Cosa comporta il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi

Nella seconda metà di febbraio gli Stati Uniti rientreranno nell’Accordo di Parigi e potranno riprendere i negoziati in vista della Cop 26 di Glasgow

Il presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden, ha promesso di far tornare il proprio Paese nell'Accordo di Parigi © Narong KHUEANKAEW/iStockPhoto

Aggiornamento 21 gennaio 2021 – Il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha mantenuto la promessa. Nel giorno dell’insediamento alla Casa Bianca ha firmato una serie di decreti, uno dei quali dispone il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi. Ha contestualmente cancellato anche il contestatissimo progetto di oleodotto Keystone XL, che avrebbe consentito di trasportare il petrolio estratto dalle sabbie bituminose nella provincia dell’Alberta, in Canada. Considerato la fonte fossile più sporca della Terra.


«Oggi l’amministrazione Trump ha ufficialmente abbandonato l’Accordo di Parigi sul clima. Tra esattamente 77 giorni, l’amministrazione Biden vi rientrerà». Era il 4 novembre scorso quando il futuro presidente democratico degli Stati Uniti rispondeva alla decisione del miliardario americano che per quattro anni ha fatto del proprio “climatoscetticismo” una bandiera. Ora che l’ex vice-presidente di Barack Obama ha vinto le elezioni e, salvo clamorose sorprese, manterrà la propria parola. Ma cosa comporterà, concretamente, il rientro degli Usa nell’Accordo? E come funzionerà, tecnicamente?

Agli Stati Uniti bastano 30 giorni per rientrare nell’Accordo di Parigi

La prima risposta è strettamente politica. Decidere di rientrare nell’Accordo rappresenta una scelta certamente di grande importanza simbolica. È un segnale al mondo intero. Soprattutto a quelle nazioni che, benché non abbiano abbandonato il testo scritto durante la Cop 21 del 2015, hanno scelto negli anni la strada del disimpegno o dell’ambiguità.

Donald Trump
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump © The White House, public domain

Dal punto di vista tecnico, poi, la questione si dovrebbe risolvere in poche settimane. Mentre, infatti, per completare la procedura di uscita ci sono voluti anni, per il rientro basterà una comunicazione ufficiale da parte di Joe Biden all’UNFCCC (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici). Alla quale seguirà un’attesa di soli 30 giorni.

Un anno cruciale in vista della Cop 26 di Glasgow nel 2021

A quel punto le delegazioni americane potranno tornare a partecipare attivamente alle sessioni di negoziati climatici, in vista della Cop 26, la ventiseiesima Conferenza mondiale sul clima che si terrà a Glasgow nel novembre del 2021. Nel corso delle ultime Cop, infatti, gli inviati ufficiali del governo americano non hanno di certo brillato dal punto di vista dello sforzo e dell’ambizione. Il loro scarso impegno, però, è stato almeno in parte compensato “dal basso”.

Centinaia di città, stati federali, università, imprese, associazioni si sono infatti organizzati, sin dall’annuncio della volontà di uscire dall’Accordo di Parigi. Annuncio arrivato nel corso di una conferenza stampa tenuta da Trump nel giugno del 2017. Fu così creato il movimento “We are still in” (Noi siamo ancora dentro), la cui spinta nel corso dei negoziati internazionali si è fatta sentire. Ma che, soprattutto, ha consentito agli Stati Uniti di proseguire la strada della transizione ecologica. In barba alle politiche dell’amministrazione di Washington

La risposta di We are still in a Donald Trump

Al di là dei formalismi, infatti, a contare è, e sarà, la sostanza. Ovvero, da un lato, in quali “condizioni” arrivano gli Stati Uniti al rientro nell’Accordo. E, dall’altro, se il nuovo presidente manterrà le promesse avanzate in campagna elettorale in materia di lotta ai cambiamenti climatici e di tutela dell’ambiente.

Gli Stati Uniti: meno indietro del previsto dopo gli anni di Donald Trump

Sul primo punto, fortunatamente, è lecito sorprendersi: gli Usa giungono al termine del quadriennio di Donald Trump meno disastrati di quanto si pensi. Certo, il presidente repubblicano ha abrogato leggi, indebolito normative, sostenuto i petrolieri, concesso permessi per nuove trivellazioni, tentato di rilanciare la filiera del carbone. Ma il cambiamento appare ormai ineluttabile.

L’Energy Information Administration (EIA) ha spiegato che il comparto energetico dovrebbe registrare un calo delle emissioni di CO2 del 10 % nel 2020. Una contrazione legata certamente alla crisi del coronavirus. Ma è anche vero che, rispetto al picco del 2007, il calo complessivo è stato del 23% (e del 14% se ci si ferma al 2019). Le fonti rinnovabili, d’altra parte, ormai valgono tanto quanto il carbone in termini di produzione di energia elettrica.

Negli ultimi dieci anni, in particolare, l’eolico ha triplicato la propria produzione (all’8,5% del mix energetico). Mentre il solare l’ha perfino quintuplicata in soli cinque anni (ed è al 2,4%). L’idroelettrico, infine, rappresenta il 7,5% del totale. A livello industriale, inoltre, la società Tesla è ormai dominatrice incontrastata del settore delle auto elettriche. La sua quotazione in Borsa è superiore ai 400 miliardi di dollari. Nove volte di più rispetto al colosso General Motors. Tutto ciò, però, non basterà. A Joe Biden l’onere di dimostrare che gli Usa rientreranno nell’Accordo di Parigi non solo sulla carta.