Il caldo che brucia chi cuce i nostri vestiti

Nell'82% delle fabbriche cambogiane controllate dall'Ilo si superano i 32 gradi al chiuso. Le donne, l'80% della forza lavoro, rischiano 3,7 volte di più

Una fabbrica tessile in Cambogia © Ilo/Flickr

Quest’anno in India le ondate di caldo sono arrivate in largo anticipo e con insolita intensità. Già ad aprile diversi Stati registravano temperature tra i 43 e i 45 gradi. L’India Meteorological Department (Imd), il servizio meteorologico nazionale, parla di ondata di caldo quando la temperatura raggiunge almeno 40 gradi in pianura (30 nelle zone collinari) e supera di almeno 4,5 gradi la media dell’area per due giorni consecutivi. Oltre i 6,4 gradi di scarto si parla di ondata di caldo severa. Uno studio dell’Università della California stima che un solo giorno di caldo estremo provochi in India circa 3.400 morti in più rispetto a una giornata normale. Quasi 30mila nell’arco di un’ondata di cinque giorni.

E a morire, in India, sono soprattutto i più poveri, quelli che il caldo non possono permettersi di evitarlo. Fino a tre quarti della forza lavoro del Paese – intorno ai 380 milioni di persone – dipende da mestieri esposti alle alte temperature: agricoltura, edilizia, trasporti. Non esiste una legge che fermi il lavoro all’aperto quando il termometro tocca livelli pericolosi e, poiché le ondate di caldo non sono classificate come calamità nazionale, spesso alle famiglie delle vittime non spetta alcun risarcimento. Le morti sul lavoro legate al caldo, del resto, quasi mai vengono registrate come tali: figurano come infarti, problemi renali, malori.

Le fabbriche tessili riforniscono i marchi nei nostri armadi

Ora immaginate una fabbrica tessile indiana durante un’ondata di caldo. Stanzoni enormi coperti da tetti di lamiera che sotto il sole diventano roventi. Centinaia di macchine per cucire che lavorano senza sosta, una accanto all’altra. Ferri da stiro che sbuffano vapore. Centinaia di corpi che si muovono in una bolla di caldo e umidità. All’interno, testimoniano i lavoratori intervistati in un rapporto del centro per Business e Diritti Umani della NYU Stern pubblicato a giugno 2026, le temperature possono essere anche 5 gradi più alte di quelle già pericolose che si trovano all’esterno.

Non è una fabbrica qualsiasi. A livello globale la filiera dell’abbigliamento impiega più di 90 milioni di persone, in larga maggioranza donne e per tre quarti in Asia. L’India, con oltre 45 milioni di addetti, ne è uno dei poli maggiori. Numeri simili fanno del settore tessile il secondo datore di lavoro del Paese dopo l’agricoltura. E le fabbriche indiane visitate dai ricercatori riforniscono Marks & Spencer, Tesco, Primark, Target, Tommy Hilfiger, NEXT: marchi che troviamo nei nostri armadi.

Lo stress da caldo pesa sui salari dei lavoratori tessili

I ricercatori hanno rilevato cali di produttività fino al 10% nei periodi più caldi. Il caldo aumenta l’assenteismo, provoca blocchi per sovraccarico elettrico e difetti come il sudore sui tessuti o gli errori di cucitura. Il 94% dei brand lo riconosce come un rischio, evidenzia il rapporto, ma solo il 35% chiede di misurarlo. E nessuno raccoglie i dati con continuità. Intanto le spese legate al caldo pesano sui lavoratori per 500-1.000 rupie al mese (circa 5-10 euro ai cambi di luglio 2026), su salari tra 11.500 e 18mila (115-180 euro).

