Il biologico fuori casa cresce, ma 3 ristoratori su 4 non sanno spiegarlo
Il biologico fuori casa vale 1,35 miliardi: ristoranti e bar lo propongono come sinonimo di qualità, spesso più per posizionarsi che per una scelta etica convinta
Un calice di vino biologico all’aperitivo. Un piatto di verdure bio nel menù del ristorante sotto l’ufficio. Una passata, un olio extravergine, un cucchiaino di miele che arrivano da agricoltura biologica e che mangiamo nella pietanza ordinata senza nemmeno accorgercene.
Il bio ha smesso da tempo di essere soltanto la spesa che facciamo al supermercato o nel negozio specializzato: è uscito dalla dispensa di casa e si è seduto a tavola fuori. E lo ha fatto in fretta. Forse troppo, se è vero che chi ce lo serve, in gran parte dei casi, non saprebbe spiegarci che cosa stiamo mangiando.
Il biologico fuori casa vale un quinto dei consumi bio
Nel 2025 le vendite di prodotti biologici in Italia hanno raggiunto i 6,9 miliardi di euro, in crescita del 6,2% sull’anno precedente. Di questi, 5,5 miliardi restano consumi domestici. Ma oltre 1,35 miliardi passano ormai dal canale del cosiddetto away from home: ristoranti, bar, mense, locali. Un quinto di tutto il bio che consumiamo, oggi, lo consumiamo fuori casa.
I numeri arrivano dall’Osservatorio SANA curato da Nomisma e presentato lo scorso febbraio a Bologna in occasione di Rivoluzione Bio, la manifestazione promossa da BolognaFiere con FederBio e AssoBio.
Sette italiani su dieci consumano bio al ristorante
Negli ultimi dodici mesi sette italiani su dieci hanno consumato alimenti o bevande biologiche fuori casa, e il 35% lo fa con regolarità. Dall’altra parte del bancone, l’offerta ha seguito: più di otto ristoranti su dieci e sette bar su dieci propongono prodotti bio. Soprattutto ortofrutta, olio extravergine, passate, latte e miele. E poi il vino: l’85% tra ristoranti e bar ha in carta almeno un’etichetta biologica. Numeri che ci dicono che non siamo di fronte a una nicchia.
Sulla carta, è la fotografia di un successo. Il biologico che fatica a far crescere le superfici coltivate trova nel fuori casa un canale che corre. Ma basta guardare perché i locali lo mettono in menù per accorgersi che la storia è più complicata.
Perché i locali puntano sul biologico: l’immagine premium
La ragione principale per cui un ristoratore o un barista inserisce il biologico nella propria offerta non è l’ambiente. E non è la salute. È il posizionamento. Il 51% degli operatori dichiara di proporre prodotti bio per conferire al locale un’immagine premium, legata alle caratteristiche di qualità del prodotto biologico. Solo dopo, e a distanza, arrivano la scelta etica e di sostenibilità (46%) e l’attenzione al benessere e alla salute della clientela (40%).
Il bio, insomma, prima ancora di essere una scelta ecologica diventa un messaggio: comunica che il locale è di un certo livello, che la materia prima è ricercata, che vale il prezzo che si paga. Il bio diventa un’insegna. Dice «Siamo un posto di qualità» molto prima di dire cosa c’è davvero nel piatto.
Tre operatori su quattro non sanno spiegare il bio che servono
Ed è qui che la fotografia si incrina. Perché lo stesso Osservatorio rivela che il 75% degli operatori non dispone di informazioni sufficienti sul metodo produttivo del biologico e sui suoi effetti su ambiente, salute e benessere animale. Tre su quattro. La stragrande maggioranza di chi quel bio lo compra, lo cucina e lo serve non saprebbe rispondere se un cliente chiedesse perché è biologico, che cosa lo distingue dal convenzionale, che cosa garantisce la certificazione che pure viene esibita come valore.
Un cortocircuito evidente: il biologico si vende come garanzia di qualità, ma chi lo propone spesso non conosce la garanzia che sta vendendo. Il rischio, allora, è che il bio al ristorante si svuoti: che diventi un argomento di marketing, una parola utile a giustificare un conto più alto, invece di una scelta informata e verificabile. Un’etichetta, nel senso peggiore del termine.
Sovrapprezzo bio: cosa paghiamo davvero al ristorante
Dal lato di chi sta a tavola, la questione si ribalta in una domanda semplice: cosa stiamo pagando, davvero? Scegliamo un locale per la sua offerta biologica, ma quanto possiamo fidarci di un’etichetta che a monte è poco compresa da chi ce la propone? Se nemmeno chi lo serve conosce il bio che propone, distinguere la scelta convinta dal bollino messo per alzare i prezzi diventa quasi impossibile.
Non è un dettaglio da poco, in un momento in cui le famiglie tagliano. Lo stesso Osservatorio segnala che il 28% degli operatori si aspetta meno occasioni di consumo fuori casa, proprio per il contenimento della spesa domestica. Quando si esce meno, ogni uscita diventa più selettiva: si sceglie il locale che vale la pena. E il bio, in quella scelta, pesa. Purché significhi davvero qualcosa.
La filiera del biologico, non solo il bollino
La via d’uscita non sta nel rinunciare al biologico fuori casa, che anzi è un’occasione preziosa per avvicinare chi non lo comprerebbe mai al supermercato. Sta nel riempire di nuovo di senso quella parola. E il senso, per il biologico, non è mai solo nel prodotto finito: è nella filiera che lo precede.
È la lettura che dà anche Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, secondo cui il segnale del fuori casa «deve essere sostenuto da maggiori investimenti in formazione e comunicazione», perché gran parte degli operatori desidera conoscere meglio i metodi produttivi e gli effetti del bio. Da qui, dice, la necessità di «costruire nuove relazioni tra produttori agricoli e ristorazione fuori casa, per valorizzare filiere capaci di produrre qualità e identità dei territori», creando reti utili anche alla rigenerazione delle aree rurali. È la differenza tra un biologico che ricuce il legame con la terra e un biologico che resta un claim sul menù.
Perché il punto, alla fine, è proprio quello che rende il fuori casa interessante: è il luogo dove il cibo si fa esperienza, racconto, relazione diretta. Lo nota anche Silvia Zucconi, responsabile Market Intelligence di Nomisma: nel fuori casa i consumatori «cercano esperienze autentiche e di valore, basate su piatti semplici e poco elaborati ma capaci di soddisfare la crescente domanda di alternative adatte a stili di vita più salutari».
È esattamente lì che il biologico si gioca la sua credibilità. Può diventare un’esperienza informata e tracciabile, in cui chi serve sa cosa serve e chi mangia sa cosa sceglie. Oppure ridursi a estetica, a un’etichetta premium che vale il sovrapprezzo finché nessuno fa domande. Il bio è uscito dalla dispensa e si è seduto al ristorante. Adesso deve solo imparare a presentarsi.




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