Parte 11

Dalle aree interne alle periferie degradate: qui si risolve il problema casa

Riqualificazione delle periferie a Napoli e Messina. Strategia Nazionale delle Aree Interne in mille comuni. Per ricostruire il tessuto abitativo e sociale. Con fondi europei

Di Rosy Battaglia
Le Vele di Scampia

Non solo housing sociale o edilizia residenziale popolare. La crisi dell’abitare si può risolvere combattendo lo spopolamento delle aree interne della penisola e il degrado delle periferie urbane, attraverso progetti di coesione e inclusione sociale. Lo raccontano le iniziative in atto a Napoli e Messina con il Programma straordinario per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie. E negli oltre mille comuni coinvolti nella Strategia Nazionale delle Aree Interne. Progetti nazionali finanziati con fondi comunitari e di coesione, insieme alla partecipazione sia del pubblico che del privato, che hanno tutti un elemento comune: la ricostruzione non solo del tessuto abitativo, ma anche di quello sociale.

Da Napoli: casa e lavoro di pari passo

«Il diritto all’abitare deve essere accompagnato dal diritto al lavoro, all’educazione e alla formazione», sottolinea a Valori l’assessore alle Politiche abitative di Napoli, Monica Buonanno. Dai primi di dicembre nella città partenopea è diventata operativa l’Agenzia Sociale per la Casa, progetto finanziato con fondi PON (Programma Operativo Nazionale) per le Città Metropolitane, per circa 4 milioni di euro destinati alle fasce più povere della popolazione. Nuclei familiari in condizioni di disagio abitativo, anche temporaneo o in condizione di emergenza. Che, anziché limitarsi alle procedure burocratiche dell’attribuzione di un alloggio, sosterrà le persone a ricostruire la propria vita lavorativa e formativa.

Nasce l’agenzia sociale per la casa 

Sia nella sede centrale che in tutte le dieci municipalità di Napoli ci saranno team di esperti in accoglienza. «Togliere le persone dallo stato di disoccupazione o disoccupazione involontaria, può aiutare all’esercizio del diritto all’abitare in modo indiretto», sostiene Buonanno. «Chi si rivolge a noi, in genere, per un alloggio in edilizia residenziale popolare è  una persona che ha appena perso il lavoro, non ce l’ha, e non può permettersi un affitto privato». Tra i destinatari anche coloro che hanno ricevuto il reddito di cittadinanza, coloro che vengono segnalati dai servizi sociali territoriali, o arrivano spontaneamente agli uffici comunali.

«Nei primi nuclei familiari presi in carico abbiamo persone che hanno perso l’abitazione in seguito agli smottamenti in città. Chi ha subito uno sgombero coatto, in quanto l’edificio di proprietà comunale era occupato da appartenenti ai clan camorristi».

L’intento, quindi, non è solo risolvere il problema abitativo attraverso l’assistenza sociale ma anche favorire l’autonomia economica e ricostruire il tessuto sociale, nella legalità.

«Per questo stiamo lavorando agli spazi di innovazione sociale (SIS), realizzati sempre con i fondi PON che ci permettono di attivare politiche per il lavoro e l’inclusione. Con tirocini, attività formative e di accompagnamento al lavoro. Insieme alla creazione di impresa nel senso più stretto. Ci stiamo provando a Barra, San Giovanni a Teduccio, Ponticelli, Napoli Centro e Scampia. Dove abbiamo fatto una chiamata di idee per raccogliere le esigenze degli stessi territori».

L’abbattimento delle Vele e la sede universitaria a Scampia 

Proprio da Scampia, con il progetto Restart,  si cominciano a vedere gli effetti del cambiamento, anche se i fondi del Piano Periferie, provenienti dallo Stato, sono arrivati a singhiozzo. «Ma dopo 30 anni di assoluto stigma, tra abbandono e passerelle politiche, quella che è stata la più grande piazza di spaccio di droga negli anni 2000, ora è irriconoscibile», racconta Monica Buonanno.

Nel 2020, anche se in ritardo rispetto a quanto assicurato dal sindaco De Magistris, verrà abbattuto l’ultimo simbolo di Gomorra.  Azioni, in ogni caso, dirompenti che hanno avuto, anche, eco sulla stampa internazionale. «Dove c’era la prima Vela abbattuta ora c’è in ultimazione il Polo di Scienze Infermieristiche dell’Università Federico II e la costruzione dello studentato, quasi finita», assicura l’assessore Bonanno. E poi associazioni, servizi sociali ed educativi che lavorano insieme contro la dispersione scolastica. «Almeno 1000 bambini vengono tolti così dalla strada e accompagnati nei centri diurni, sostenendo la genitorialità».

La residenza di prossimità, la risposta ai decreti Lupi e Salvini 

Infine, risolvere il problema della casa significa anche riconoscere il diritto alla residenza e all’identità, anche a chi l’ha perso. Nell’Italia del 2019 sembra assurdo. Ma è un principio negato sia dal decreto Lupi nel 2014 e che dal primo decreto Sicurezza voluto dall’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

«Dal 2015 la legge ci impone di non riconoscere più la residenza a chi non paga il canone ed è stato sfrattato. Ci sono persone, compresi i bambini, che non possono avere il medico, non possono mandare i figli a scuola, non hanno la carta d’identità», denuncia Buonanno.