A Dhaka, in Bangladesh, i lavoratori tessili perdono in media tre giornate di lavoro al mese per malattie legate al caldo e per alluvioni nel trimestre più torrido e piovoso dell’anno. Ciò corrisponde a una perdita del 10% di reddito. Alcuni hanno dovuto contrarre prestiti ad alto interesse per comprare medicine o ventilatori. Nei mesi più caldi spendono in media 18 dollari di elettricità. Una cifra enorme se proporzionata al salario minimo di un operaio tessile in Bangladesh, pari a circa 110 dollari al mese.

La Cambogia è il caso più emblematico dello stress da caldo

Il caldo colpisce con più forza dove i lavoratori hanno salari bassi e quasi nessuna rete di protezione: in Bangladesh come in Cambogia, la copertura sociale arriva appena a un lavoratore su cinque. L’indice ND-GAIN, che misura l’esposizione dei Paesi al clima e la loro capacità di reggerlo, colloca Bangladesh, Myanmar, Pakistan e Cambogia tra i più vulnerabili e i meno pronti. In altre parole, le temperature elevate mordono di più proprio chi ha meno mezzi per difendersene. E la Cambogia è uno dei casi più emblematici. 

Là il tessile e le calzature danno lavoro a quasi un milione di persone, in larga maggioranza donne, e valgono 15,7 miliardi di dollari di export: un pilastro dell’economia nazionale. Ma è anche uno dei posti al mondo dove il caldo sta crescendo più in fretta. A Phnom Penh i giorni con temperature medie sopra i 35 gradi sono più che triplicati in quindici anni: erano 34 nel quinquennio 2005-2009, 112 nel 2020-2024. Su ottocento controlli condotti tra marzo e maggio da Better Factories Cambodia, programma dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), l’82% delle fabbriche ha registrato temperature interne sopra i 32 gradi nelle aree di produzione più calde. Una su tre ha superato i 35 gradi al chiuso: in quasi il 53% dei casi le temperature erano più alte dentro che fuori.

Lo stress da caldo minaccia l’export tessile della Cambogia

In uno studio condotto su cento lavoratori cambogiani, il 64% ha registrato una temperatura corporea sopra i 38 gradi – la soglia oltre la quale il corpo umano fatica a funzionare – almeno una volta nell’arco di sette giorni di lavoro. Una condizione che rappresenta, innanzitutto, un pericolo per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori. E che minaccia l’economia del Paese, secondo un rapporto commissionato dalla cooperazione tedesca insieme all’Ilo e al Global Labor Institute della Cornell University.

Senza un adattamento immediato, l’industria dell’abbigliamento cambogiana potrebbe perdere il 18% dei ricavi da export potenziali entro il 2030, con 50mila nuovi posti di lavoro in meno rispetto a uno scenario in cui l’industria si attrezza per il caldo. Un numero che sale a 1 milione se si considerano insieme Bangladesh, Cambogia, Pakistan e Vietnam e che, entro il 2050, diventa -68,8% di export e 8,64 milioni di posti in meno rispetto allo scenario di adattamento.

Le lavoratrici tessili reggono il caldo peggio degli uomini

L’80% della forza lavoro tessile mondiale è femminile. E i corpi delle donne, di fronte allo stress da caldo, non reagiscono come quelli degli uomini. Secondo l’Ilo, durante il lavoro fisico le lavoratrici – in particolare se sono incinte – hanno una probabilità 3,7 volte maggiore di soffrire di intolleranza al caldo rispetto ai colleghi uomini.

Contano fattori fisiologici: una minore capacità aerobica, una risposta di sudorazione più bassa e, nel caso della gravidanza, una produzione di calore metabolico più alta. L’esposizione al caldo estremo durante la gestazione è stata collegata a parti prematuri, nati morti, anomalie congenite e gravi complicanze materne. Eppure, nota la guida sullo stress da caldo dell’associazione americana dei marchi, il monitoraggio delle temperature nelle fabbriche resta troppo spesso “androcentrico”, tarato cioè su un corpo maschile.

