Cosa sono gli NFT, i “certificati digitali di unicità” che valgono oro

A cosa servono e come funzionano i “non-fungible token” (NFT), certificati digitali che possono valere milioni di dollari

Il meme Disaster Girl, che è stato venduto tramite un NFT al prezzo di 500mila dollari © knowyourmeme.com

Mettete assieme l’amministratore delegato di Twitter, Jack Dorsey; il fondatore di Tesla, Elon Mask; il gruppo rock americano, Kings of Leon; il calciatore, Antoine Griezmann; il cofondatore di Reddit, Alexis Ohanian; o ancora il fondo d’investimenti Benchmark. Cos’hanno in comune? L’interesse per una novità che da alcune settimane sta facendo parlare di sé il mondo intero. Ottenendo un successo improvviso e straordinario. Parliamo degli NFT, ovvero i non-fungible token. La nuova frontiera della tecnologia blockchain e della proprietà intellettuale on line.

Gli NFT certificano la rarità digitale di un bene

Definiti anche “gettoni crittografici”, gli NFT sono dei sistemi che permettono di certificare la rarità digitale di un bene. Un’opera d’arte, un video, perfino un tweet. Il tutto basato appunto sulle blockchain, equivalente digitale di un registro delle transazioni, utilizzato per la generazione di criptovalute come i Bitcoin.

Fin qui la definizione. Più facile comprendere di cosa parliamo con degli esempi concreti. I “gettoni” hanno la caratteristica peculiare di essere unici. E possono certificare un qualsiasi “oggetto”, fisico o virtuale che esso sia. Così, chi compra un NFT che corrisponde ad un’opera artistica digitale, possiede – in realtà – soltanto il certificato. Un documento emesso dal creatore dell’opera, sul quale c’è “scritto” che essa è stata ceduta. Ciò non significa che l’opera in questione diventi privata. Al contrario, può tranquillamente restare on line, accessibile a tutti. Può valere per un video registrato su YouTube o per una qualsiasi immagine in formato jpeg.

Si vendono: il primo tweet, un collage, l’articolo del New York Times

Così gli NFT si prestano per la vendita di una composizione artistica o di un brano musicale. La “notizia” sta nelle cifre stratosferiche alle quali sono stati venduti alcuni di tali certificati. Jack Dorsey, patron di Twitter, ha ceduto ad esempio il suo primo tweet, risalente al 2006. L’asta per il relativo NFT ha fatto salire il prezzo a 2,9 milioni di dollari.

Allo stesso modo, il 18 febbraio scorso, l’inventore di Nyan Cat – un meme particolarmente noto – ha venduto l’opera per 300 Ether, la seconda più diffusa criptovaluta al mondo. Controvalore: 470mila euro. Niente a che vedere con la cantante canadese Grimes, che ha ceduto la sua collezione digitale di opere d’arte – battezzata “WarNymph” per 6 milioni di dollari. Un’opera di Banksy è stata invece data alle fiamme proprio per agganciarci un NFT.

L’opera di Bansky data alle fiamme

Allo stesso modo, l’artista americano Beeple ha segnato un record. Il suo “collage digitale”, fatto di disegni e animazioni realizzati quotidianamente per 5mila giorni di fila, è stato venduto a 69,3 milioni di dollari. Un record. Che forse il proprietario della casa automobilistica Tesla, il 15 marzo, ha tentato di battere. Come? Mettendo in vendita un pezzo musicale in omaggio… agli NFT. Sotto forma, ovviamente, di un NFT. Due giorni dopo ha rinunciato alla cessione, ma intanto il prezzo era arrivato a più di un milione di dollari.

Perché comprare un’opera disponibile liberamente on line?

Ma perché regalarsi un tweet o un’opera se essa è liberamente disponibile on line? Semplice: perché il valore degli NFT è legato ad un certificato di proprietà unico. Basato sulla tracciabilità del proprietario, del creatore, su date e storico delle transazioni. Un giornalista del New York Times ha di recente provato a vendere un suo articolo tramite un “gettone”. Frase di lancio: «Fate un’offerta, e potrete possedere il primo NFT legato a questo giornale con 170 anni di storia». La vendita è stata conclusa per 560mila dollari.

Il meme Nyan Cat, venduto tramite un NFT
Il meme Nyan Cat, venduto tramite un NFT © Rob Bulmahn/Flickr

È per questo che il mercato degli NFT, in grande espansione, suscita l’interesse di numerosi investitori. Un rapporto di Atelier-BNP Paribas spiega che le transazioni nel 2019 erano state pari a 63 milioni di dollari. E sono cresciute a 250 milioni nel 2020. Con la presenza di star della musica, dello sport e del cinema, è facile ipotizzare un’impennata ulteriore.

Alla fine del 2018, una start-up francese, la SoRare, ha creato delle card per collezionisti. Su ciascuna di esse compare l’immagine di un giocatore di calcio, con l’obiettivo di integrarle in un gioco manageriale chiamato “Fantasy League”. Ebbene, in tre anni la società ha ottenuto fondi per 40 milioni di euro. Tra gli investitori, il campione del Barcellona Antoine Griezmann, il cofondatore di Reddit Alexis Ohanian e il fondo Benchmark.

Cosa cambia rispetto a scaricare sul proprio computer una foto o una canzone

Inoltre, gli NFT aprono diverse possibilità a chi li utilizza. Immaginiamo di aver scaricato legalmente una canzone da Spotify o Apple Music. Possiamo utilizzare il file nel salone della nostra casa, ma non abbiamo alcuna “proprietà” su tale opera. Comprare l’NFT relativo ad essa, invece, consente di affermare “pubblicamente” che la canzone è nostra.

Così, una piattaforma come SuperRare ha automatizzato una sorta di “royalties eterne” per i creatori. Basta infatti inserire nell’NFT una clausola, che prevede che una commissione venga intascata ogni volta che l’opera viene rivenduta. Per questo il gruppo rock americano Kings of Leon ha fatto uscire il suo ultimo album sotto forma di NFT (i proventi saranno destinati ad un fondo di sostegno ai musicisti).

Gli NFT stanno producendo l’ennesima bolla?

Euforia, prezzi in impennata, investitori in agguato. Si sta dunque gonfiando l’ennesima bolla speculativa? Secondo quanto riferito al quotidiano francese Le Monde da Nadya Ivanova, direttrice de l’Atelier-BNP Paribas, è difficile dirlo: «Per stabilire se esiste una bolla nell’economia fisica o nei mercati finanziari, occorre un punto di riferimento. Che permetta di stabilire un prezzo rispetto ad un valore reale. In questo caso non abbiamo tali dati a disposizione nel settore degli NFT. L’economia virtuale è completamente diversa da quella fisica».

Ciò che si sa, è che il prezzo medio di un NFT era di circa 4mila dollari a febbraio, ed è sceso già a 1.250 dollari ad aprile, secondo quanto riferito dalla Cnn, che cita dati di un sito specializzato. I prossimi mesi potrebbero dire se sia già l’esplosione di una bolla o soltanto una decisa correzione. Quello che certamente è già esploso, però, è il consumo di dati.

Per la “fabbricazione” degli NFT, infatti, occorre una gigantesca potenza di calcolo. Basata su numerose strutture (server farm) sparse nel mondo intero. È il principio su cui si basa anche la creazione di criptovalute, chiamato “mining”. Un meccanismo estremamente energivoro e che comporta, di conseguenza, enormi emissioni di gas ad effetto serra.