Quando la finanza scommette sul cibo, a risentirne è la sicurezza alimentare

Dai derivati al land grabbing, un rapporto ricostruisce come la finanza condizioni prezzi, produzione e distribuzione del cibo in tutto il mondo

A determinare il prezzo del cibo non è la sua disponibilità o scarsità ma i mercati finanziari © Azay photography/IStockPhoto

Nel 2024, a livello globale, 673 milioni di persone soffrivano la fame: 90 milioni di persone in più rispetto al 2020. C’entra la crisi climatica, c’entrano condizioni strutturali dei nostri sistemi alimentari, ma c’entra anche – e ha un ruolo molto importante – la finanza. Anche il cibo, infatti, si è trasformato in un asset per una speculazione finanziaria slegata dai bisogni dei territori e dalle loro tradizioni.

Attraverso l’imposizione del modello dell’agribusiness, la massimizzazione del profitto ha la meglio sulla sopravvivenza dei popoli. Lo spiega bene il rapporto “Feeding Profits, Starving People: How Food Financialization Is Eating The Planet”, realizzato dalla Society for International Development (Sid) a firma di Andrea Baranes, Nicoletta Dentico e Sabrina Masinjila. Lo studio mostra come i mercati finanziari stiano plasmando ogni aspetto della produzione e distribuzione alimentare.

La speculazione finanziaria riguarda anche beni comuni come l’acqua e il cibo

Mercati e attori finanziari hanno sempre più peso nell’economia reale. A partire dagli anni Ottanta c’è stato infatti un distacco impressionante tra la finanza e l’economia produttiva. Se prima il volume delle attività finanziarie equivaleva grosso modo al Prodotto interno lordo globale, oggi vale più del 330% di quest’ultimo.

Questo enorme volume di capitali ha bisogno di autoalimentarsi e lo fa trasformando in mercati tutti gli ambiti della produzione. Da tempo la finanza ha cominciato a colonizzare settori che prima erano considerati servizi pubblici come la sanità, l’istruzione, i trasporti. Lo stesso è accaduto per beni comuni come l’acqua e il cibo, diventati le nuove frontiere di profitto proprio per la loro natura essenziale: la domanda non cesserà mai.

Che ruolo hanno avuto Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale

Le grandi istituzioni finanziarie internazionali sono attori fondamentali di questo processo. A partire dagli anni Ottanta, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale hanno condizionato l’erogazione di prestiti ai Paesi del Sud globale all’adozione di rigorosi Programmi di aggiustamento strutturale. Queste misure hanno imposto la liberalizzazione dei mercati e spinto le economie povere verso un modello agricolo industriale focalizzato sull’esportazione. L’obiettivo primario di questi sistemi alimentari ha smesso di essere nutrire le popolazioni locali, per concentrarsi sulla generazione di ricchezza per ripagare i debiti contratti con l’estero.

Si è così innescato un ciclo vizioso: per onorare gli impegni finanziari, nazioni un tempo autosufficienti hanno dovuto convertire le proprie terre in monoculture. Caffè, cacao, cotone o zucchero destinati ai mercati internazionali sono diventati le principali produzioni di aree del Pianeta nelle quali, spesso, la popolazione è invece in scarsità alimentare. Distrutti l’agricoltura di sussistenza e i mercati territoriali, interi Paesi ora dipendono dalle importazioni alimentari e dalle fluttuazioni dei prezzi globali.

I padroni del sistema: oligopoli e giganti della finanza

Se le istituzioni globali hanno avuto un ruolo di primo piano, chi comanda davvero in questo sistema è un gruppo ristretto di multinazionali che domina il commercio globale di cereali. Sono identificate come le prime lettere dell’alfabeto: ABCD. Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus, insieme, controllano circa il 90% del mercato mondiale. A queste società, attive nel commercio e nella trasformazione delle materie prime agricole, si affiancano i grandi gruppi dell’industria alimentare come Nestlé e Danone. Spesso condividono gli azionisti, giganti del risparmio gestito come BlackRock. Questa integrazione tra agroindustria e finanza fa sì che le strategie aziendali inseguano la massimizzazione dei dividendi per gli investitori, più che la stabilità dei sistemi alimentari.

Le grandi società che commerciano materie prime agricole, però, non si limitano agli scambi fisici. La loro conoscenza diretta dei raccolti, delle scorte e dei flussi commerciali offre loro un vantaggio informativo che possono sfruttare per assumere posizioni sui mercati dei derivati. Il rapporto le paragona per questo a banche ombra che operano sui mercati finanziari senza essere sottoposte agli stessi obblighi e controlli previsti per le banche. Secondo gli autori, questa attività speculativa permette loro di trarre profitto proprio nelle fasi di maggiore volatilità dei prezzi.

