L’Ucraina, il laboratorio dell’intelligenza artificiale nei conflitti

L'invasione dell'Ucraina ha rappresentato un terreno di test per le nuove tecnologie basate sull'intelligenza artificiale

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

La guerra in Ucraina è stata definita un laboratorio per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale nei conflitti. Per questo e per quelli a venire. È stato chiaro fin da subito, fin dai primi giorni dell’invasione russa, che questa guerra fosse contrassegnata dall’uso massiccio dell’IA, dispiegata da entrambe le parti. Soprattutto nelle armi letali. Ma non solo.

C’è un’altra dimensione del conflitto, forse meno evidente ma altrettanto decisiva, che ha a che fare con l’intelligenza artificiale e con le piattaforme tecnologiche che la sviluppano e/o utilizzano. È la propaganda. Lo raccontava già Sun Tzu un paio di millenni fa che la miglior guerra vinta è quella che non si combatte con le armi. E oggi l’Ucraina ci racconta che sia le armi letali sia quelle retoriche sono gestite attraverso l’accumulazione di big data.

Il Ministero della trasformazione digitale

Ma andiamo con ordine. E partiamo da un personaggio. Il suo nome è Mychajlo Fedorov, ha appena compiuto 33 anni, ed è il ministro della Trasformazione digitale e vice primo ministro del governo di Denys Šmyhal. Parafrasando Jean Baudrillard, e con tutto il rispetto dell’oltre mezzo milione di persone morte in questo conflitto, se leggiamo questa guerra come una grande battaglia postmoderna Mychajlo Fedorov è sicuramente una delle stelle di questo spettacolo.

Esperto di marketing digitale, dapprima ha costruito la candidatura presidenziale di Volodymyr Zelensky e avviato la transizione tecnologica del Paese. Poi, una volta scoppiato il conflitto, si è preso la scena nella gestione dei due aspetti che da sempre configurano le sorti della guerra: le armi e la propaganda.

In entrambi i casi lo ha fatto utilizzando al meglio i big data, il cuore pulsante dell’intelligenza artificiale. E in entrambi i casi si è avvalso della potenza commerciale e tecnologica delle Big Tech della Silicon Valley: il terzo attore in campo in questo conflitto.

I droni: verso l’automazione delle armi letali

Il 29 marzo 2022, appena un mese dopo l’invasione, già la rivista Fortune pubblicava un articolo sull’utilizzo dell’IA nel conflitto. «Il mercato globale delle armi letali controllate dall’intelligenza artificiale vale ora circa 12 miliardi di dollari, ma si stima che il suo valore possa superare i 30 miliardi entro la fine del decennio», scriveva con preoccupazione Jeremy Kahn.

«Purtroppo non abbiamo idea se a questo sviluppo ci sarà un limite, e soprattutto quale sarà il limite», gli faceva eco Verity Coyle, senior advisor di Amnesty International. Sul campo intanto si affrontavano dalla parte ucraina i droni Bayraktar TB2, sviluppati dalla multinazionale turca Baykar Technologies. E dalla parte russa i droni “suicidi” Shahed-136 costruiti dalla Iran Aircraft Manufacturing Industries Corporation.

In realtà nessuno dei due droni era completamente automatizzato e guidato “solo” dall’IA. E anzi i Bayraktar TB2 avevano quasi più una funzione propagandistica nel raccogliere immagini e girare video che non una forza letale di distruzione dei carri armati russi. Ma era già evidente fin dall’inizio che sarebbe stato un conflitto segnato dallo sviluppo tecnologico. Dai big data e dall’intelligenza artificiale. Mancava poco alla completa automazione.

Il 10 gennaio 2023, a nemmeno un anno dall’invasione, Mychajlo Fedorov in un tweet annunciava che tutti gli sforzi del comparto industriale bellico sarebbero stati tesi alla costruzione di armi e droni che dovevano funzionare «senza l’umano».

E poche settimane dopo era sempre Mychajlo Fedorov ad annunciare l’invio da parte degli Stati Uniti dei Fortem DroneHunter F700 Interceptor. Droni completamente automatizzati e guidati dall’intelligenza artificiale in grado di localizzare, riconoscere, identificare e poi annientare i droni nemici. Il tutto senza il minimo intervento umano.

Il dado era tratto. Le sorti del campo di battaglia non sarebbero più state decise dai tradizionali mercanti di armi, ma dalle Big Tech della Silicon Valley che si occupano della raccolta dei dati e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il deus ex machina della guerra: Palantir Technologies

Passano altre due settimane e nel febbraio 2023 al World Forum dell’Aia, in Olanda, si tengono le conferenze del Reiam. Una manifestazione che ha lo scopo di collegare i mondi dell’intelligenza artificiale e del comparto strategico militare. Alla conferenza interviene Alex Karp, amministratore delegato di Palantir Technologies, che annuncia trionfante: «Siamo responsabili della maggior parte degli attacchi che avvengono sul suolo ucraino».

