Too big to… stay. La battaglia per fare a pezzi Google, Apple, Facebook e Amazon

Le autorità Usa indagano su posizioni dominanti e comportamenti anti-concorrenziali di Google, Apple, Facebook e Amazon. E la democratica Warren pensa a un loro smembramento

Di Andrea Barolini
Google fa parte dei colossi finiti nel mirino delle autorità antitrust americane © Shawn Collins/Flickr

Troppo grandi, troppo potenti e troppo poco in concorrenza tra di loro. Secondo quanto riportato dalla stampa americana, le autorità degli Stati Uniti hanno deciso di avviare una serie di inchieste sul conto dei cosiddetti GAFA. Ovvero i colossi Google, Apple, Facebook e Amazon.

La senatrice Warren (Dem) spiega la sua posizione sui big techNel mirino le acquisizioni e il funzionamento delle piattaforme

Da una parte la Federal Trade Commission (FTC) – ovvero l’autorità statunitense garante della concorrenza – ha deciso di indagare sulle pratiche di Facebook e Amazon. Al contempo, il dipartimento di Giustizia ha acceso i riflettori su Google e Apple. Ciò dopo che la Camera dei rappresentanti lo scorso 3 giugno, ha annunciato una propria inchiesta sul settore.

Sono due in particolare le critiche mosse ai quattro colossi. Da una parte le acquisizioni di imprese più piccole, che di fatto rafforzano una posizione già estremamente forte nel comparto. Dall’altra, le piattaforme utilizzate. Accusate di discriminare i concorrenti e, al contrario, di privilegiare i propri prodotti e servizi.

In prima linea nel tentativo di limitare lo strapotere dei GAFA c’è la senatrice democratica Elizabeth Warren. Secondo la quale tali aziende dovrebbero essere «scorporate». Nel caso di Facebook, il principale problema è rappresentato da Whatsapp e Instagram, acquistati rispettivamente nel 2014 e nel 2012. Troppo, secondo chi sostiene che quella del gruppo che fa capo a Mark Zuckerberg sia una posizione di fatto dominante.

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Un cartello stradale con la scritta «Google» nei pressi di Mountain View, in California © Mutante/Wikimedia Commons

La senatrice Warren punta a scorporare i gruppi

Per questo, secondo Elizabeth Warren, l’unica soluzione è una separazione. Imposta per legge. La posizione dell’esponente democratica, però, non convince tutti. Anche nel suo partito, c’è chi preferirebbe limitarsi a rafforzare i controlli sulle future acquisizioni.

Da parte sua, inoltre, Zuckerberg ritiene che Whatsapp fronteggi una forte concorrenza. In particolare da parte di Apple, con il suo iMessage. E afferma che una separazione delle aziende limiterebbe la capacita di Facebook di lottare contro le “fake news”. (A pensar male, verrebbe da leggere le sue parole come una velata minaccia…).

Per quanto riguarda Amazon, i dubbi sono concentrati sulla piattaforma internet. Con la quale il colosso di Jeff Bezos commercializza prodotti a proprio marchio così come di terzi. Ebbene, secondo Elizabeth Warren «ciò può creare un conflitto d’interesse. Amazon schiaccia le piccole imprese copiandone i prodotti che si vendono meglio sul proprio sito». La FTC, inoltre, si starebbe interrogando anche sui prezzi delle prestazioni logistiche proposte. Così come sui servizi legati ad Amazon Prime (video on demand, videogiochi, ecc.).

Amazon, le inchieste vanno dal servizio Prime all’assistente Alexa

L’azienda si difende affermando che quest’ultimo non è altro che un servizio di fidelizzazione dei clienti. E aggiungendo che le imprese terze rappresentavano il 3% delle vendite su Amazon nel 1999, mentre ora sono arrivate al 58%. Ciò nonostante, Warren avverte che le indagini riguarderanno anche l’assistente vocale Alexa. E i negozi di prodotti alimentare Whole Foods o di abbigliamento Zappos: anche per loro si propone la separazione dalla casa madre.

Nel caso di Google, nel mirino c’è invece il suo motore di ricerca. Non si tratta di una novità: la Commissione europea ha già inflitto al gruppo sanzioni per un totale di 8,2 miliardi di euro. Ciò per pratiche anticoncorrenziali legate al comparatore di prezzi Google Shopping. Ma anche per questioni legate al sistema operativo Android e a quello di pubblicità «contestuali» AdSense.

Il colosso di Mountain View ha presentato un ricorso. E ha risposto alle critiche spiegando che «avere dei mercati che prosperano è interesse di tutti. Negli ultimi anni abbiamo modificato Google Shopping, il sistema di licenze Android e anche AdSense. Ciò come risposta diretta alle preoccupazioni della Commissione europea».

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Apple deve fronteggiare una class action negli Stati Uniti, nonché accuse da parte della concorrente Spotify © Elwood_j_blues/Wikimedia Commons

Shopping, Home e Waze: Google passata ai raggi X. Class action contro Apple

Ma la senatrice Warren propone che tutte le piattaforme «di interesse pubblico» siano rese indipendenti. Mentre l’antitrust americana potrebbe non limitarsi a questi tre asset: l’inchiesta potrebbe riguardare anche il navigatore Waze. Così come la divisione di domotica Nest e le casse intelligenti Google Home.

Infine, Apple è oggetto di una class action negli Usa (nonché di una denuncia formale alla Commissione europea). Nel mirino il suo App Store, attraverso il quale si possono installare applicazioni su iPhone, iPad o iWatch. Un altro colosso, Spotify, ha accusato di recente infatti la Mela di favorire Apple Music rispetto alla sua piattaforma. Una posizione smentita dalla Apple ma condivisa da Elizabeth Warren. Secondo la quale occorrerebbe imporre all’azienda fondata da Steve Jobs di scegliere se possedere l’App Store o il servizio di musica in streaming.

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