Contro i rischi di climate litigation le banche sono «a metà del guado»
Chiara Zilioli, direttrice generale dei servizi legali della Bce, spiega perché le banche devono prepararsi alle climate litigation
Le azioni legali per il clima che prendono di mira gli attori finanziari stanno crescendo, ha certificato l’ultimo report del Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment di Londra. Ma le banche sono preparate a questa possibile, forse probabile, ondata di climate litigation? Hanno iniziato quanto meno a metabolizzarne i rischi?
Valori lo ha chiesto a Chiara Zilioli, presidente del network di Esperti Legali del Network for Greening the Financial System (Ngfs), la rete globale di banche centrali e autorità di vigilanza per la finanza “verde”, e direttrice generale dei servizi legali della Banca centrale europea (Bce).
Qual è il messaggio principale del contributo che ha curato per la prefazione al report 2026 di Grantham Institute?
L’intento era confermare la validità del report e promuoverne la lettura non solo fra gli addetti ai lavori. Perché la consapevolezza viene dalla comprensione delle conseguenze anche economico-finanziarie dei rischi climatici, di solito meno visibili. Con le autrici del rapporto, Joana Setzer e Catherine Higham, avevamo già collaborato per alcuni studi pubblicati dal Network for Greening the Financial System.
Che livello di consapevolezza c’è nel settore finanziario, in particolare tra le banche, sull’importanza di presidiare i rischi di climate litigation?
Il contenzioso climatico è nato in riferimento agli Stati. Poi è passato alle imprese più inquinanti. Ora inizia a rivolgersi alle banche. È ormai un fenomeno globale. Soprattutto dall’osservatorio di Ngfs, vediamo che il livello di consapevolezza è molto aumentato. Casi come le azioni legali contro Shell e Rwe hanno contribuito in tal senso. Trasferire però questa consapevolezza in atti concreti richiede tempo. La Bce ha imposto alle banche di considerare e calcolare questi rischi, che possono comportare perdite e compromettere la stabilità finanziaria. E ha anche comminato sanzioni.
Il report di Grantham Institute mette infatti in evidenza le iniziative con cui la Banca centrale europea, a fine 2025 e inizio 2026, ha sanzionato due banche per questi motivi. Come ha reagito il settore?
A nostro avviso è stato un successo, frutto di un percorso durato anni. Il lavoro è iniziato nel 2020: bisognava chiarire le aspettative, spiegare come i rischi climatici andavano valutati e i piani di transizione predisposti. Nel 2022 sono state inviate lettere a 122 banche di cui la Bce ha la supervisione diretta, con le quali poi sono stati effettuati incontri bilaterali. Abbiamo indicato scadenze intermedie e una scadenza finale per adeguarsi, in termini ad esempio di integrazione del rischio climatico e ambientale nella gestione dei portafogli e nella governance. Alle scadenze intermedie solo 22 sono risultate non allineate a quanto richiesto e a rischio sanzione. Mentre alla scadenza finale, a fine 2024, tutte avevano posto rimedio alle proprie carenze. Tranne due, che sono state sanzionate. Abbiamo voluto far capire che su questi temi non avremmo lasciato correre.
Rapporti di risonanza internazionale come “Banking on Climate Chaos” dicono che il settore bancario continua a sostenere l’industria fossile. Nonostante questo sia uno dei principali motivi per cui le banche rischiano di essere portate in giudizio. Perché è così difficile smettere di finanziare le fossili?
A livello personale, è chiaro che vediamo tutti che non siamo dove dovremmo essere. Ma a livello sistemico non si può che procedere per gradi. Si potrebbe fare di più, ad esempio agendo sugli incentivi fiscali per orientare gli investimenti. Poi, però, c’è il punto di vista della banca che ha obblighi di massimizzazione del profitto verso gli azionisti: se certi investimenti si possono fare, cioè non violano la legge, è difficile immaginare che il management agisca diversamente. Anche perché altrimenti rischierebbe di doverne rispondere agli azionisti magari proprio per vie legali. L’autorità di vigilanza non può interferire in queste scelte. Ma interviene quando tali scelte esternalizzano i costi alla società: allora l’authority solleva la questione e obbliga a calcolare quei costi e i rischi di stabilità finanziaria collegati.
Ngfs ha prodotto negli anni numerosi rapporti su questi temi. Si può affermare che oggi tali rapporti siano diventati strumenti nella cassetta degli attrezzi delle banche?
Direi di sì. Soprattutto mi riferisco al network di avvocati che dialogano coi rispettivi board. Col Network for Greening the Financial System (nato nel 2017, oggi conta 152 membri e 24 osservatori e copre 95 giurisdizioni, ndr.) stiamo inoltre espandendo i temi oggetto di studio. Nei prossimi mesi uscirà un paper, realizzato in collaborazione con Grantham Institute, sui gap assicurativi legati ai rischi ambientali. Stiamo lavorando anche sull’acqua, che è uno degli ambiti più impattati dalla crisi climatica e, soprattutto nelle giurisdizioni del Sud del mondo, gode di tutele giuridiche speciali. Continuiamo l’opera di sensibilizzazione.
Il celebre discorso di settembre 2023 “Come hell or high water” di Frank Elderson, primo presidente di Ngfs e membro del board della Bce, avvertiva le banche sul fatto che le climate litigation stavano arrivando. Le banche si sono attrezzate?
Siamo un po’ a metà del guado, ma la sensibilità c’è. Va detto che a oggi nessun tribunale ha imposto a un’impresa o a una banca di pagare dei danni legati alla crisi climatica. Nel momento in cui ciò dovesse succedere, probabilmente assisteremmo a un’accelerazione. Chi dovrebbe esprimere più di tutti il senso di urgenza, tuttavia, è la politica. Che però non è incentivata a farlo perché di solito guarda alle prossime elezioni e non ai prossimi trent’anni. Questa non è certo una novità. La novità invece è che, avendo visto che la mancanza di azione sul clima da parte della politica impatta sempre di più sulla salute delle persone, e crea ingiustizie sociali e soprattutto generazionali, ad agire in modo lungimirante ora iniziano a essere i tribunali.



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