La volatilità dei prezzi non dipende più dalla reale disponibilità di cibo

Questa trasformazione ha avuto come strumento i derivati. Nati come contratti assicurativi per proteggere gli agricoltori dalle oscillazioni imprevedibili dei prezzi, sono diventati strumenti di scommessa pura. Nel 2011 il volume di grano scambiato sulla sola Borsa di Chicago superava di quasi sette volte l’effettivo raccolto mondiale. La volatilità dei prezzi del cibo non risponde più ai ritmi della natura o alla reale disponibilità di prodotto, ma segue gli algoritmi e le strategie della speculazione finanziaria.

Il cibo è diventato così un bene rifugio in cui parcheggiare capitali durante le tempeste finanziarie. È accaduto nel 2008, quando il crollo dei mutui subprime ha innescato una fuga di massa verso le materie prime agricole, raddoppiando il prezzo del grano in pochi mesi nonostante non vi fossero state carenze reali, legate ad esempio alla siccità. Lo stesso meccanismo si è ripetuto con il conflitto in Ucraina. A fronte di una riduzione dell’offerta globale di cereali inferiore all’1%, la reazione dei mercati finanziari e dei loro algoritmi ha spinto i prezzi verso l’alto di oltre il 50%. In questo sistema, la variazione dei prezzi non è più un segnale di scarsità, ma il motore principale per l’estrazione di profitti finanziari.

Quando i carbon credit diventano uno strumento per il land grabbing

La finanziarizzazione riguarda anche le politiche climatiche. Con i mercati delle emissioni, la riduzione o l’assorbimento di una tonnellata di gas serra genera un credito che può essere comprato e venduto. Le aziende possono così acquistare crediti per compensare almeno in parte le proprie emissioni, anziché ridurle intervenendo direttamente sui processi produttivi. Anche l’azione climatica diventa quindi un mercato da cui ricavare profitti.

Questa dinamica alimenta il cosiddetto colonialismo verde: progetti di riforestazione industriale, spesso gestiti da multinazionali, sottraggono terre fertili alle comunità locali per destinarle a monoculture che servono solo a bilanciare i bilanci ambientali delle imprese nel Nord del mondo. Nella Repubblica del Congo, per esempio, alcuni di questi progetti hanno comportato l’allontanamento delle comunità contadine dalle terre che coltivavano, riducendo ulteriormente le risorse disponibili per la produzione di cibo.

È l’ennesima forma di land grabbing, l’accaparramento di terre esploso del 1.000% dalla crisi del 2008. Investitori stranieri acquistano in massa i terreni per scopi speculativi o per produrre biocarburanti. I piccoli produttori vengono espulsi e il suolo si trasforma in un asset finanziario che genera valore per i mercati globali e sottrae sovranità alimentare a chi lo abita.

Le possibili soluzioni per arginare la speculazione finanziaria sul cibo

Oltre ad analizzare il fenomeno, il report propone anche soluzioni concrete. Per esempio l’introduzione di position limits, tetti massimi alle scommesse che un singolo operatore può fare su un prodotto, e dell’obbligo di consegna del bene fisico per chi acquista derivati. Sul fronte della trasparenza, scrivono i ricercatori, serve regolamentare i mercati over the counter (Otc) che oggi sono zone d’ombra prive di controlli, e introdurre tasse sulle transazioni finanziarie per frenare la speculazione selvaggia sul cibo.

Come spiega Andrea Baranes, tra gli autori, «i derivati sono nati come strumenti assicurativi, ma oggi sono utilizzati, nella stragrande maggioranza dei casi, per pure scommesse. Compro un derivato sul grano anche se non lo coltivo, lo acquisto o lo trasformo, ma unicamente per speculare sul suo prezzo futuro. Perché non limitarne l’uso a chi ha un reale interesse nelle materie prime coperte dal derivato stesso? Parliamo di una proposta di buon senso, persino ovvia per qualsiasi altro strumento assicurativo. Non posso assicurare l’automobile del mio vicino di casa, sperando poi di guadagnarci se qualcuno la ruba. Tale limite non esiste però per i derivati sulle materie prime».

La vera sfida è però sistemica: occorre un cambio di paradigma che sposti l’asse dall’agricoltura industriale verso sistemi agroecologici locali, garantendo autosufficienza e resilienza climatica. Per farlo è necessario liberare le economie dei Paesi più poveri dalla dipendenza tossica dall’export attraverso una ristrutturazione del debito globale. «Sono diverse le misure che si potrebbero mettere in campo», conclude Baranes. «Sappiamo cosa andrebbe fatto. Le difficoltà maggiori non sono di natura tecnica, quanto nella volontà politica».

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