«Il biologico ha una responsabilità in più: tenere viva la transizione»
Burocrazia che soffoca le piccole aziende, prezzi ingiusti lungo la filiera, un Green Deal smantellato: Maria Grazia Mammuccini (FederBio) racconta le sfide del biologico italiano
Solo un quarto del cibo consumato a Roma arriva dall’agro romano e laziale; il resto viaggia da altre regioni o dall’estero, mentre nell’area metropolitana oltre 26 mila ettari di terre pubbliche restano inutilizzati e altri 41 mila sono stati abbandonati. Sono i numeri da cui è partita “Buono e Bio in Festa”, la due giorni promossa all’Orto Botanico di Roma da Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia, in collaborazione con Sapienza e Mountain Partnership-FAO. Due giorni di talk, mercato e laboratori per ragionare sul cibo come terreno che tiene insieme città e aree interne, politiche urbane, salute, lavoro agricolo e futuro dei territori.
Il filo conduttore – le politiche del cibo – attraversa l’intero programma a partire dal talk d’apertura, “Città come alleate delle aree interne: dalla dipendenza alla corresponsabilità territoriale”. Il quadro che emerge è quello di una metropoli fortemente dipendente dai sistemi produttivi esterni, a fronte di territori interni che ospitano una parte rilevante della produzione agricola e della biodiversità nazionale ma soffrono lo spopolamento. Ricucire questo rapporto, è la tesi dell’evento, significa investire su filiere territoriali, biodiversità e nuove forme di governance del cibo.
Abbiamo incontrato Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, a margine dei lavori. Con lei siamo partiti dalla giustizia sociale per arrivare al paradosso del biologico – un mercato che cresce mentre la produzione resta ferma – fino al nodo politico del Green Deal e dell’alleanza sociale su cui il bio può contare oggi.
C’è una frase di Fabio Ciconte che mi ha colpito molto la prima volta che l’ho sentita e che mi torna spesso in mente: il problema del cibo oggi è paradossale, perché allo stesso tempo costa troppo e costa troppo poco. Troppo poco per remunerare chi lo produce, troppo per le tasche di chi lo compra. C’è una questione di giustizia sociale che tocca anche i consumatori. E di giustizia sociale lei ha parlato nel suo intervento.
Non c’è dubbio, è evidente. È un aspetto che approfondiremo anche domani, nell’incontro sulla giustizia nella filiera. Non c’è un’equa distribuzione del valore lungo la filiera, e la grande distribuzione ha assunto da questo punto di vista un potere enorme. Le dinamiche che vediamo in atto in questo periodo sono emblematiche: da una parte aumenta il costo del cibo per i cittadini, dall’altra diminuisce il prezzo riconosciuto all’agricoltore. Questo non è giustizia sociale: non lo è per chi compra il cibo e ha diritto a un cibo buono, pulito e giusto, e non lo è per il produttore agricolo. Bisogna ricostruire sistemi che portino a un’equa distribuzione nella filiera. Diversamente, non possiamo parlare di giustizia sociale.
È un tema enorme, però. È complesso, ma è una priorità assoluta. Non possiamo assistere a quello che abbiamo visto nei giorni scorsi – quattro persone che chiedevano solo di essere pagate e che sono state arse vive. Di fronte a certe cose ci dovrebbe essere una ribellione spontanea, perché si è raggiunto un culmine oltre il quale non si può andare. Vediamo agricoltori in difficoltà crescente: con i costi attuali delle materie prime e i prezzi che vengono pagati, non possono resistere ancora a lungo. Partire da queste ingiustizie per ricostruire un sistema non è facile, ma è indispensabile.
Sempre a proposito di paradossi, veniamo al biologico. I dati ci dicono che il mercato tira, la domanda aumenta, ma non altrettanto la produzione. Dov’è che il meccanismo si inceppa? L’accesso alla terra, le politiche messe in campo da governi nazionali e sovranazionali?
La situazione attuale ha delle complessità che vanno approfondite. Ci sono per esempio produttori biologici che escono dal sistema, ma non perché non credano più nel bio: continuano a produrre con metodi agroecologici e biologici, ma escono dal sistema di certificazione perché il peso burocratico sta diventando insostenibile per le piccole e medie aziende.
