Il grande inganno del “tonno rosso sostenibile”

Ogni tonno rosso ingrassato in gabbia consuma fino a 3 tonnellate di pesce selvatico. E l’Ue ha finanziato il settore con quasi 65 milioni

Enormi quantità di tonno d'allevamento sono destinate ai ristoranti di sushi nelle economie avanzate © Tiniiiii/iStockPhoto

In breve

  • Il tonno rosso atlantico, classificato «in pericolo» nel 2011, nel 2021 è stato declassato a «rischio minimo» grazie a quote di pesca più severe.
  • Gli allevamenti del Mediterraneo, passati da 13 a 123 tra il 2006 e il 2026, ingrassano tonni catturati vivi in mare con 7-16 kg di pesce selvatico per kg.
  • Per Compassion in World Farming è greenwashing pagato con fondi pubblici: quasi 65 milioni di euro, mentre oltre il 90% della produzione finisce nel sushi di lusso.

Chi ha visto Digger ricorderà una scena dedicata al tonno. È uno dei momenti che rivelano l’arroganza e la sfacciataggine del protagonista, il petroliere Digger Rockwell interpretato da Tom Cruise. Il responsabile della sicurezza degli impianti rifiuta la sua offerta per ragioni etiche. Intanto il petroliere gusta, compiaciuto, tranci di pesce crudo che a suo dire sono pregiatissimi.

La scena funziona perché è risaputo che il tonno rosso è stato a lungo una specie a rischio di estinzione. Poi, ci hanno raccontato, qualcosa è cambiato e oggi la specie è salva. Un rapporto dell’organizzazione Compassion in World Farming sostiene però che le cose non stanno proprio così.

La presunta storia a lieto fine del tonno rosso atlantico

Sembrava una storia a lieto fine: grazie all’impegno di politica internazionale e scienza, il tonno rosso atlantico poteva dirsi salvo. Per decenni il tonno rosso è stato pescato senza freni. Nel 2009 la popolazione del Mediterraneo era sull’orlo del collasso e nel 2011 la specie è stata classificata come “in pericolo” a livello globale. Poi sono arrivate quote di pesca più severe e gli stock si sono ripresi in modo significativo. Nel 2021 la Lista Rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) ha declassato ufficialmente la specie a “rischio minimo” (least concern). Il tonno rosso è diventato così il simbolo del successo della conservazione marina.

Certe favole ecologiche, però, durano poco quando ci sono di mezzo i profitti della grande industria alimentare. Oggi i colossi del settore presentano l’acquacoltura come una panacea. Sarebbe l’alternativa “verde” ed etica per continuare a riempire i banchi del sushi senza intaccare la fauna selvatica. Secondo Compassion in World Farming, però, si tratta solo di greenwashing.

Il tonno rosso di allevamento in realtà è catturato vivo in mare aperto

Quando pensiamo all’acquacoltura, immaginiamo pesci nati e cresciuti in strutture controllate. Per il tonno rosso atlantico non è così. La riproduzione in cattività resta marginale e sperimentale. Gran parte degli esemplari viene catturata viva in mare aperto con enormi reti a circuizione (purse seine). Avviene durante la migrazione riproduttiva, la fase più delicata della loro vita. I tonni così sequestrati vengono rinchiusi in gabbie galleggianti. Lì restano dai 3 ai 10 mesi, sottoposti a un ingrasso intensivo.

Tra il 2003 e il 2024 la produzione di tonno di allevamento è aumentata di quasi 19 volte, passando da circa 1.900 a quasi 37mila tonnellate. Anche gli impianti autorizzati nel Mediterraneo si sono moltiplicati: erano appena 13 nel 2006, sono 123 nel 2026. Invece di alleggerire la pressione sulla specie, questo modello la aumenta.

