«Nessuno tocchi le Cop. Il problema non è lo strumento ma la volontà politica»

Mauro Albrizio (Legambiente): il fallimento della Cop 25 di Madrid non può mettere in discussione l’approccio multilaterale. Essenziale che Ue assuma leadership globale

La Cop 25 di Madrid, sotto la presidenza del Cile, si è conclusa con un fallimento © Andrea Barolini

Mauro Albrizio è direttore dell’ufficio europeo di Legambiente ed uno dei massimi esperti di questioni climatiche in Italia. Segue le CopLe Conferences of Parties (Conferenze delle Parti) sono dei summit annuali organizzati dall’UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici.Approfondisci – le Conferenze delle Parti organizzate dalle Nazioni Unite – dal loro inizio. Tra passi avanti e battute d’arresto, successi e sconfitte. Come quella, recente, di Madrid. «Ma guai a toccare questi appuntamenti – avverte -. Chi pensa che vadano superati dice un’enorme stupidaggine».

cop25 negoziati
I negoziati alla Cop25 di Madrid © UNclimatechange/Flickr

Quindi occorre insistere con le conferenze Onu, nonostante le difficoltà degli ultimi anni, culminate con il fallimento della Cop 25?

Sono completamente in disaccordo con chi, preso dalla frustrazione derivante dall’esito negativo dei negoziati, ritiene che l’approccio multilaterale partito a Rio nel 1992 sia ormai inadeguato. La realtà è che è l’unico strumento possibile. Tutti i negoziati bilaterali, penso in particolare al commercio, si sono rivelati dei disastri.

L’Europa deve assumere una leadership mondiale sulla questione della crisi climatica.

Resta il fatto che alla Cop 25 di Madrid abbiamo vissuto uno stallo pressoché totale…

Ciò che va ripensato è il ruolo delle maggiori economie del Pianeta nelle Cop. Il modo cioè con cui esse si avvicinano a questi appuntamenti. Detto ciò, la dispersione di CO2 nell’atmosfera, i cambiamenti climatici e l’emergenza derivante dalle loro conseguenze necessitano di una risposta globale. Le nazioni più ricche però non possono pensare di continuare ad ignorare la società civile, dopo che sono scesi in piazza milioni di persone in tutto il mondo, chiedendo risposte immediate ed efficaci. Né si possono eludere le richieste dei Paesi in via di sviluppo, in particolare quelli più vulnerabili.

Sono proprio i piccoli Stati ad essere rimasti gli unici a spingere seriamente per l’azione climatica.

Uno dei pochi dati positivi della Cop 25 di Madrid è proprio il fatto che, per la prima volta, i Paesi vulnerabili non hanno accettato un compromesso al ribasso. Chiedono ambizione e aiuti per fronteggiare l’emergenza.

Il dato più negativo invece?

L’inesistenza della presidenza cilena, alle prese con problemi interni di altro genere. Se non fosse stato per l’impegno del governo della Spagna, sarebbe andata anche peggio.

Il multilateralismo è stato un successo a Parigi. Il clima è un problema globale, che necessita di risposte globali.

Tornando ai negoziati internazionali, va detto però che documenti come l’Accordo di ParigiL’Accordo di Parigi è un documento d’intesa tra le nazioni facenti parte dell’UNFCCC che è stato raggiunto nel 2015 al termine della Cop21.Approfondiscinon sono vincolanti.

Ma occorre andare al di là di questo aspetto. Il grande successo di Parigi fu legato al fatto che per la prima volta c’è stato un accordo universale. Un impegno assunto da tutti. Il limite del Protocollo di Kyoto era legato al fatto che esso era stato adottato solo da una minoranza di Paesi industrializzati, che rappresentavano meno di un terzo delle emissioni globali di CO2. Quanto alla questione degli obblighi in capo ai governi, la realtà è che non possiamo pensare di militarizzare il Pianeta. È sulla politica che occorre puntare. Sulla politica visionaria, senza la quale non si va da nessuna parte. È per questo che, insisto, servono risposte collettive ad un problema globale.

E i tempi per ottenerle non sono troppo lunghi?

Dipende dalla volontà politica. Ma, appunto, il problema non è nello strumento. Se ne usassimo un altro, la mancanza di volontà rappresenterebbe ugualmente un ostacolo. Il successo di Parigi non fu dovuto alla Francia ma all’accordo politico tra Barack Obama e Xi Jinping. E oggi la latitanza degli Stati Uniti non è compensata da un protagonismo europeo.

Il problema non è lo strumento della Cop ma la volontà politica. Senza di essa, nessun approccio potrà funzionare.

Cosa si può prevedere per il 2020?

A Lipsia, a settembre, è previsto per la prima volta un vertice tra capi di Stato e di governo di Europa e Cina, che tratterà anche il tema del clima. Poi dal 5 al 10 ottobre ci sarà la Cop 15 sulla biodiversità. Se questi due appuntamenti andranno bene, si spianerà la strada per la Cop 26 che si terrà a novembre a Glasgow. Fondamentale sarà poi il lavoro degli “sherpa” che si incontreranno a giugno a Bonn. E l’Europa deve assumere una leadership globale: a Madrid, Pechino aspettava un primo passo proprio dall’Ue.

In termini climatici qual è la priorità?

C’è bisogno di arrivare alle emissioni nette zero entro il 2050. Ciò passa per un calo delle emissioni ma anche per una riforestazione massiccia. Decisive saranno poi le scelte in materia di finanza, di trasferimenti dal Nord al Sud del mondo per compensare perdite e danni, e di trasparenza.

Il nodo principale resta dunque quello degli NDC, le promesse di riduzione delle emissioni climalteranti?

Sì. C’è un impegno a rivederli sulla base di una “high possible ambition”, ma occorre vedere cosa significa questo concretamente.

L’Europa ha abbassato le sue emissioni dello 0,25% all’anno nell’ultimo quinquennio. A livello globale occorre arrivare ad un -7,6%

Il Green New Deal europeo è una risposta adeguata?

Entro giugno il Consiglio europeo deve aggiornare gli impegni di riduzione delle emissioni al 2030. E deve farlo in coerenza con l’obiettivo di limitare la crescita della temperatura media globale, entro il 2100, ad un massimo di 1,5 gradi. Il che significa andare oltre rispetto al calo del 55% proposto dalla Commissione. Il rapporto Emission Gap spiega che dobbiamo abbassare le emissioni, in media nel mondo, del 7,6% se vogliamo centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Negli ultimi cinque anni l’Europa ha fatto -0,25% all’anno.

La carbon tax alle frontiere può aiutare?

Dipende. Può essere uno strumento efficace ma ad una condizione: se si tassano le importazioni di prodotti provenienti da nazioni che fabbricano sulla base di standard meno stringenti dei nostri in materia ambientale, occorre al contempo aiutare questi Stati ad attuare politiche ambiziose sul clima. Altrimenti continueranno a produrre inquinando e venderanno le merci altrove. Ancora una volta l’approccio deve essere globale. Altrimenti si tratta di iniziative inutili.