La Germania uscirà dal carbone. Ma nel 2038 e versando miliardi alle multinazionali

Il piano di addio al carbone approvato da Berlino è un fatto positivo, ma i tempi saranno lunghi. Troppo, secondo gli ecologisti tedeschi

La miniera di carbone di Garzweiler in Germania © Bert Kaufmann/Wikimedia Commons

«Svolta verde», «lo stop inizia subito», «decisione storica». L’intesa raggiunta giovedì 16 gennaio dal governo della Germania e dalle amministrazioni delle sue quattro regioni minerarie, che lancia il processo di abbandono progressivo del carbone è stata accolta dalla stampa italiana con grande enfasi. Le celebrazioni di alcuni titoli di grandi testate italiane rischiano tuttavia di far credere che la fonte fossile, in terra tedesca, possa diventare un ricordo già da domani.

Il piano di uscita dal carbone dovrà essere approvato dal Parlamento

Che la scelta dell’esecutivo di Berlino sia positiva è infatti indubbio. Ma è vero anche che quel processo sarà molto lungo (nonché punteggiato da una serie di incoerenze). Scrivere infatti che «l’addio al carbone inizia subito» è formalmente corretto, ma può facilmente indurre in errore. La Germania, infatti, non sarà più dipendente dalla fonte fossile in assoluto più dannosa per il clima soltanto a partire dal 2038. È scritto nero su bianco nel documento siglato dalle parti (che prevede tuttavia la possibilità di anticipare la scadenza al 2035).

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Una miniera di carbone. Negli ultimi decenni lo sfruttamento della terra è stato talmente intensivo da renderla incapace di rigenerare le risorse che le attività umane le chiedono © Anyt_Havaub (pixabay.com)

Ma non è tutto. Il piano sarà operativo soltanto dopo l’approvazione da parte del Parlamento federale. Che dovrebbe arrivare alla fine della prossima primavera. Inoltre, in cambio della chiusura delle centrali, le aziende hanno ottenuto rimborsi stratosferici da parte dello Stato. Al colosso RWE, ad esempio, la pillola è stata indorata con 4,3 miliardi di euro di indennizzi che saranno versati nei prossimi 15 anni. In particolare, 2,6 miliardi in cambio della chiusura del bacino minerario della Renania del Nord-Westfalia. E altri 1,75 per Brandeburgo, Sassonia e Sassonia-Anhalt.

Nelle stesse regioni, poi, sarà attuato un vasto piano di pre-pensionamenti e riconversioni. Si calcola ad esempio che soltanto per RWE l’abbandono della lignite implicherà la scomparsa di seimila posti di lavoro. Una transizione che, secondo le stime del governo federale, costerà all’incirca 40 miliardi di euro.

Nel 2020 la Germania inaugura una nuova centrale carbone

Ciò non toglie che le chiusure rimangono una buona notizia. Vero. Peccato però che la maggior parte delle 84 centrali a carbone attualmente in servizio in Germania non verrà chiusa prima del 2030, come denunciato da Olaf Bandt, presidente dell’associazione ecologista BUND. E peccato anche che, se si considerano gli impegni mondiali in termini di riduzione delle emissioni di CO2, concedersi 15 o 18 anni per dire addio al carbone potrebbe rappresentare un lusso che non possiamo permetterci. «Occorrerebbe farlo subito, i mezzi tecnici esistono. È una questione di volontà politica. Il 2035 è assolutamente troppo lontano», ha commentato su Twitter l’associazione ecologista Ende Gelände.

Tanto più che, mentre si approva un calendario di chiusure degli impianti a carbone, la stessa Germania si appresta a metterne in servizio una nuova. Si tratta della Datteln 4, che sarà operativa a partire da quest’anno. Un impianto da 1.100 megawatt, costato la bellezza di 1,5 miliardi di euro. Che da sola non cambierà la sostanza del mix energetico tedesco, certo. Ma che dal punto di vista politico è del tutto incoerente. Tanto più che l’entrata in servizio del sito era stata inizialmente prevista per il 2011, quindi procrastinata per anni e anni.

Infine, la stessa coerenza vorrebbe che il piano di chiusure nazionale fosse seguito anche da politiche conseguenti all’estero. In questo caso, sia chiaro, non parliamo del governo ma di un’azienda privata (benché sia noto a tutti il fatto che gli esecutivi hanno modo, se vogliono, di intercedere con efficacia anche sulle scelte delle grandi compagnie). Parliamo di Siemens. E del suo amministratore delegato Joe Kaeser, contro il quale il 13 gennaio sono scese in piazza migliaia di persone ad Amburgo.

Siemens non rinuncia alla nuova mega-miniera in Australia

Il giorno prima, infatti, il dirigente ha confermato la partecipazione del gruppo ad un gigantesco progetto per lo sfruttamento di una miniera di carbone in Australia. Che, assieme al gruppo indiano Adani, dovrebbe produrre 27 milioni di tonnellate all’anno. «Un’iniziativa catastrofica», secondo la divisione tedesca del movimento ecologista Fridays for Future.

Le buone notizie come il piano di uscita dal carbone della Germania vanno dunque accolte con favore. Ma senza lasciar passare il messaggio che “tutto sommato le cose si stanno aggiustando”. La realtà è che il mondo è ancora lontanissimo dall’aver risolto il problema dei cambiamenti climatici, come dimostrato dall’avvilente fallimento della Cop 25 di Madrid.

Come ha reagito alla notizia la stampa tedesca

Per cui, oggettivamente, le scelte della stampa tedesca appaiono più attinenti alla realtà. Come nel caso della Sueddeutsche Zeitung, che ha titolato “Lo Stato e le regioni produttrici di lignite trovano un accordo sull’uscita dal carbone”. O come la Bild, che ha preferito “Uscita dal carbone nel 2038, miliardi per gli operatori delle centrali”. O ancora la Neues Deutschland, che ha scritto “Carbone per altri 19 anni”.