Come possiamo nutrire il Pianeta senza distruggerlo

In sala il 9 e 10 giugno, How to Feed the Planet di De Augustinis spiega perché produrre di più non basta a sfamare il Pianeta

Un'area deforestata della foresta pluviale amazzonica nel Mato Grosso, in Brasile © Paralaxis/iStockPhoto

Nel 2050 saremo dieci miliardi sulla Terra. Riusciremo a mangiare tutte e tutti? A quali ritmi e a quali costi? La risposta più diffusa a queste domande, soprattutto da parte della lobby dell’industria alimentare, è che servirà aumentare la produzione. Più ettari coltivati, più agricoltura e allevamenti intensivi, più resa per unità di superficie. Secondo la stessa logica che oggi propone soluzioni tecnologiche – ogm, agricoltura di precisione, proteine sintetiche – come risposta a una crisi strutturale.

“How to Feed the Planet”, (qui il trailer) il documentario di Francesco De Augustinis in sala il 9 e 10 giugno, smonta queste risposte. Il film chiude il progetto One Earth, avviato nel 2019, con cui il regista ha costruito un affresco sistematico dell’industria alimentare globale. In questi anni De Augustinis ha toccato prima la deforestazione, poi la zootecnia intensiva, poi l’acquacoltura come falsa soluzione. Questo è il capitolo conclusivo.

La dieta mediterranea è diventata uno strumento di marketing

Il viaggio comincia dal Cilento. È lì che Ancel Keys, nel secondo dopoguerra, codificò quella che oggi chiamiamo dieta mediterranea. Lo fece a partire dall’osservazione delle abitudini alimentari locali. La popolazione di quel pezzo del Sud del Paese, infatti, si nutriva con un’alimentazione prevalentemente vegetale, stagionale, povera di proteine animali. Un modello che aveva fondamenti scientifici solidi e che Keys documentò con rigore.

Un modello che si è progressivamente modificato per l’intervento dell’industria alimentare, che ha fatto sempre più spazio alla carne, al pesce, ai prodotti trasformati. Oggi la dieta mediterranea è principalmente un argomento da spendere ai tavoli europei per difendere quote di mercato e orientare normative. Ma se il modello che l’Italia promuove globalmente come sostenibile e salutare è in realtà distorto rispetto alle sue origini, a maggior ragione è difficile pensarlo come riferimento per nutrire il Pianeta nei prossimi decenni.

Quando il cibo diventa causa di guerre e instabilità

Siamo abituati a leggere i conflitti contemporanei come guerre per il petrolio, per le terre rare, per le rotte commerciali. C’è però un’ulteriore variabile: il cibo. Non la sua assenza come conseguenza del conflitto, ma il cibo stesso come causa.

Abbiamo già raccontato della valenza geopolitica che può avere e di come la volatilità dei prezzi alimentari è un detonatore politico. L’impennata del prezzo del riso nel 2008, con rincari del 300% in quattro mesi, portò alle dimissioni del primo ministro di Haiti e innescò proteste in oltre trenta paesi. Nel 2011 l’impennata dei cereali accelerò i moti della Primavera araba. Oggi quella stessa logica opera su scala maggiore, con attori più grandi e una posta più alta.

Nel documentario “How to Feed the Planet”, De Augustinis esplora il cibo come causa di guerre in tre contesti. L’Ucraina, diventata in pochi anni il granaio d’Europa. L’Argentina, dove le comunità rurali fanno i conti con l’avanzata dell’industria della soia: monocoltura, desertificazione, esproprio di terre. E la Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove gli interessi dell’agribusiness internazionale si sovrappongono a un conflitto già devastante.

Lo dice nel film Simplex Malembe, portavoce di Conapac, l’associazione congolese dei produttori agricoli: le grandi multinazionali vanno in RDC per accaparrarsi superfici agricole. C’è un collegamento diretto tra quella corsa alla terra e l’instabilità del Paese.

Il problema è la distribuzione, non la produzione

Aumentare la produzione non risolve il problema. E insistere perseguendo questa come soluzione è una scelta politica. La fame nel mondo non è una questione di deficit produttivo ma di distribuzione, accesso e concentrazione del potere sulle filiere. Ogni ettaro strappato alla foresta amazzonica per la soia, ogni acquifero prosciugato per l’irrigazione intensiva, ogni comunità rurale espropriata per fare spazio a una piantagione industriale non risolvono la fame ma la spostano. E, nel farlo, creano le condizioni per i prossimi conflitti.

Cambiare rotta significa costruire un modello di uso etico e equo delle risorse che non esiste ancora, ma i cui principi sono già identificabili. De Augustinis porta infine il pubblico fino a Boston, dove emerge un modello costruito sulla sostenibilità degli ecosistemi e sull’equità dell’accesso. Un’alternativa valida all’attuale traiettoria dei sistemi alimentari, che producono disuguaglianza oggi e produrranno conflitti domani.

“How to Feed the Planet” era stato presentato in anteprima ad aprile al Festival delle Terre di Roma. Sarà distribuito da Nfilm il 9 e 10 giugno. Le date sono in aggiornamento sul sito del film.

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