I danni causati dall’industria fossile ora si possono tracciare e calcolare

Il Carbon Impacts Tracer stima i danni di progetti e compagnie fossili. Per Eni: 375 morti per il caldo in Europa entro il 2100

Torcia di combustione in un impianto di estrazione di idrocarburi © Cristian Martin/iStockPhoto

In breve

  • Il Carbon Impacts Tracer, sviluppato da ricercatori australiani, calcola quanto un singolo progetto o una compagnia fossile contribuisce al riscaldamento globale e quali danni produce.
  • Lo strumento traduce le emissioni di CO2 in aumento della temperatura e poi in danni concreti: morti per caldo, stress termico, perdita di ghiacciai e coralli.
  • Per Eni stima 375 morti per il caldo in Europa entro il 2100: numeri che smontano la difesa della «goccia nel mare» usata dall’industria fossile.

Se non è l’ultimo tassello, poco ci manca. Grazie alla scienza dell’attribuzione, infatti, è stato compiuto un altro fondamentale passo per collegare l’industria fossile al riscaldamento globale e ai danni, enormi, che esso produce. Un assist potenzialmente decisivo per le climate litigation con cui in tanti nel mondo cercano di inchiodare l’industria fossile alle sue responsabilità.

La scienza dell’attribuzione stabilisce in che misura il verificarsi degli eventi meteorologici estremi, e la loro intensità e capacità distruttiva, si possano attribuire alla crisi climatica. Già oggi i ricorrenti si affidano a questi studi per cercare di ottenere giustizia nelle aule dei tribunali, soprattutto quando i procedimenti prendono di mira gli Stati. Ma ora potrebbero tornare ancora più utili quando sul banco degli imputati siedono le imprese dell’industria fossile.

Il potenziale game changer si deve al lavoro di un gruppo di ricercatori australiani messo a disposizione in un tool online, il Carbon Impacts Tracer. Grazie a esso è possibile determinare in che misura ogni singolo nuovo progetto fossile contribuisce al riscaldamento globale e quanti danni potrà produrre, alle persone o all’ambiente. Un risultato che solo fino a pochi anni fa poteva sembrare fantascienza e che oggi invece è reso possibile dal progresso scientifico.

Il Carbon Impacts Tracer collega le emissioni di CO2 ai danni

Il Carbon Impacts Tracer si basa sulla relazione scientificamente provata tra aumento di CO2 in atmosfera e riscaldamento del Pianeta. Fa poi riferimento a un innovativo studio che alla fine del 2025 aveva quantificato i danni collegabili alle emissioni di CO2 di un progetto di estrazione di gas a Scarborough, nell’Australia occidentale. Lo strumento può replicare questa stessa metodologia a qualsiasi altro progetto fossile.

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Nei suoi trent’anni di attività, il progetto di Scarborough produrrebbe 876 milioni di tonnellate di CO2: emissioni che esporrebbero oltre mezzo milione di persone a temperature elevate e causerebbero quasi 500 morti per il caldo in Europa entro il 2100, oltre a ulteriori perdite di coralli. Sono tre degli otto tipi di danno che lo strumento considera: quelli per cui esistono studi sufficientemente solidi sul legame con il riscaldamento globale. Ma in futuro potrebbero aggiungersene altre.

Le emissioni di Eni costerebbero vite umane e superficie glaciale

Il tool può calcolare anche i danni attribuibili alle maggiori compagnie fossili. Per farlo tiene conto delle emissioni di CO2 derivanti dalla loro produzione di combustibili fossili pianificata e potenziale tra il 2024 e il 2050. Fra queste società, insieme, per esempio, a Bp, Chevron, ExxonMobil, Shell e TotalEnergies, c’è anche Eni.

Per il colosso italiano dell’oil&gas, il Tracer stima poco più di 1,78 miliardi di tonnellate di CO2 cumulate tra il 2024 e il 2050. Queste emissioni contribuirebbero a un ulteriore aumento di 0,00080 gradi centigradi della temperatura media globale, con una serie di conseguenze misurabili.

In Europa, le emissioni attribuite a Eni provocherebbero 375 morti aggiuntive per il caldo entro il 2100. La stima si basa su uno scenario in cui il riscaldamento globale resta entro 1,5 gradi centigradi, un obiettivo che secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) non è ormai più raggiungibile. Il calcolo, inoltre, non considera eventuali cambiamenti demografici né misure di adattamento.

In uno scenario intermedio, con un riscaldamento globale compreso tra 2 e 3 gradi centigradi entro fine secolo, le emissioni attribuite a Eni provocherebbero ogni anno oltre 55 milioni di ore-persona di esposizione a uno stress termico non compensabile. È l’equivalente di circa 1,4 milioni di persone esposte per un’intera settimana lavorativa. Entro il 2100 causerebbero inoltre la perdita di oltre 43 chilometri quadrati di superficie glaciale, escludendo Groenlandia e Antartide.

I limiti dello strumento non salvano Big Oil dalle responsabilità

Come chiarisce la nota metodologica del Carbon Impacts Tracer, le stime si basano su studi scientifici peer-reviewed e, per le emissioni delle singole società, su report pubblici. Presentano tuttavia limiti dichiarati: le analisi spesso non includono misure di adattamento e si concentrano sulla CO2, non su altri gas serra. I promotori non fanno mistero del fatto che lo scopo sia esclusivamente informativo, di ricerca e didattico.

Ma tutto ciò non intacca il messaggio di fondo dello studio, che amplierà progressivamente il database: la scienza dell’attribuzione è maturata e non permette più all’industria fossile di scansare le responsabilità con la classica scusa drop in the ocean. Che suona più o meno così: ogni nuovo progetto aumenta le emissioni di CO2 di una frazione infinitesimale rispetto al totale, per cui non è possibile quantificare i danni che produce. Il Carbon Impacts Tracer, invece, dimostra che si può e ha senso. In altre parole, che per Big Oil si avvicina la fine dell’impunità.

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