Il 2025 della crisi climatica tra caldo, eventi estremi e risposte mancate
Ondate di caldo mortali, eventi estremi sempre più costosi, Cop30 deludente e finanza climatica inefficace: il 2025 racconta una crisi che non è più emergenza
La crisi climatica è ormai la cornice dentro la quale si svolge la nostra quotidianità, e il 2025 non fa che confermare questo dato. Secondo il Copernicus Climate Change Service, l’anno che si chiude sarà tra i più caldi mai registrati: novembre è stato il terzo più caldo di sempre, e il 2025 nel suo complesso si colloca nei primi posti della classifica globale, insieme a 2023 e 2024. Un dato che, da solo, dice poco. Ma che diventa molto concreto quando lo si traduce in morti, danni economici, territori devastati.
Nel 2025 gli eventi estremi, anche in Italia, non sono stati eccezioni: sono stati la norma. E hanno colpito in modo diseguale, come sempre accade nella crisi climatica.
Il caldo che uccide: l’estate europea del 2025
In Europa il 2025 è stato segnato da ondate di caldo intense e prolungate, con temperature oltre i 40 gradi in molte aree del Sud e anomalie termiche persistenti anche nel Nord del continente. Ma questa volta non si tratta solo di record meteorologici.
Uno studio ha stimato che tra fine giugno e inizio luglio oltre 2.300 persone siano morte in Europa a causa del caldo estremo. Un dato già di per sé drammatico, che diventa ancora più netto quando si aggiunge un altro elemento: circa il 65% di queste morti è attribuibile direttamente ai cambiamenti climatici. Senza il riscaldamento globale indotto dalle attività umane, quelle persone – verosimilmente – sarebbero ancora vive.
Milano, Parigi, Madrid, Barcellona: grandi città, sistemi sanitari avanzati, infrastrutture solide. Eppure incapaci di proteggere le fasce più vulnerabili – anziani, persone con patologie, lavoratori, donne in gravidanza – da un rischio che non è più emergenziale, ma strutturale. Il caldo estremo è diventato uno dei killer silenziosi del nostro tempo, e l’Europa non fa eccezione.
Il costo economico degli eventi estremi: un conto che cresce ogni anno
Alle vittime si somma il conto economico. L’estate 2025 ha mostrato con chiarezza quanto gli eventi meteorologici estremi stiano diventando una voce stabile – e crescente – nei bilanci pubblici e privati. Secondo le stime, ondate di caldo, incendi, alluvioni e tempeste hanno prodotto danni per decine di miliardi di euro solo in Europa. Perdite agricole, infrastrutture danneggiate, interruzioni della produzione, costi sanitari, assicurazioni sempre più sotto pressione.
Non è solo un problema di “quanto costa riparare”, ma di quanto diventa fragile un sistema economico costruito su un clima che non esiste più. Ogni grado in più amplifica il rischio, e rende più costoso non intervenire. Nonostante questo, la risposta della politica resta lenta, frammentata, spesso affidata alla gestione dell’emergenza più che alla prevenzione.
Filippine, novembre 2025: quando la crisi climatica entra nella Cop
A ricordare al mondo cosa significhi vivere in prima linea nella crisi climatica ci hanno pensato le Filippine, colpite da una serie di tifoni devastanti proprio nei giorni che hanno preceduto la Cop30 di Belém. Alluvioni, frane, evacuazioni di massa, comunità intere sommerse dall’acqua. Migliaia di persone hanno perso casa e mezzi di sussistenza, mentre scuole e servizi essenziali restavano chiusi. Un evento estremo tra i tanti, ma carico di valore simbolico: mentre i negoziatori si preparavano a discutere di clima, un Paese tra i più esposti al riscaldamento globale ne pagava il prezzo più alto.
Delegazioni e attivisti filippini hanno portato queste storie dentro la Cop, ricordando che la crisi climatica non è una proiezione futura, ma una realtà quotidiana per milioni di persone. E che parlare di adattamento, finanza climatica e perdite e danni senza partire da qui rischia di essere un esercizio astratto.
Il bilancio della Cop30: l’indifferenza di fronte all’urgenza
La Cop30 di Belém ha mostrato, ancora una volta, quanto la risposta politica resti insufficiente rispetto alla scala della crisi climatica. Come abbiamo raccontato, i risultati sono stati deboli. Nessuna accelerazione reale sull’uscita dai combustibili fossili, nessuna roadmap vincolante, impegni finanziari insufficienti per l’adattamento e per sostenere i paesi più colpiti. Ancora una volta, il testo finale ha scelto il compromesso minimo, mentre la realtà climatica correva molto più veloce.
Il paradosso è tutto qui: nel 2025 abbiamo dati sempre più precisi che collegano il riscaldamento globale a morti evitabili, costi economici enormi e disastri annunciati. Eppure, nelle sedi dove si dovrebbe decidere come fermare questa traiettoria, prevale ancora la cautela politica, quando non l’indifferenza.
La finanza globale continua a finanziare la crisi climatica
Accanto alla distanza tra la realtà della crisi climatica e le decisioni politiche, il 2025 mette in luce un altro scarto decisivo: quello tra la retorica della finanza “verde” e le pratiche reali del sistema finanziario globale.
Il rapporto Banking on Climate Chaos – che fotografa i flussi finanziari del 2024 delle 65 principali banche mondiali verso il settore dei combustibili fossili – continua a raccontare una storia di sostanziale continuità. Le principali banche del mondo hanno proseguito nel finanziare il settore delle fossili e persino l’espansione di nuovi progetti, nonostante l’evidenza scientifica sull’urgenza di ridurre drasticamente le emissioni. Una fotografia che pesa anche sul 2025, perché mostra quanto gli impegni annunciati negli ultimi anni abbiano inciso poco sulle scelte concrete degli istituti finanziari.
A chiarire ulteriormente il quadro è arrivata la chiusura della Net Zero Banking Alliance. Nata per allineare le grandi banche agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, l’iniziativa si è rivelata per molte di loro poco più di una cornice reputazionale: impegni volontari, criteri flessibili, nessun obbligo vincolante di riduzione reale dei finanziamenti ai combustibili fossili. Come ha denunciato BankTack, la Nzba non è stata smantellata dopo aver fallito, ma perché aveva già mostrato tutti i suoi limiti. La sua fine certifica che una parte rilevante del sistema bancario non ha mai messo davvero in discussione il proprio ruolo nel sostenere il modello fossile, nemmeno mentre dichiarava di voler contribuire alla transizione.
Alla Cop30 il tema della finanza climatica è tornato al centro del dibattito, soprattutto sul fronte dell’adattamento. Ma, come abbiamo raccontato, le risorse mobilitate restano largamente insufficienti rispetto ai bisogni reali dei Paesi più esposti agli impatti della crisi climatica. Proprio quelli che sono meno responsabili della crisi climatica, ma pagano il prezzo più alto in termini di perdite, danni e vite umane.
Un bilancio che chiama in causa la politica e la finanza
Il 2025 conferma così una dinamica ormai chiara. La crisi climatica produce effetti misurabili: morti per il caldo, per le inondazioni e per gli altri venti estremi, danni economici, territori devastati. Ma a questi impatti non corrisponde ancora una risposta all’altezza, né sul piano politico né su quello finanziario.
Non è una questione di mancanza di dati, né di incertezza scientifica. È una questione di scelte. E ogni anno che passa rende più evidente che il tempo perso ha un costo che qualcun altro – persone, comunità, Paesi interi – sta già pagando.




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