Che cosa c’entra El Niño con le tartine al salmone della vigilia di Natale?
Meno acciughe in Perù, mangimi più cari, salmone più caro: come El Niño si ripercuote sulle tartine della vigilia
Impazzano sempre più le notizie su El Niño. Abbiamo già parlato dell’equivoco sulle tempeste in Europa, sulle scorte di viveri e sui kit di emergenza e sopravvivenza. Sono poi dilagate voci incontrollate sul presunto impatto sull’Europa di Enso (El Niño southern oscillation, che sarebbe il nome scientificamente più corretto) che ci porterebbe un inverno straordinariamente freddo e nevoso. Su quest’ultima notizia non c’è proprio alcun fondamento. Cionondimeno, gli impatti indiretti ci sono, e non solo meteoclimatici.
Un impatto di cui si parla poco riguarda le filiere agroalimentari. Spesso insostenibili, e non solo quelle di frutta e prodotti esotici. Fra i prodotti che rischiano carenze o rincari non ci sono solo avocado, frutta tropicale, cioccolato e caffè. Ma anche il salmone affumicato norvegese e scozzese, le orate e i branzini d’acquacoltura italiana. Alimenti che sembrano lontani dalla zona colpita da El Niño, ma che dipendono da mari, piogge e raccolti che si trovano altrove.
Il viaggio nascosto del salmone
Il salmone affumicato più diffuso sul mercato italiano è quello norvegese. Buono, gustoso su tartine, con gli spaghetti o altra pasta. Ma la sua filiera è insostenibile, dal punto di vista ambientale e in parte anche sociale. Tralasciamo qui, per semplicità, gli aspetti nutrizionali e di salute.
La sola Norvegia copre il 53% del mercato globale di salmone. Gli allevamenti si trovano in grandi gabbie lungo le coste, che possono contenere fino a 200mila salmoni ciascuna. Il sovraffollamento contamina l’ambiente marino con escrementi, parassiti, virus, pesticidi e antibiotici. L’acquacoltura è diventata una minaccia per l’ambiente e per il benessere animale, compresi i salmoni selvatici. Le cui popolazioni si stanno riducendo, anche a causa della pesca.
Pochi sanno che i salmoni d’allevamento mangiano, indirettamente, acciughe e altri piccoli pesci, provenienti soprattutto dal Perù. Questi pesciolini vengono trasformati in farina e olio di pesce per i mangimi: non solo per i salmoni norvegesi, ma in parte anche per orate e branzini italiani. Alcune fonti indicherebbero un rapporto di 20 kg di sardine per ogni chilo di salmone. Il dato è sbagliato: ne servono “solo”, si fa per dire, circa 5 kg. Meglio, per chi non è vegetariano o vegano, mangiare direttamente pesci piccoli, anche per ragioni di bioaccumulo e di costo. Ma in pratica, quando mangiamo una fettina di salmone affumicato norvegese da 100 grammi, è come mangiare mezzo chilo di sardine peruviane.
In centro e sud America El Niño colpisce già la pesca
In Europa gli effetti di El Niño arrivano indiretti, ritardati e confusi nella circolazione generale dell’atmosfera. La correlazione è scarsa, e passa attraverso meccanismi che i climatologi chiamano “teleconnessioni”. In pratica, El Niño influenza le correnti a getto. Le quali, ondulando, sono a loro volta determinanti per il tempo alle medie latitudini europee. Ma sono anche, per loro natura, molto variabili: i segnali di El Niño faticano a emergere dalle fluttuazioni tipiche del clima euromediterraneo. Qualche studio indica, per esempio, inverni più freddi e tempestosi nel Nord Europa. Per l’Italia, non c’è nulla di dettagliato.
In centro e sud America, oltre che in Oceania, Indonesia, Asia orientale e in parte Africa sudorientale invece le mappe Noaa degli impatti di El Niño indicano chiaramente un’influenza diretta.

Lo stesso termine El Niño nasce da un’osservazione dei pescatori peruviani, che notavano un calo della pesca e un aumento della temperatura delle acque oceaniche soprattutto verso Natale. Da qui il capitano peruviano Camilo Carrillo, nel 1892, usò questo termine in un articolo sul Boletín de la Sociedad Geográfica de Lima, per descrivere le correnti calde che osservava lungo la costa centro-sudamericana. Il nome pare comunque fosse in uso già da prima tra la gente di mare del Perù e dell’Ecuador.
Fra gli impatti, come anticipato, c’è la pesca. Il processo è piuttosto complesso, e avviene tramite il meccanismo dell’upwelling, termine difficilmente traducibile in italiano. Si potrebbe rendere come “risalita di acque profonde”. Gli Alisei, i venti tipici dei tropici, soffiano normalmente con intensità moderata-forte da est verso ovest lungo l’equatore, al bordo di quella che si chiama cella di Hadley. Così facendo, raffreddano le acque superficiali e favoriscono la risalita di acque profonde ricche di nutrienti lungo le coste sudamericane.
In presenza di El Niño gli Alisei si indeboliscono, e di conseguenza rallenta la corrente oceanica che allontana l’acqua superficiale dalla costa. Cala l’upwelling di acque fredde e ricche di nutrienti, rimpiazzate da acqua più calda e povera di plancton. Le acciughe, a quel punto, si allontanano dalle coste centro-sudamericane, con pesanti conseguenze per la pesca. Crolla una delle principali risorse economiche di Perù ed Ecuador. Con ripercussioni sulla disponibilità e sui costi che si ripercuotono a catena su salmone, orate, branzini e altri pesci di allevamento, dal Mare di Norvegia al Mar Tirreno.
