L’acquacoltura dipende dal mare. E la crisi climatica lo sta svuotando
Il boom dell'acquacoltura si regge sul pesce selvatico destinato ai mangimi. Il riscaldamento dei mari rischia di farlo scarseggiare
Gran parte del pesce di allevamento che troviamo tra gli scaffali dei nostri supermercati, specie salmone, gamberi e spigole, viene nutrita con mangimi a base di pesce selvatico. Lo avevamo già raccontato nell’articolo sugli effetti dell’allevamento industriale di salmone. Pur di produrre la farina di pesce destinata all’acquacoltura, molti stock ittici sono vicini al collasso. La crisi climatica aggrava la situazione soprattutto in Africa e Asia, come dimostra un’inchiesta di Follow the Money.
L’acquacoltura è un settore alimentare sempre in crescita. A partire dal 2022, la produzione di animali acquatici (escluse le alghe) pesa a livello globale più di tutto il pesce selvatico. Nel 2024 ha toccato i 102,7 milioni di tonnellate, contro i 91,9 milioni di tonnellate di pesce pescato. Nei primi anni Duemila il volume di pesce pescato era pressoché equivalente (90,9 milioni di tonnellate) mentre quello di pesce allevato era meno della metà: 43,6 milioni di tonnellate.
Esiste però un limite preciso alla costante ascesa del settore: la dipendenza dal pesce selvatico. Branzini, salmoni e gamberi d’allevamento vengono cresciuti in stagni, vasche o gabbie al largo. Sono nutriti con pellet ottenuti da miscele di soia, sottoprodotti dei macelli, farina e olio di pesce selvatico. Alcune di queste materie prime, però, stanno vivendo una grave crisi di scarsità destinata ad aggravarsi nei prossimi anni. Basta guardare i prezzi. Un anno fa una tonnellata di farina di pesce per l’acquacoltura costava circa 1.600 dollari, a giugno 2026 il prezzo è arrivato a 2.950 dollari. Lo stesso fenomeno ha investito l’olio di pesce, passato da 5.000 a 6.500 dollari a tonnellata.
El Niño e crisi climatica riducono la disponibilità di acciughe e sardine
Farina e olio di pesce sono prodotti a partire dai cosiddetti pesci foraggio come sardine e acciughe. Il fatto che nuotino in banchi e si riproducano rapidamente li rende una base ideale. Nonostante questo, gli ultimi anni di sovrasfruttamento e gli effetti della crisi climatica ne stanno mettendo a rischio la disponibilità. Il ritorno di El Niño non farà che peggiorare la situazione. Unione europea e Regno Unito hanno provato a correre ai ripari imponendo limiti di cattura di alcune categorie di pesci come il merlano e l’anguilla di sabbia, tipici del Mare del Nord.
Gran parte del mangime mondiale viene però prodotta dalle acciughe peruviane. La caratteristica di questa specie è nuotare in vasti banchi nelle acque fredde della Corrente di Humboldt. L’aumento della temperatura del mare sta compromettendo la capacità delle acciughe di riprodursi, al punto che il governo valuta ogni anno lo stato degli stock ittici per adeguare le quote di cattura. Come riporta Follow the Money, nel 2023 gli effetti di El Niño hanno imposto un taglio del 60%. Dato che sembra ormai acclarato che ci aspetta una versione più estrema del fenomeno, è plausibile che un taglio simile, se non più alto, potrebbe verificarsi nuovamente.
Sicurezza alimentare: acciughe e sardine dirottate verso i mangimi
Queste previsioni si scontrano con le proiezioni di espansione del settore, secondo le quali la produzione globale di acquacoltura aumenterà di 12 milioni di tonnellate entro il 2033. Per nutrire tutto questo pesce servirebbero tra 1,2 e 1,3 milioni di tonnellate di farina di pesce in più di quanta ne viene utilizzata oggi.
Ci sono aree del Pianeta che potrebbero essere colpite maggiormente dalla scarsità di farine di pesce. Il Perù e la Norvegia, innanzitutto. Ma anche l’Africa Occidentale e l’Asia, acciughe e sardine sono vitali per la sicurezza alimentare ma spesso sono dirottate verso l’industria dei mangimi. In India, ad esempio, circa un terzo del pesce pescato non arriva sulle tavole delle comunità locali, ma viene trasformato in mangime per l’allevamento dei gamberetti. Di cui il 90% viene esportato.
Farina di pesce: le alternative non bastano, l’acquacoltura va ripensata
Le alternative esistono. In alcuni casi l’acquacoltura può sostituire la farina di pesce con proteine ottenute da sottoprodotti dell’industria della carne, ossa e materiali vegetali come la soia, o da scarti di lavorazione e sfilettatura del pesce. Il problema è che, a fronte di una domanda tanto estesa, la riduzione della pressione sul mare potrebbe trasformarsi in un aumento di quella sulla terra, col rischio di deforestazione.
La soluzione dovrebbe invece essere strutturale, a partire da una valutazione su modalità di allevamento e sulla scelta delle specie. Gli esperti intervistati da Follow the Money suggeriscono di incentivare un allevamento in armonia con la natura, prediligendo specie onnivore ed erbivore come la carpa e il pesce latte rispetto a quelle carnivore come salmone e gamberetti. Come per altre questioni connesse alla crisi climatica, non sarà l’intervento su un singolo problema a fornire soluzioni realmente efficaci. Serve invece intervenire sul quadro d’insieme, trasformando le società e le economie e disinnescando i meccanismi di sfruttamento degli ecosistemi.




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