Benetton e le operaie croate dimenticate: a Milano lo scontrino della solidarietà

A Milano la Clean Clothes Campaign protesta davanti a Benetton: 28 operaie croate aspettano ancora il Tfr dopo la chiusura della fabbrica di Daruvar

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Smiljka Vuk e Fina Vondraček, ex operaie dello stabilimento Leonarda d.o.o. di Daruvar, alla protesta di Milano davanti al negozio Benetton di Corso Vittorio Emanuele © Alessandra Diconsoli
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Uno scontrino gigante, srotolato da una trampoliera, con i nomi delle lavoratrici e gli importi ancora dovuti riga per riga. È l’immagine scelta oggi a mezzogiorno dalla Clean Clothes Campaign per la sua azione davanti al negozio Benetton di Corso Vittorio Emanuele, nel cuore commerciale di Milano. Un gesto simbolico ma dal messaggio diretto al gruppo veneto: è ora di pagare il conto.

Al centro della protesta c’è la vicenda di 28 operaie croate che per decenni hanno confezionato capi Benetton nello stabilimento di Leonarda d.o.o., a Daruvar. Quando nel 2024 il colosso italiano ha deciso di uscire dalla Croazia, non si è assicurato che la fabbrica subfornitrice fosse in grado di corrispondere alle lavoratrici il trattamento di fine rapporto a cui avevano diritto per legge. Il risultato: oltre la metà del Tfr resta tuttora da liquidare, mentre l’altra metà è stata nel frattempo anticipata dal governo croato.

La contraddizione di Benetton: 917 milioni di fatturato e 50mila euro non pagati

I numeri rendono la sproporzione evidente. Il debito residuo di Benetton verso le 28 ex dipendenti di Leonarda d.o.o. ammonta a 50mila euro: una cifra che il gruppo di Ponzano Veneto, con un fatturato che nel 2024 ha sfiorato il miliardo (917 milioni di euro), incassa in meno di trenta minuti di attività.

All’azione hanno preso parte oltre 50 attivisti della rete Clean Clothes Campaign arrivati da 21 paesi diversi. Accanto a loro, due ex operaie dello stabilimento croato, Smiljka Vuk e Fina Vondraček, venute a Milano per mettere un volto alla vertenza. Il gruppo ha consegnato simbolicamente a Benetton lo scontrino gigante con il dettaglio degli importi ancora dovuti a ciascuna lavoratrice della fabbrica ormai chiusa.

Trampoliera con uno scontrino gigante "Lavoratori non retribuiti di Benetton" davanti al negozio di Milano. Importo totale: 50mila euro
Lo scontrino gigante srotolato davanti al negozio Benetton di Milano: i nomi delle 28 operaie e gli importi ancora dovuti, per un totale di 50mila euro © Alessandra Diconsoli

Le voci delle operaie: «Stiamo chiedendo solo quello a cui abbiamo diritto»

Per Smiljka Vuk, il licenziamento è arrivato all’improvviso, dopo quasi vent’anni di fabbrica: «Ho lavorato in fabbrica per 19 anni. Per tutti quel tempo abbiamo lavorato con il salario minimo, il sabato, con straordinari non pagati. Nel 2024 abbiamo perso il lavoro dall’oggi al domani. Sono venuta in Italia per far sentire la nostra voce a Benetton. Non stiamo chiedendo molto. Stiamo chiedendo solo quello a cui abbiamo diritto».

A spiegare le ragioni della mobilitazione è Mario Iveković, presidente di Novi Sindikat, il sindacato che rappresenta le lavoratrici croate: «Queste lavoratrici non possono aspettare oltre. Benetton deve garantire che chi ha contribuito ai suoi profitti riceva l’intero Tfr il prima possibile. Abbiamo contattato il Gruppo più volte su questa questione, ma non abbiamo mai ricevuto risposta. Siamo venuti in Italia anche per questo: siamo disponibili a incontrare in qualunque momento i vertici aziendali».

Abiti Puliti: «Non esistono lavoratrici di serie A e di serie B»

Per la sezione italiana della rete, la Campagna Abiti Puliti, il caso è emblematico di una contraddizione di fondo. «Con 917 milioni di euro di fatturato, Benetton può tranquillamente garantire che queste lavoratrici vengano risarcite», osserva la portavoce Deborah Lucchetti. «Benetton dice che il suo marchio rappresenta colore, unità e valori sociali. Ma quello che vediamo è una realtà ben diversa: perdita del lavoro, Tfr non pagato e silenzio nei confronti di chi ha contribuito per anni al valore del marchio».

Il gruppo di attivisti e attiviste di Clean Clothes Campaign. In primo piano Deborah Lucchetti © Alessandra Diconsoli
Il gruppo di attivisti e attiviste di Clean Clothes Campaign. In primo piano Deborah Lucchetti © Alessandra Diconsoli

La denuncia si inserisce in un passaggio delicato per il gruppo, oggi impegnato in un processo di ristrutturazione in Italia. La Clean Clothes Campaign chiede che il percorso includa accordi sindacali a tutela di tutte le lavoratrici della catena produttiva, ovunque si trovino: l’idea che non esistano lavoratrici di serie A e di serie B, e che chi ha cucito i capi del marchio meriti le stesse garanzie a Treviso come a Zagabria.

La rete ha intanto lanciato una petizione online con cui chiede a Benetton di saldare il debito e di adottare misure preventive perché casi simili non si ripetano in futuro.

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