«Non è un problema solo di Napoli, ma di tutte le aree metropolitane. Ma a nostro avviso il diritto all’identità è  fondamentale. Per questo abbiamo attuato uno strumento che si chiama residenza di prossimità».

Messina: dalle baracche alle case di proprietà 

Più a sud, a Messina, sempre grazie al Piano periferie del governo, è nato Capacity, progetto di riqualificazione urbana , avviato nel 2017 vede come capofila il Comune di Messina e la Fondazione di Comunità come partner strategico. «Abbiamo sgretolato il controllo mafioso delle baraccopoli di Fondo Saccà e Fondo Fucile, aree profondamente degradate, facendo in modo che gli stessi abitanti partecipassero alla manutenzione e alla ristrutturazione degli edifici», sottolinea Gaetano Giunta, segretario generale della Fondazione a Valori.

Attività che sono state valorizzate economicamente. «Mettendo a disposizione il cosidetto Capitale Personale di Capacitazione (CPC), cioè un contributo per l’acquisto della casa che può raggiungere un valore massimo di 80 mila euro, permettendo, anche alle famiglie più povere, di poter diventare proprietarie» ribadisce Giunta. In questo modo, si sono ridotti i costi medi di acquisto dell’abitazione sul libero mercato fino al 35% rispetto all’acquisto degli immobili da parte del Comune e dell’Istituto Autonomo Case Popolari. Eliminando i costi amministrativi e delle spese per la manutenzione da parte della Pubblica Amministrazione. Così come la costruzione di case popolari che prevedono il consumo di suolo pubblico.

Con il microcredito debiti ristrutturati e menu usura

Metà dei nuclei familiari in precedenza considerati «non bancabili» hanno potuto accedere al mercato creditizio. Come? Con microcrediti erogati dalla MECC, Microcredito per l’economia civile e di comunione. Ottenendo, spesso, la ristrutturazione di debiti pregressi e la riduzione dei rischi di usura. Nessun caso di credito in sofferenza e un terzo dei nuclei beneficiari che hanno acquistato casa hanno, nei fatti, aumentato il capitale che saranno in grado di trasferire ai propri figli o ai loro nipoti. Contrastando così la trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze.

«Questo sta significando per 500 persone un importante miglioramento delle condizioni ambientali e una riduzione di rischi per la salute connessi alle gravi carenze igienico-sanitarie, tali da portare gli abitanti delle baraccopoli ad avere un’aspettativa di vita di 7 anni in meno, rispetto ai residenti delle altre zone».

Un modello per l’edilizia sociale, quindi, che non è social housing, nè edilizia residenziale pubblica, ma una terza via. Togliendo il controllo alle mafie, facendo emergere l’economia sommersa. «Il più importante progetto di redistribuzione di ricchezza che c’è stato a Messina dal dopoguerra a oggi. E forse italiano».

Dagli alberghi diffusi l’occasione di riscatto per i giovani

C’è chi ha ristrutturato le case del paese creando un albergo diffuso, con abitazioni adatte alla socialità, anche per le persone più anziane. Rigenerando edifici, portando turismo e con esso lavoro ai giovani del luogo. Come a Riccia in Molise. In Aspromonte, a Bova, antico borgo grecanico di soli 313 abitanti, un gruppo di giovani guide alpine ha rilanciato, a livello europeo, l’escursionismo. Lo hanno fatto costituendo la Cooperativa Naturaliter, ristrutturando gli edifici e creando accoglienza diffusa, valorizzando uno dei luoghi più selvaggi e alto valore naturalistico della Calabria.

Sono esempi concreti della trasformazione in atto in zone lontane dai centri metropolitani, in aree collinari, appenniniche o montane.  Destinate, fino a qualche anno fa, all’abbandono e allo spopolamento. Trasformazione in atto grazie  «Strategia delle Aree Interne», avviata nel 2012 dall’allora ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca,  che coinvolge, in via sperimentale 1.077 comuni su 72 aree nelle 20 regioni italiane, che coprono il 60% del territorio nazionale, dove vivono oltre 2 milioni di italiani.

Dall’Europa il 61,6% delle risorse contro lo spopolamento

Territori contraddistinti dalla presenza di piccoli borghi, lontani dai servizi essenziali quali scuola, sanità e mobilità. Attualmente coordinata dall’Agenzia per la Coesione Territoriale. La copertura finanziaria, al 31 ottobre 2019, è di circa 705 milioni di euro. Il 61,6%  proveniente dai Fondi Strutturali e di investimento europei, per il 30,6% risorse statali e per il 7,7% fondi privati.

I risultati fanno ben sperare, tanto che per Massimo Castelli, coordinatore nazionale dei Piccoli comuni di ANCI e sindaco di Cerignale, andrebbe ampliata. «La nostra proposta è che l’intervento sperimentale, venga esteso a tutti e 4.000 mila comuni delle aree interne, con la necessaria copertura finanziaria». Intanto, l’annuncio del ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano. In Finanziaria 2020 è previsto il raddoppio delle aree interne che passeranno da 72 a 150.

Fonte: Agenzia per la Coesione Territoriale, ottobre 2019

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