La situazione in corso in Perù e Ecuador
Secondo i dati Noaa, l’indice Oni El Niño nel trimestre giugno-agosto è stato di +1,8 gradi centigradi. Ben sopra la soglia di innesco del fenomeno (0,5 gradi) e già definibile El Niño moderato. Le proiezioni indicano il probabile superamento dei +2,5 gradi entro novembre, con alcuni scenari che spingono l’anomalia di temperatura fino a +3 o +3,5 gradi, se non oltre. Insomma, si va verso un evento di portata storica. E anche di lunga durata, perché l’anomalia positiva di Enso potrebbe durare fino a febbraio o marzo 2027.
Intanto le notizie dal Perù rendono chiaro che l’emergenza pesca è già in corso. Un articolo sul sito della Snp, la Sociedad nacional de pesquería, segnala che il mare caldo ha spinto i branchi di acciughe in profondità, fuori dalla portata delle reti industriali. Il Ministerio de la Producción, responsabile anche della pesca, ha sospeso in anticipo la prima stagione di pesca dell’acciuga al raggiungimento di 480mila tonnellate, pari al 24,6% della quota precedentemente stabilita.
Secondo El Salmón, sito cileno specializzato in acquacoltura, l’Idexcam (Istituto della Camera di commercio di Lima) ha affermato che le esportazioni di farina di pesce dal Perù potrebbero crollare fra il 40% e il 70%. Inoltre, con il mare più caldo e una minore concentrazione di fitoplancton, l’acciuga ha meno grasso. Ciò comporta ripercussioni ancora maggiori sulla produzione di olio di pesce.
In Ecuador, a complicare la situazione di un analogo crollo della pesca, ci si mette anche un granchio. Il jaiba mora, privo di valore commerciale, prolifera – al contrario delle acciughe che calano – e va a inceppare le reti da pesca fino a renderle inutilizzabili. È l’altra faccia di El Niño: non solo scarsità di alcune specie, ma esplosione di altre, che diventano un problema pratico invece che una risorsa.
L’Ecuador, il 29 agosto 2026, ha dichiarato l’allerta rossa per El Niño su tutto il Paese – il livello massimo del sistema nazionale di gestione del rischio (Sngr) – tramite la Risoluzione Sngr-238-2026. Allerta rossa significa che il fenomeno è già in corso e che i suoi effetti potrebbero intensificarsi nei prossimi mesi.
Ananas e banane, gli altri prodotti a rischio con El Niño
Uno dei Paesi che sta soffrendo maggiormente, già ora, gli impatti di El Niño è la Costa Rica, primo esportatore mondiale di ananas e fra i principali per le banane. La costa pacifica, zona di produzione dell’ananas, sta attraversando un’inusuale siccità nella stagione delle piogge. Sulla costa caraibica, dove si concentra un’importante produzione di banane, sta succedendo l’opposto. Al momento non ci sono segnali di calo della produzione, ma nei prossimi mesi si temono sia un calo della resa dell’ananas sia un rischio maggiore di diffusione di parassiti come il fungo della Sigatoka nera sulle banane.
In Ecuador, invece, nonostante El Niño, le esportazioni di banane sarebbero per ora in aumento dell’8,3% nei primi sette mesi del 2026, secondo Italfruit.net. Va però sottolineato che El Niño è iniziato solo a giugno, e che gli impatti maggiori arriveranno nei prossimi mesi.
Mangeremo salmone la vigilia di Natale?
Probabilmente potremo mangiare salmone la vigilia di Natale. Ma a caro prezzo, economico e ambientale. E lo stesso vale per gli avocado e la salsa guacamole. El Niño a parte, questi prodotti arrivano nel nostro carrello della spesa e nei nostri piatti dopo lunghi viaggi. Subiscono gli impatti di fenomeni ciclici come Enso, che si sommano ai cambiamenti climatici. La filiera, inoltre, richiede indirettamente molto petrolio. Grosso modo, per un piatto di spaghetti al salmone si consuma un litro di petrolio equivalente (dato stimato). E come sappiamo, per le tensioni geopolitiche il costo di petrolio e derivati è in aumento.
Non ne parliamo per fare allarmismo o a invitare alla rinuncia. Il tempo dei «salviamo il mondo con piccoli gesti quotidiani» è ormai passato. Per quanto importanti gli atti individuali, ora servono interventi drastici, urgenti e coraggiosi, che portino non a ridurre ma ad azzerare le emissioni di gas serra, lasciando sotto terra i combustibili fossili.
La storia del salmone dimostra come tutto sia connesso, non solo nel sistema climatico, ma anche fra clima, economia e cibo. D’altronde, il salmone non fa parte della vera tradizione gastronomica natalizia italiana. Fino a non molti anni fa, arrivava sulle nostre tavole quasi solo grazie a chi – pochi – rientrava da un viaggio in Scozia o in Norvegia.
Vorremmo concludere invitando a mangiare, come da tradizione in molte zone d’Italia, anguilla o capitone al posto del salmone. Ma anche qui, a ben guardare, si scoprono problemi enormi: le anguille delle valli di Comacchio ormai sono rare, tanto da essere oggetto di studio e di tentativi di reintroduzione. Le cause, al solito, sono un mix di pressioni ambientali, sovrapesca e cambiamenti climatici.
Insomma, coi cambiamenti climatici il piatto è servito. Ci ritorneremo. Per ora non ci resta che augurarvi, qualunque cosa mangiate oggi, domani o la vigilia di Natale, buon appetito. E occhio alle previsioni, quelle vere, non solo alla notifica della vostra app meteo.




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