Tutta la normativa – non solo la certificazione, ma le denominazioni d’origine, i sistemi informatici legati al vino, al biologico – è tale che solo un’azienda di grandi dimensioni, con personale dedicato, può affrontarla. Una piccola azienda, dove il titolare fa tutto, dal lavoro nei campi alla burocrazia, non ce la può fare. È un’emergenza vera, perché porta costi e rischi sul rispetto delle norme, e alla fine si arriva a dire: meglio uscire dal sistema del bio.
E invece la posta in gioco qual è?
Dobbiamo rafforzare le produzioni biologiche italiane, perché nel momento in cui i consumi aumentano bisogna evitare che vada tutto a vantaggio dell’importazione. Non per una chiusura, ma perché il bio può essere un’opportunità per i nostri agricoltori e per le aree interne. Abbiamo insistito molto su questo: anche stamani il sottosegretario D’Eramo ci ha confermato la disponibilità ad aprire un tavolo sulla burocrazia, per semplificare il sistema e smettere di perdere aziende biologiche, che sono fondamentali.
Per restare su Ciconte, nel suo ultimo libro, “Il cibo è politica”, dice una cosa paradossale, ma efficace: è assurdo che a doversi certificare, sostenendo gli oneri e i costi del sistma delle certificazioni, siano quelli che producono cibo buono. Non dovrebbe essere il contrario? Non dovrebbero essere quelli che fanno un’agricoltura che fa male al Pianete a alle persone dover mettere un bollino?
È più di un semplice paradosso: le posso dire che per esempio per quanto riguarda l’uso dei pesticidi di sintesi chimica il principio «chi inquina paga» si applica al contrario. Il biologico può essere soggetto a contaminazione accidentale. Dovrebbe essere chi usa la sostanza di sintesi chimica a lasciare una fascia di sicurezza per non inquinare il vicino biologico. Succede l’opposto: è il biologico a dover lasciare una distanza di sicurezza per evitare di essere inquinato.
E questo significa anche costi aggiuntivi, perché quella fascia va raccolta separatamente e commercializzata separatamente. È evidente che ragionare sul cibo come bene comune implica tanti cambiamenti. Non sarà possibile farli in tempi brevi, ma la traiettoria deve essere quella.
Un’ultima cosa, il Green Deal. L’agricoltura industriale è tra le principali cause della crisi climatica – le emissioni lo dicono – e al tempo stesso ne è una delle vittime principali. Eppure gli agricoltori hanno visto nel Green Deal un nemico, invece che uno strumento d’aiuto. In parte avevano ragione a contestare alcune misure. Ma come si fa a evitare che il biologico resti schiacciato in questa dinamica? Qual è oggi l’alleanza sociale del biologico?
Anche qui c’è una complessità. Soprattutto dal 2015 a oggi abbiamo avuto una perdita di produzione notevolissima – al nord, al centro e al sud, nelle produzioni più tipiche – dovuta agli impatti del clima. I cambiamenti climatici danneggiano l’agricoltura. Il Green Deal era visto come uno strumento per contrastare la crisi climatica, quindi anche per sostenere gli agricoltori. Averne strumentalizzato le difficoltà – perché gli agricoltori hanno difficoltà oggettive – è stato colpevole. Quello che andava chiesto era governare il processo di cambiamento mettendosi a fianco degli agricoltori, non contro di loro, ma senza mettere in discussione l’obiettivo: cambiare il modo di produrre.
E in quel quadro il biologico dove si colloca?
L’unico elemento positivo, al momento, è che non è stato toccato l’obiettivo del 25% di superficie coltivata a biologico, mentre gli altri – meno 50% di pesticidi, meno 50% di antibiotici – sono quasi tutti scomparsi. Quindi oggi il biologico ha una responsabilità maggiore: essere lo strumento per continuare il cambiamento. Bisogna essere bravi a rendere disponibili al resto dell’agricoltura tutte le innovazioni messe a punto dal biologico, in un dialogo non di contrapposizione ma di collaborazione reciproca. È una sfida su cui stiamo lavorando.




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