Secondo il rapporto pubblicato ad agosto da Compassion in World Farming, stanno riemergendo tutti i segnali d’allarme che precedettero la crisi del 2011. Nel 2023 e nel 2024 le catture con reti a circuizione hanno raggiunto le 25mila tonnellate all’anno. È lo stesso livello dei picchi storici del 1994-1998, con un aumento del 29% rispetto al periodo 2004-2008.

Pesce foraggio: fino a 16 kg di pesce selvatico per un kg di tonno

Il tonno rosso è un superpredatore oceanico. Può nuotare fino a 45 km/h ed è costretto a muoversi senza sosta, sia per respirare sia per regolare la temperatura corporea. Queste caratteristiche lo rendono molto diverso dai pesci allevati tradizionalmente. Rinchiuderlo in gabbia significa stravolgerne la natura. E il ciclo produttivo che ne deriva è, dal punto di vista energetico, fallimentare.

Per produrre un chilo di tonno servono dai 7 ai 16 kg di pesce selvatico, come sarde, acciughe e sgombri. Un esemplare di taglia commerciale pesa tra 34 e 208 kg. Per ingrassarlo occorrono da 238 a oltre 3.300 kg di pesce foraggio. Per un solo tonno significa fino a oltre 33mila sardine, oppure 166mila acciughe.

Le conseguenze ricadono anche sulle persone. Enormi quantità di piccoli pesci pelagici, ricchi di nutrienti, vengono sottratte alle comunità costiere dell’Africa occidentale e del Marocco. Per queste popolazioni sono la principale fonte di proteine accessibile. Il loro cibo essenziale finisce tritato per rifornire un mercato di lusso nei Paesi ad alto reddito. Poi c’è il benessere animale: secondo il rapporto, i tonni subiscono stress acuto, lesioni e sofferenze durante la cattura, il trasporto e la macellazione.

Tra dati contraddittori e generosi fondi pubblici, chi paga il conto?

Questo modello viene generosamente finanziato con i nostri soldi. Negli ultimi decenni l’Unione europea e i governi nazionali hanno speso quasi 65 milioni di euro per la ricerca, le infrastrutture e lo sviluppo industriale dell’ingrasso del tonno. Denaro dei contribuenti europei usato per sostenere un business privato. E oltre il 90% della sua produzione viene esportato verso mercati ricchi, per alimentare il consumo di sushi di lusso.

A tutto questo si aggiungono opacità e scarsi controlli. Tra i database della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, e quelli di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Ue, c’è una discrepanza di quasi 9mila tonnellate di tonno all’anno. Anche i registri commerciali non tornano. I Paesi produttori dichiarano di aver esportato in Giappone più tonno rosso di quanto il Giappone registri come importazioni totali da tutto il mondo.

Nel 2015 le gabbie del Mediterraneo avevano una capacità dichiarata di oltre 53mila tonnellate. La quota legale di pesca fissata per l’area (total allowable catch) era però di circa 16mila tonnellate. Gli impianti potevano quindi contenere più del triplo del pescato consentito.

Le proposte di Compassion in World Farming per la filiera del tonno

Per Compassion in World Farming, presentare questo modello come «transizione ecologica» è greenwashing. Il rapporto si chiude con una serie di richieste formali alla politica. La prima è una moratoria internazionale immediata, che blocchi nuove licenze e l’ampliamento degli impianti esistenti. L’obiettivo, spiega l’organizzazione, è superare l’ingrasso di specie carnivore.

La seconda richiesta è lo stop ai sussidi dannosi. I finanziamenti pubblici alla piscicoltura intensiva andrebbero azzerati e spostati verso l’acquacoltura rigenerativa a basso livello trofico, come quella di alghe e molluschi bivalvi. L’ultima riguarda la trasparenza: tracciabilità totale del prodotto e controlli vincolanti e pubblici su catture, flussi commerciali e filiere del pesce usato come mangime.

Sono proposte di buon senso, in linea con una transizione ecologica sempre più necessaria. E soprattutto servirebbero a fermare un fiume di fondi pubblici che oggi finanzia una falsa soluzione a un problema reale e urgente.

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