Fondi e Fossile

Svolta UE. Ora i big del fossile rischiano l’esclusione dai fondi

Dagli esperti UE del TEG un invito ai fondi: basta investire nelle compagnie del fossile. Troppo rischiose e dedite al greenwashing

Di Matteo Cavallito
Fossile nel mirino. Una manifestazione del movimento Fridays for future in Schloßplatz a Erlangen, Germania, 15 marzo 2019. Foto: Markus Spiske Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Escludere dal portafoglio degli investimenti le principali compagnie del comparto fossile. È l’indicazione, tutt’altro che marginale, del TEG (Technical Expert Group on Sustainable Finance), l’ente europeo incaricato di stilare le linee guida per il settore della finanza responsabile. Un messaggio chiaro, lanciato nelle scorse settimane, le cui conseguenze potrebbero essere dirompenti. Se gli operatori finanziari dovessero seguire le indicazioni della UE, in altre parole, le compagnie eccessivamente esposte su carbone, gas e petrolio potrebbero perdere il sostegno (e i capitali) di molti risparmiatori continentali e di un buon numero di investitori istituzionali.

Giro di vite contro il fossile

Le richieste, ovviamente, non sono vincolanti. Ma l’aspetto politico non è certo trascurabile. Le linee guida, note come Paris benchmarks (PABs) o Climate Transition Benchmarks (CTBs) sono parte di un rapporto conclusivo che costituirà la base per la discussione destinata ora a transitare sui tavoli della Commissione Europea. A giugno il TEG aveva pubblicato una bozza preliminare dai toni più moderati che non conteneva richieste di esclusione per i titoli del settore fossile. Ma il testo finale, come detto, va oltre suggerendo indicazioni precise sulla base di parametri piuttosto chiari.

Nel dettaglio. Gli investitori istituzionali sono invitati a non finanziare più le compagnie i cui ricavi derivino per l’1% o più dal carbone, per almeno il 10% dal petrolio o per il 50% e oltre dal gas.

La richiesta di esclusione riguarda anche le aziende che ottengono la metà o più dei propri ricavi dalla produzione di energia elettrica dal fossile generando un ammontare eccessivo di emissioni.

Crescenti rischi finanziari

Negli ultimi anni, il mondo della finanza ha affrontato con sempre maggiore interesse il tema dei rischi relativi agli effetti dei cambiamenti climatici per il comparto fossile. Riassumendo: la crescente consapevolezza del problema si traduce in politiche più restrittive determinando un calo della domanda e dei profitti delle compagnie del settore. È la solita storia degli stranded asset, titoli e risorse svalutate che rischiano di pesare e non poco sui portafogli dei fondi troppo esposti sul fossile. Le linee guida concepite in tal senso puntano così ad aiutare gli investitori a ridurre i rischi finanziari riconducibili in ultima analisi al cambiamento climatico. Ma i suggerimenti del TEG, assicurano gli esperti, vanno oltre.

Ma per i fondi l’addio al fossile è un’opportunità

«I CTBs e i PABs della UE hanno ambizioni più ampie» si legge nel rapporto conclusivo. «Gli investitori che utilizzano questi nuovi parametri di riferimento non intendono soltanto proteggersi dai rischi (legati al fossile, ndr) ma hanno anche l’ambizione di orientare i loro investimenti verso le nuove opportunità legate alla transizione energetica». Occasioni non da poco, come suggeriva a giugno un rapporto del Carbon Disclosure Project (CDP), una Ong londinese che ogni anno raccoglie dati ambientali da oltre 7 mila aziende. Secondo l’indagine il valore delle opportunità legate al cambiamento climatico nel mondo sarebbe pari a oltre il doppio dei costi: 2,1 trilioni di dollari contro 1.000 miliardi. Ovvero, notava ancora la ricerca, quasi 7 volte gli investimenti previsti (311 miliardi).

Greenwashing più difficile?

Infine un pensiero per il greenwashing, l’attività di maquillage delle imprese che intraprendono iniziative di sostenibilità non necessariamente rilevanti ma di sicuro impatto in termini di comunicazione. Gli autori del rapporto riconoscono oggi il problema della «mancanza di criteri condivisi per la mappatura delle attività economiche relativi agli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’ONU». Proprio la carenza di linee guida standard, notava alla fine dello scorso anno la rivista Quartz, rappresenterebbe oggi un chiaro incentivo al greenwashing stesso da parte delle corporation e degli operatori finanziari. A partire dalle imprese del comparto fossile. La raccomandazione proposta sui requisiti minimi per i CTBs e i PABs dell’UE deriva da una serie di richieste già avanzate in tal senso nel 2016 dalla Commissione. Sarà sufficiente ad arrestare il fenomeno?

L’ombra della tassonomia

I dubbi restano, considerando l’impasse attuale sulle regole. Il 25 settembre di quest’anno, i rappresentanti dei governi UE hanno approvato a maggioranza la posizione del Consiglio dell’Unione Europea sull’introduzione di un sistema di regole di classificazione – l’ormai famosa tassonomia – delle attività e degli investimenti finanziari sostenibili sul fronte ambientale.

Ma l’operazione non convince. In primo luogo, ad esempio, si è  deciso di posticiparne l’applicazione a fine 2022, con due anni e mezzo di ritardo rispetto alla data inizialmente prevista dalla Commissione. Inoltre, il voto a maggioranza qualificata ha stabilito la non esclusione automatica degli investimenti nel nucleare e nel carbone dal novero delle operazioni green. Infine, altro tema contestatissimo, il Consiglio ha ottenuto di potersi esprimere non solo sulle questioni legislative ma anche sugli aspetti tecnici della stessa tassonomia. La strada verso norme soddisfacenti e condivise, insomma, appare ancora lunga.

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