Parte 3

USA, Cina, Europa: allarme rosso per il settore auto

Il mercato cinese è in recessione, l’Europa piange, Detroit non ride, la mobilità condivisa cresce. Il settore auto trema. Con lui, il 2,5% del Pil mondiale

Di Matteo Cavallito
Tempesta all'orizzonte per il settore auto? Foto: Pixabay Free for commercial use No attribution required

La notizia peggiore, per il settore auto, è arrivata all’inizio dell’anno dalla Cina. Nel corso del 2018 nella seconda economia del mondo sono stati acquistati 22 milioni e 350 mila veicoli, quasi il 6% in meno rispetto all’anno precedente. Piccolo particolare: per trovare un’altra contrazione su base annuale dobbiamo tornare indietro fino al 1992. Che parlando della Cina equivale all’incirca a un paio di ere geologiche.

Quello risuonato a Pechino è un allarme pericoloso. L’inversione di rotta rischia infatti di impattare pesantemente sulle fortune del settore. Negli ultimi cinque anni il comparto auto globale ha registrato un tasso di crescita annuale del 3,4% portando il fatturato a quota due trilioni di dollari, pari al 2,5% circa del Pil del Pianeta. Nel medesimo periodo la forza lavoro è cresciuta del 3,9%. Non è difficile immaginare, insomma, quanto una crisi del settore possa ora preludere a scenari non meno critici per l’economia globale nel suo complesso.

Aria di crisi a Detroit

Le prime avvisaglie erano arrivate già la scorsa estate quando i Big Three di Detroit avevano rivisto al ribasso le loro prospettive. General Motors stava a iniziando a pagare dazio in borsa, sotto la spinta di un’ipotetica riduzione dei profitti operativi.

Non era da meno Fiat Chrysler o FCA che dir si voglia (-7% sui profitti attesi per l’intero 2018), così come Ford, che nel secondo trimestre dell’anno aveva registrato un dimezzamento dei ricavi netti. Un contraccolpo violento come non si vedeva «dai tempi della crisi finanziaria» scriveva Business Insider. Mentre sul banco degli imputati – si fa per dire – comparivano da subito almeno un paio di fattori esterni: le crisi valutarie di Brasile e Argentina e il calo delle vendite in Cina.

La casa torinese ha chiuso il 2018 con un utile ante imposte (Ebit adjusted) di 7,4 miliardi, un dato inferiore alle previsioni degli analisti (7,5-8 miliardi). Nel primo trimestre 2019 Il gruppo ha registrato un utile netto di 508 milioni, quasi la metà rispetto al dato dei primi tre mesi dell’anno precedente.

Detroit, Michigan, USA. Foto: Ishan Birchett (Opera propria) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Cina: disastro a stelle e strisce

Quello cinese è da molti anni un mercato imprescindibile. Per quasi tre decenni il dragone ha sperimentato una costante crescita delle immatricolazioni per la gioia dei produttori esteri. Ma l’abolizione dei sussidi all’acquisto, il rallentamento dell’economia e la guerra commerciale con Washington, nota la CNN, hanno cambiato completamente lo scenario. Le sentenze emesse dal mercato variano comunque a seconda dei produttori.

Tiene Volskwagen, rileva ancora l’emittente Usa, mentre franano i marchi a stelle e strisce. Nel 2018 le vendite di veicoli General Motors sono calate del 10%; quelle delle auto a marchio Ford addirittura del 37%. In controtendenza rispetto al trend generale la giapponese Toyota, che lo scorso anno ha venduto in Cina 1,47 milioni di veicoli, il 14% in più rispetto all’anno precedente.

Shiqiao, Panyu District, Guangzhou, Cina. Foto: Deadkid dk Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

Il settore auto è strategico per gli USA

Gli inevitabili timori dei produttori americani sono più che giustificati. Visto che il comparto auto rappresenta da sempre un punto cardine dell’economia USA. Secondo l’American Automotive Policy Council, quello delle quattro ruote resta il primo settore manifatturiero del Paese con un contributo totale pari al 3% del Pil.

Dal 2009 – l’anno della grande recessione post crisi – ad oggi le vendite di veicoli in America sono aumentate del 67% passando da 10,4 a 17,4 milioni.

Dal 2011 al 2017 il numero degli occupati nel settore è aumentato del 50% circa (+130 mila posti di lavoro). Nell’ultimo quinquennio, i Big Three USA – FCA US, Fod e GM – hanno annunciato investimenti complessivi per 35 miliardi di dollari. Ma la crisi cambia lo scenario: negli ultimi sei mesi, ha riferito Bloomberg, le case automobilistiche di tutto il mondo hanno annunciato 38 mila licenziamenti. E una crescita dei dazi commerciali, ha riferito l’Alliance of Automobile Manufacturers, un’associazione internazionale attiva negli USA, metterebbe a rischio altri 700 mila posti di lavoro in America.

Italia e Germania sperimentano la crisi

L’aria di crisi si percepisce anche in Europa. Nel 2018 le immatricolazioni di vetture nuove in Germania sono diminuite di circa un terzo e la congiuntura negativa del mercato globale non aiuta. I dati sono preoccupanti anche in Italia dove le immatricolazioni dell’ultimo anno segnano un ribasso del 3,1%. Va male, in particolar modo, per FCA: -10% a 12 mesi. Nel primo quadrimestre 2019 le immatricolazioni nel mercato italiano sono calate ancora (-4,62%) con FCA particolarmente colpita dal trend (-13,75%).

La produzione diminuirà ancora

In un’analisi pubblicata a gennaio da LaVoce.info e ripresa dal Sole 24 Ore, gli economisti Andrea Stocchetti e Francesco Zirpoli ipotizzano che «gli attuali livelli produttivi in Europa siano destinati a diminuire ancora».

Tre i fattori decisivi: mutamento della domanda, calo dell’export a seguito di un aumento della produzione interna di alcuni Paesi (la Cina, ovviamente) e le «schermaglie commerciali» sull’asse Bruxelles-Washington-Pechino.

I cambiamenti sul fronte della domanda sono probabilmente la vera novità. I consumatori, detto in altri termini, sperimentano «il mutamento dei modelli di mobilità urbana» e agiscono di conseguenza. Il “possesso” dell’auto, insomma, non appare più così imprescindibile.

L’Europa è un’economia a quattro ruote

L’Italia, in un certo senso, ha anticipato i tempi, visto che negli ultimi dieci anni la produzione di veicoli nella Penisola si è praticamente dimezzata. Determinanti le delocalizzazioni degli impianti, gli effetti della crisi post 2008 e la generale flessione del mercato. Secondo l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica, la produzione media annuale in Italia è passata da 1,1 milioni di veicoli a meno di 560mila tra il decennio 1998-2007 e il periodo 2008-2017.

Ora che la “crisi” sembra interessare l’intero continente ci si domanda quale potrebbe essere l’impatto per l’economia nel suo insieme. Difficile fare previsioni ma le premesse non sono incoraggiati. Secondo l’Association des constructeurs européens d’automobiles il fatturato dell’industria dell’auto rappresenta il 6,8% del Pil UE. E ancora: il settore impiega 13,3 milioni di lavoratori (il 6,1% della forza lavoro continentale), gli impianti di assemblaggio sono 304 e si collocano in 27 Paesi. Difficile che una impasse di settore non finisca per trasformarsi, in definitiva, in una crisi sistemica.

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