Le lavoratrici tessili affrontano il caldo da sole

Cosa voglia dire tutto questo dentro un capannone lo racconta, meglio di ogni statistica, una lavoratrice di Dhaka intervistata per il rapporto My Body is Burning. Nella sua fabbrica, durante la stagione calda, svengono tra le cinque e le sette persone al giorno. Sulle donne pesa anche il lavoro di cura non retribuito, che erode il tempo per riposare e recuperare e si aggrava durante le alluvioni. Uno studio ha rilevato che cento millimetri di pioggia monsonica in più corrispondono a un aumento di dieci punti percentuali nei congedi per malattia tra le operaie tessili.

Di fronte a tutto questo, molte lavoratrici mettono in campo strategie di sopravvivenza individuali che a volte peggiorano le cose. In Tamil Nadu, in India, le operaie iscritte al sindacato tessile hanno raccontato di aver iniziato a masticare gomme per ingannare la sete durante i turni, un rimedio che accelera la disidratazione.

I marchi fissano le prime soglie di temperatura obbligatorie

Qualcosa, però, sta cambiando. Nell’aprile del 2026, l’associazione americana dell’abbigliamento e delle calzature – che riunisce marchi e distributori – ha pubblicato una guida per proteggere i lavoratori dal caldo: è la prima volta che un’organizzazione di categoria dei brand fissa soglie massime di temperatura oltre le quali scattano misure obbligatorie. La guida raccomanda di misurare il caldo in fabbrica, raffreddare gli ambienti con ventilazione, utilizzare isolamento e coperture riflettenti, modulare i ritmi di lavoro, garantire acqua e pause, formare lavoratori e supervisori a riconoscere i sintomi dei malori. E ordina gli interventi per efficacia, da quelli che eliminano il problema alla radice – raffreddare l’edificio – fino a quelli che si limitano a proteggere il singolo con dispositivi individuali.

Ci sono due punti in cui il documento va oltre la semplice checklist tecnica. Il primo è l’idea di responsabilità condivisa: il caldo, dicono i marchi stessi, non può essere un problema che ricade solo sul fornitore, ma va affrontato in dialogo costante tra chi ordina e chi produce. Il secondo, più sorprendente detto da un’associazione di brand, riguarda i lavoratori pagati a cottimo: rallentare la produzione nei giorni di caldo estremo non deve tradursi in una riduzione del loro salario. La stessa preoccupazione che, da un altro versante, sollevano i sindacati.

Le linee guida restano volontarie e senza obblighi di verifica

Tuttavia, resta il fatto che si tratta di linee guida volontarie, senza obbligo di applicazione né meccanismi di verifica. Un approccio denunciato dalle organizzazioni non governative raccolte nella Clean Clothes Campaign: le misure di protezione sono note, ma manca la volontà da parte di governi, fornitori e marchi di farne norme vincolanti. La Campagna sottolinea che a pagare il conto non devono essere i lavoratori: quando le temperature costringono a rallentare o fermare le linee, il salario va garantito lo stesso. In caso contrario, sono le stesse lavoratrici a scegliere di “resistere” nelle ore peggiori pur di non perdere la giornata o il premio di produzione.

Nello stesso spirito, la rete chiede di riconoscere le malattie e gli infortuni da caldo come malattie professionali, con diritto a cure e indennità, ed eliminare i sistemi di cottimo che spingono a lavorare senza sosta. Invita inoltre i marchi a rivedere le proprie pratiche d’acquistotempi di consegna compressi, ordini dell’ultimo minuto – che scaricano a valle la pressione.

C’è poi una parola che torna in ogni raccomandazione: partecipazione. Le misure funzionano se sono costruite con i lavoratori, non calate dall’alto. Con particolare attenzione, insiste il documento, alle donne, alle lavoratrici a domicilio e ai migranti, cioè a chi ha meno voce e meno tutele. È la stessa cosa che i dati dicono a modo loro: dove c’è rappresentanza sindacale, il caldo fa meno danni. Proteggere chi cuce i nostri vestiti, prima ancora che una questione di ventilatori, è una questione di diritti.

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