La Silicon Valley annuncia che il conflitto sul territorio ucraino è cosa sua. Nel giro di un anno, il grande protagonista della guerra in Ucraina diventa proprio la Palantir Technologies. Multinazionale di raccolta, utilizzo e sviluppo dei big data nata a Palo Alto nel 2003 per volontà di Peter Thiel, multimiliardario trumpiano fondatore di PayPal.

Quando nel 2016 scoppia lo scandalo Cambridge Analytica si scopre, o si torna a scoprire, che la raccolta dei dati è un’arma politica capace di decidere i destini delle nazioni. SCL Group, proprietaria di Cambridge Analytica e chiusa nel 2018 dopo lo scandalo della sua sussidiaria, è stata contractor tra gli altri del Pentagono, della Nato e dell’intelligence militare britannica. E si è sempre vantata di avere influenzato elezioni, colpi di Stato e guerre attraverso i suoi sistemi di analisi comportamentale e raccolta dati.

Dalla polizia predittiva all’individuazione dei droni dei nemici

Palantir Technologies dall’inizio degli anni Zero ha gli stessi clienti del comparto militare e di intelligence di SCL Group. La Cia, il Pentagono, vari servizi di intelligence, la Difesa degli Stati Uniti, del Regno Unito e di Israele. Forse non ha deciso le elezioni in Nigeria o nelle Filippine come SLC. O almeno non se ne vanta.

Di sicuro però partecipa al fianco dell’esercito degli Stati Uniti alle invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan. E all’interno del Paese conduce guerre a bassa intensità come le operazioni di polizia predittiva per le forze dell’ordine di New Orleans. O per le polizie di frontiera durante l’amministrazione Trump.

Il tutto sempre raccogliendo, catalogando e sviluppando i big data: il cuore nero dell’intelligenza artificiale. Fra i servizi che Palantir offre all’esercito ucraino, spesso anche gratuitamente, spicca il sistema di IA Skykit che offre la possibilità di analizzare i movimenti satellitari dei droni nemici e i feed dei social media. Sempre il doppio livello: armi letali e informazione.

Tutto quello che può fare l’IA in guerra

In un approfondito reportage su Time uscito a febbraio 2024, si racconta come Alex Karp, l’amministratore delegato di Palantir Technologies che si era vantato di essere il protagonista della guerra, avesse già incontrato il ministro della Trasformazione digitale Fedorov pochi mesi dopo l’invasione. Facendo risalire la strettissima collaborazione tra la multinazionale della Silicon Valley e il governo ucraino agli albori del conflitto.

Da allora i colloqui tra i due sono praticamente quotidiani. L’articolo del Time spiega con dovizia di particolari il ruolo di Palantir Technologies e di altre start-up tecnologiche nel conflitto. E approfondisce tutti i possibili utilizzi dell’intelligenza artificiale sul campo di guerra: monitoraggio, analisi satellitari, decrittazione dei codici, interferenze radio, riconoscimento facciale, analisi predittive, cyber attacchi, propaganda sui social media, armi letali di distruzione.

E anche raccolta delle prove dei crimini di guerra avversari, pulizia dei territori minati, organizzazione logistica degli sfollati, analisi e ottimizzazione della burocrazia e delle decisioni interne – politiche e militari. Ma soprattutto, raccontano diversi fonti a Time, i software di IA di Palantir Technologies presentano ai comandi militari le migliori opzioni per condurre la guerra. Quando non sono i software stessi a prendere le decisioni.

La nuova industria degli armamenti: le Big Tech

Ma non c’è solo Palantir Technologies. A fianco dell’Ucraina nel conflitto ci sono tutti i giganti della Silicon Valley che forniscono aiuto tecnologico al governo di Volodymyr Zelensky sotto forma di software, cloud, programmi informatici di protezione e di attacco, di difesa e di offesa. Nel conflitto ucraino gli Stati Uniti oltre a fornire le armi schierano i pezzi da novanta Microsoft, Amazon, Google e Starlink.

Per non parlare della discussa Clearview AI – sempre finanziata da Peter Thiel – ovvero la più ambigua applicazione dell’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale. Ecco la nuova industria degli armamenti del futuro: le Big Tech della Silicon Valley. «Possiamo definire le multinazionali che si occupano dello sviluppo dell’IA come i nuovi commercianti di armi», dice senza giri di parole l’esperto di sicurezza Jacob Helberg al Time.

Ecco come il laboratorio di guerra ucraino diventa fondamentale per raccontare il doppio binario delle applicazioni dell’intelligenza artificiale alla guerra. E come diventa decisivo per raccontare la guerra a venire. Le guerre del futuro. Guerre esplicite, dove moriranno come sempre decine o centinaia di migliaia di innocenti, uomini, donne e bambini. E guerre sotterranee, combattute a colpi di analisi comportamentali, previsioni e condizionamenti. Sempre attraverso la raccolta e l’utilizzo dei big data: il cuore nero dell’IA.


Scarica il dossier L’intelligenza artificiale va al fronte in formato PDF o ePub.