduti. Ovvero si focalizza su tutti quegli aspetti di dipendenza che sono creati dalla piattaforma attraverso l’utilizzo di algoritmi opachi e di meccanismi vari che incentivano acquisti compulsivi. Non sono pericolose solo le merci, ma anche il modo in cui ci sentiamo obbligati a desiderarle.
L’apertura dell’inchiesta è stata possibile grazie al Digital Services Act
Tutto era cominciato lo scorso novembre. A seguito di diverse segnalazioni, provenienti dalla Francia e riguardanti la vendita di armi e bambole pedopornografiche, il Parlamento europeo aveva votato una risoluzione che chiedeva un giro di vite contro i prodotti illegali venduti ai consumatori tramite le piattaforme di e-commerce. In particolare Shein, Temu, AliExpress e Wish. Già allora la Commissione europea aveva chiesto a Shein informazioni dettagliate e documenti interni sulle garanzie per i minori. E aveva dichiarato di «sospettare che il sistema di Shein potesse rappresentare un rischio sistemico per i consumatori di tutta l’Unione europea».
E così in settimana la Commissione europea ha potuto procedere formalmente con l’apertura dell’inchiesta. Grazie al Digital Services Act, l’avanzatissimo testo giuridico che permette all’Unione europea di regolare il grande mondo digitale. Il Dsa impone infatti alle piattaforme di adottare loro stesse le misure necessarie per proteggere gli utenti da contenuti e prodotti illegali o pericolosi. Oltre a regolamentare tutti i meccanismi che potrebbero creare assuefazione o dipendenza per i consumatori. In questo caso anche il sistema di punti premio elaborato da Shein.
«Nell’Unione europea è vietata la vendita di prodotti illegali, sia nei negozi fisici sia in quelli online», ha dichiarato Henna Virkkunen, vicepresidente della Commissione europea e responsabile delle tecnologie digitali. «Il Digital Services Act garantisce la sicurezza degli acquirenti, ne tutela il benessere e li informa sugli algoritmi con cui interagiscono. Valuteremo se Shein rispetta queste regole». Mentre il portavoce per l’Europa di Shein ha replicato: «Prendiamo molto sul serio i nostri obblighi ai sensi del Dsa. Abbiamo sempre collaborato pienamente con la Commissione europea e continueremo a farlo». Le accuse, se confermate al termine delle indagini, potrebbero comportare per Shein multe fino al 6% del fatturato annuale. E severe limitazioni per l’accesso alla sua piattaforma.
E in Germania Shein deve pure ritirare i suoi fuorvianti proclami ambientalisti
Ma i problemi per Shein non finiscono qui. Il colosso cinese è stato anche costretto a ritirare i suoi proclami sulla sua presunta carbon neutrality. Dopo essere stata in giudizio dall’organizzazione tedesca per la tutela dell’ambiente e dei consumatori Duh (Deutsche Umwelthilfe), Shein è stata costretta a firmare un accordo legale in cui si impegna, pena sanzioni finanziarie, a «cessare ogni pubblicità ingannevole e a garantire una maggiore trasparenza pubblicitaria in futuro». Lo ha detto al quotidiano francese Novethic Jürgen Resch, direttore esecutivo di Duh. Per adesso il divieto riguarda solo la filiale tedesca dell’azienda cinese, ma non è escluso che presto sia esteso in tutta Europa.
Nelle sue comunicazioni ambientali, evidentemente a rischio di essere ingannevoli come quelle commerciali su cui ha aperto un’inchiesta la Commissione europea, Shein aveva infatti promesso di azzerare le proprie emissioni nette entro il 2050. Tanto che qualche mese fa aveva ha persino ottenuto la convalida dei suoi obiettivi climatici da parte della Science based targets initiative. Nonostante, come abbiamo scritto su Valori, le emissioni di gas serra di Shein tra il 2023 e il 2024 fossero addirittura aumentate del 23%. E diversi esperti avessero sottolineato non solo la poca credibilità dell’annuncio del target zero di Shein. Ma oramai anche la poca credibilità della stessa Science based targets initiative.
L’apertura dell’inchiesta della Commissione europea e l’accordo raggiunto in Germania seguono di pochi mesi la pesante multe arrivate in estate dall’antitrust francese (40 milioni di euro). E perfino da quello italiano (1 milione). In tutti questi casi si tratta di misure prese a tutela dei consumatori contro proclami o pubblicità ingannevoli. E contro gli algoritmi altrettanto ingannevoli con cui operano le piattaforme. In pratica si tratta di mettere in piedi a livello nazionale e continentale, attraverso gli strumenti Digital services act, un inizio di resistenza all’enshittification delle piattaforme, del consumo compulsivo e della vita in generale. Sperando che a questa resistenza aderiscano anche i cittadini, smettendo di cliccare.




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